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LEONID TSVETKOV. DA EX ELETTROFONICA TRACCE DEL PRESENTE
E ARCHEOLOGIA DEL FUTURO

Muoversi per Roma con sguardo incantato implica il non potersi esimere dal notare quanto la storia si intrecci indissolubilmente con il presente, quanto le architetture più recenti si innestino sulle archeologie del passato per creare un unicum non solo urbanistico, ma al tempo stesso ideale. Valutare quanto l’uno e quanto l’altro aspetto siano invasivi o preponderanti è solo questione di approccio. Quel che è certo è che Leonid Tsvetkov si accosta a tutto ciò senza preconcetti, tanto da restare oltremodo colpito dal Monte Testaccio, una collina artificiale che sovrasta l’omonimo quartiere – sviluppatosi ai margini dell’antico porto sul Tevere – creata con i “cocci” delle anfore spagnole giunte a Roma tra il II e il III secolo d.C. Del resto il giovane artista (russo ma residente ad Amsterdam) di questo approccio plurale ha fatto la sua poetica, sempre in equilibrio tra dimensioni contrapposte, tra generale e particolare, tra linguaggi che dall’archeologia spaziano fino alla fisica e alla chimica. L’installazione che Tsvetkov propone negli spazi trasteverini della galleria Ex Elettrofonica mantiene questa ricercata ambiguità, condensando una minimale asciuttezza e una ricercata molteplicità di forme. Lo spazio fortemente connotato della galleria è in tal modo accuratamente segnato da colonne di altezze diverse, che ad un primo sguardo non rivelano le proprie caratteristiche materiche, per svelare solo ad uno occhio più attento l’essere realizzate con plinti sovrapposti di cemento, plasmati utilizzando come calchi contenitori domestici. L’artista così da un lato sceglie di utilizzare oggetti di scarto (alludendo tra l’altro ai resti delle antiche anfore) raccolti con pervicacia e meticolosa attenzione, dall’altro si confronta con un aulico elemento architettonico, uno dei più diffusi tra le rovine romane, la colonna. Essa, avendo sovente perduto l’originale funzione statica, si impone adesso nel paesaggio urbano per la sola ieraticità, per le carattestiche formali e per la capacità di organizzare e rendere misurabile lo spazio della visione circostante. I contenitori di uso quotidiano vengono dunque raccolti e archiviati come un archeologo avrebbe fatto con reperti del passato, trattati come tracce del presente, come forme private dell’originale funzione per diventare unità costitutive di una nuova memoria. Sovrapposte esse danno vita a strutture sorprendetemente agili e, testimoniando di un istante di rarefazione, innescano un rapporto etico con la città. Disturbances, la personale curata da Manuela Pacella, è il naturale proseguimento della mostra Everyday Downfall prodotta l’anno passato all’American Academy, dove l’artista è stato in residenza. In quell’occasione i reperti archeologici erano giustapposti agli oggetti del presente. In quest’occasione il passo è ulteriore e giunge ad una formalizzazione integrata, ad una calibrata ed equilibrata azione sullo spazio della galleria. In mostra anche i lavori della serie A4 che prendono avvio da stampe e testi antichi della città, sulle quali l’artista ha agito con dei processi di elettrolisi, generando ancora una volta nuove visioni da una traccia del passato.

Andrea Ruggeri


Leonid Tsvetkov, Disturbances, 2014

Leonid Tsvetkov, Disturbances, 2014, calchi in cemento di imballaggi domestici. Veduta dell’installazione presso Ex Elettrofonica, Roma. Credito fotografico M3 studio, Roma.




 

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