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TRIGGERS VISIVI E STRUTTURE DI DATI: ALESSANDRO DI PIETRO ALLA BAD NEW BUSINESS GALLERY

Un tavolo ricurvo in legno multistrato composto da una successione di tre segmenti poggia su una base in gommapiuma che lo rialza di 12,5 centimetri da terra. La sua posizione – quasi a ridosso di una porta di ingresso che gioca (forse) da trigger – sembra conferirgli una spinta in ampiezza e una permanenza nell’estensione che gli permette di raggiungere un'altra apertura che funge però qui da chiusura, trattandosi di uno spazio sottostante, non fruibile dal visitatore.

Leonid Tsvetkov, Disturbances, 2014

Alessandro di Pietro, veduta della mostra La Table Basse. Courtesy Francesco Pantaleone, Palermo. Foto Marco Beck Peccoz.

Come la scia di una deriva che si sospinge sulla destra in un cenno di enfasi, LA TABLE BASSE – da cui il titolo della mostra ospitata nello spazio di FPAC - Bad New Business Gallery, a cura di Simone Frangi – si presenta come un elemento compositivo fortemente strutturale che, se da un punto di vista geometrico-direzionale accoglie e accompagna lo sguardo, dalla prospettiva della fruibilità spaziale agisce invece come virgola di disturbo, come una sorta di “accento” visivo d’orizzonte volutamente e sottilmente ricreato all’interno di un display espositivo dove il dispiegamento dei vari interventi ha, e sa di avere, una determinata specificità formale e linguistica.

Leonid Tsvetkov, Disturbances, 2014

Alessandro Di Pietro, Glimpse of raw material, 2012-13. Courtesy Francesco Pantaleone, Palermo. Foto Marco Beck Peccoz.

Questa linea curva sembra corteggiare e sedurre lo spazio, sezionandolo al contempo in due porzioni che rimangono complici l’una dell’altra, e nelle quali si è invitati ad “assorbire”, con i movimenti del corpo e della vista, le relazioni dinamiche che i vari “dispositivi” vi instaurano all’interno. Recepire altezze, lunghezze e inclinazioni; penetrare ampiezze e profondità. Ma non solo: capire il potenziale narrativo che alcuni elementi e azioni sono in grado di disporre e attivare all’interno dell’installazione stessa, senza “forzarne troppo i legami”: queste le premesse essenziali che Alessandro Di Pietro (Messina, 1987) decide di mettere in scena in un prop che si presenta in modo asciutto e sintetico. Alcuni “incastri narrativi” sono infatti già rintracciabili inYuppi A.! And that’s enough! – lastra in ottone di due metri d’altezza prodotta per la sedicesima edizione della Biennale del Mediterraneo, sulla quale è riportato, attraverso la tecnica dell’incisione a controllo numerico, un racconto oggettivo breve e il disegno di uno stemma – e in Glimpse of raw material - lavoro realizzato per il magazine svedese OEI, composto da una struttura tubolare che sostiene parti di tessuto in raso e seta, sulle quali sono stampate due immagini sovrapposte, precedentemente scannerizzate, e citazioni filtrate di Land and Sea di Carl Schmitt.


Leonid Tsvetkov, Disturbances, 2014

Alessandro Di Pietro, Yuppi A.! and that’s enough!, 2013. Courtesy Francesco Pantaleone, Palermo. Foto Marco Beck Peccoz.

In entrambi i lavori emergono in senso “epidermico” delle immagini scaturite dalla compenetrazione interna e dalla tensione con un apparato testuale più ampio e un contesto narrativo più fitto, nel quale not more picture, only image sembra essere la giusta dichiarazione di indipendenza per giungere a una “comprensione percettiva e analitica delle immagini”, che porti quest’ultime a manifestarsi come parte residuale, ma non per questo marginale, di un più ampio processo produttivo. Sono infatti i limiti imposti dalla ripetizione di un determinato protocollo all’interno delle fasi stesse di un processo creativo che portano, secondo l’artista, alla produzione di un “frammento” – da considerarsi qui nella sua doppia valenza di scarto e di embrione in potenza – che si formalizza di volta in volta sotto forma di immagine, incisione, oggetto editoriale o scultura. L’idea di nomenclatura, di standard e di matrice, di limite e margine di errore – insiti tra l’altro nel processo stesso di misurazione – sono infatti i punti nodali attorno ai quali il lavoro di Di Pietro si sviluppa, prende piede e si evolve senza sosta. Da queste intenzioni – seguite poi dalla volontà di costruire un’unità di misura soggettiva, la Geompiatta – scaturisce una combinazione di elementi che, poggiando sui concetti che rinviano alla sfera del mostruoso (ecco i riferimenti al Leviatano, alla Chimera e a una TERATOLOGIE VIVENTE!), della deformazione e dell’anomalia, danno vita a un sistema di segni e rimandi che trovano una certa specularità all’interno di una consapevole condizione operativa nella quale la variazione e la deviazione dalla norma sono costantemente interrogate e rimesse in atto.

Leonid Tsvetkov, Disturbances, 2014

Alessandro Di Pietro, NEW VOID: Teazer, 2013. Courtesy Francesco Pantaleone, Palermo. Foto Marco Beck Peccoz.

Tutto ciò sfocia in nuove denominazioni, riadattamenti e organizzazioni delle informazioni che assumono lo statuto di “new raw material” a partire proprio da quello spazio materiale e fisico nel quale l’opera si formalizza, come accade ad esempio nell’operazione editoriale di post-produzione di Das Begleitbuch 4/3 di dOCUMENTA (13) o in New Void - The Teazer. Qui le matrici originali – rispettivamente la triade di cataloghi dell’esposizione tedesca e il film Enter the Void di Gaspar Noé – sono rielaborate con l’intento di restituirne nuove letture e riconfigurazioni visive, nonché un loro potenziale reinserimento in un contesto che diventa un tappeto di dati su cui ricominciare a lavorare.

Giovanna Manzotti

 



 

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