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AMERICAN DREAMERS. DISILLUSIONI DEL SOGNO AMERICANO

L’utopia, citando Foucault, è un luogo senza luogo reale, in analogia con il mondo tangibile, lo riproduce in forma perfetta, diviene un modello a cui la società deve aspirare. Il popolo americano, con i suoi slogan martellanti, pare reggere male la parte di un copione basato sul progresso economico e la libertà individuale. Gli undici artisti statunitensi (Laura Ball, Adrien Broom, Nick Cave, Will Cotton, Adam Cvijanovic, Richard Deon, Thomas Doyle, Mandy Greer, Kirsten Hassenfeld, Patrick Jacobs e Christy Rupp), che ci presenta il curatore Bartholomew Bland in American Dreamers. Realtà e immaginazione nell’arte contemporanea americana,ci mostrano che il sogno è la visione di quello che sarà il nostro presente, non una via di fuga, ma uno strumento, un luogo dove si ha il tempo di trovare le risposte a domande che spesso evitiamo di porci. Nel sogno americano, dal crollo della Borsa nel ’29 a Occupy Wall Street, sono emerse le falle di un sistema economico che solo idealmente si basa sulle capacità e la competitività delle persone.


Thomas Doyle, Null Cipher, 2006. Courtesy West Collection, Oaks; Acceptable losses, 2008. Courtesy Amanda Erlanson. CCC Strozzina, Firenze, 2012. Foto Martino Margheri.

La grande bolla illusoria è scoppiata, le possibilità di successo sono giunte ad un limite e le nuove generazioni si trovano di fronte alla verità svelata di una realtà che necessita di trovare nuovi valori su cui fare perno per innescare il cambiamento. Il percorso creato nelle sale della Strozzina ci conduce attraverso paesaggi idealizzati, che mantengono però un legame saldo con la realtà tangibile, attraverso l’utilizzo di tecniche manuali tradizionali e materiali che vengono spesso dal quotidiano, objet trouvé, ridefiniti attraverso l’immaginazione, che ne sublima la funzione pratica trasformandoli in concetti.


Nick Cave, Soundsuits, 2011, veduta della mostra, CCC Strozzina, Firenze, 2012. Courtesy l’artista e Jack Shainman Gallery, New York. Foto Martino Margheri.

La mostra è uno spaccato coerente di creazioni e reazioni: assimilare la precarietà del contingente non impedisce di essere attivi, ma provoca un ritiro nel silenzio del lavoro di studio, per elaborare contenuti psicologici, filosofici e artistici. La miniaturizzazione, la cura del dettaglio, l’iperrealismo di queste opere danno la misura del valore che ha il tempo investito nel produrle, in netto contrasto con l’accelerazione della società contemporanea. Lo spettatore è costretto a frenare, deve avvicinarsi e focalizzare la sua attenzione sui particolari per avere una visione lucida di questi microcosmi che raccontano la disillusione di una promessa infranta.

Ilaria Castellino

 

 

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