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PESCE KHETE. FAST DUNKEL, SHE SAYS

Si è ciò che si guarda – be’, almeno in parte.
Iosif Brodskij

La nuova mostra di Pesce Khete arriva a seguito di un anno particolarmente intenso, che ha visto l’artista impegnato in un percorso a più tappe, realizzato grazie al supporto della nuova e importante borsa di ricerca istituita quest’anno da Progetto Diogene, qui in veste di curatore.
Tale periodo di ricerca ha sancito per l’artista l’abbandono della figurazione nella sua pratica pittorica, che gli ha permesso, avendo avvicinato sempre di più la distanza fra forma e contenuto, di trovare nuove prospettive nel dialogo fra i materiali e la performatività del dipingere.

Pesce Khete, una veduta della mostra Fast dunkel, she says

Pesce Khete, una veduta della mostra Fast dunkel, she says, Barriera, Torino, 2014.

Composizione

Agli occhi di chi scrive, i nuovi dipinti di Khete presentano lo stesso metodo compositivo utilizzato da romanzieri o saggisti per veicolare i propri concetti nella maniera più diretta e concisa. Ogni scrittore sa che per veicolare al meglio i propri concetti, senza perdere il gusto per la narrazione1, sarà spesso costretto a dover eseguire una serie di tagli e cancellature propedeutiche a una miglior comunicazione: sacrificare certi dettagli per una maggiore scorrevolezza e incisività dell’insieme. Ciò che differisce su un piano pratico fra scrittura e pittura è che nel secondo caso i tagli non sempre sono facili da eseguire.

Pesce Khete, una veduta della mostra Fast dunkel, she says

Pesce Khete, una veduta della mostra Fast dunkel, she says, Barriera, Torino, 2014.

Così Khete, per completare il proprio processo compositivo, invece di eliminare ha aggiunto spazio, ampliando e incollando diversi tagli di carta cotone secondo le necessità che la composizione stessa gli dettava, arrivando infine con una certa sistematicità a un equilibrio dinamico fra tutti gli elementi da lui posti sul piano pittorico. Il risultato può ricordare una pagina di manoscritto, più volte redatta, piena di cancellature, tagli e nuove stesure, in cui gli elementi siano stati posti da un attento ed euristico sistema compositivo.
I dipinti di Pesce Khete rappresentano tutto ciò; come una fotografia istantanea, rendono visibile nel presente della nostra fruizione, il processo che li ha creati2: ne sono l’impronta, la traccia e l’impressione.

Michela De Mattei Logica autunnale 2014

Pesce Khete, una veduta della mostra Fast dunkel, she says, Barriera, Torino, 2014.

Indici di azione

È recente l’interesse critico sulla qualità indiziale della pittura: nel 2011 Isabelle Graw3, prescindendo dal concetto di medium nel suo tentativo di dare una definizione generale adatta per ogni attività pittorica – che sintetizzò come “un’attività semiotica altamente personalizzata”4 – riprese l’importante definizione di opera d’arte come indice di azione, coniata nel 1998 da Alfred Gell5. Ciò le serviva per mostrare come la pittura, al pari della fotografia, potesse essere vista come esempio di quella stessa classe di segni che Charles S. Peirce definì come "indici": segni "naturali" che, diversamente da simbolo e icona (i quali sono collegati al loro referente per convenzione o per somiglianza), sono in connessione dinamica con il loro oggetto poiché generati per un contatto fisico diretto6.
La pittura è, per Graw, indice che qualcuno ha lasciato il proprio segno:

“Concentrandoci sulla specifica qualità indiziale della pittura, saremo in grado di comprendere una delle sue caratteristiche principali: è capace di suggerire un forte legame fra il prodotto e la figura (assente) del suo creatore” (Graw, op. cit., p. 50, trad. dell’autore).

Pesce Khete, Untitled

Pesce Khete, Untitled, 2014, pittura spray, oil stick, olio di lino e artist tape su carta di cotone, 341 x 271 cm.

Graw dunque individua nella figura dell’artista il referente stesso del segno pittorico, ed è su questo punto che fu subito criticata7, poiché così andava a eliminare la “condizione, centrale per la distinzione fatta da Peirce, di contatto fisico fra segno e significato” (Geimer, op. cit., p. 59, trad. dell’autore).
È vero, come le opere di Khete dimostrano, i dipinti sono indici di azioni avvenute, rappresentano l’atto stesso del dipingere, nella sua materialità prima ancora che come "atto sociale". Ma la connessione dinamica e spaziale invocata dal colore steso sulla tela non è da ritrovarsi fra quadro e creatore, ma fra il dipinto e l’atto stesso del dipingere: ciò di cui un quadro è indice è prima di tutto l’atto stesso della sua creazione, azione che ci viene mostrata, e ripresentata, con una certa precisione e definizione di dettagli, tanti quanti sono i segni che lo costituiscono.

Pesce Khete, Untitled

Pesce Khete, Untitled, 2014, oil stick su lastra di vetro, 40 x 30 cm.

I dipinti di Khete ne sono un esempio perfetto. Sono un insieme di tracce e impronte di colore, indizi delle diverse tecniche utilizzate, indici di un metodo di lavoro teso al difficile bilanciamento di tutte le sue parti. Necessitano una visione ravvicinata, prolungata nello spazio e nel tempo, necessaria per ripercorrere le molteplici azioni che ne hanno definito lo sviluppo.
Bisogna avvicinarci per cogliere le sfumature, i particolari che rendono pieno un dipinto. A partire dal supporto, sempre ben visibile e mai celato, la cui dimensione e forma sono, come abbiamo visto, indice del percorso spaziale del lavoro stesso.
Da vicino diventa facile osservare i vari tipi di segni che ricorrono sulle superfici porose della carta cotone: come il passaggio dei suoi pastelli a olio, che registrano i movimenti più gestuali dell’artista; il colore a spray, a volte gettato radente al piano di lavoro, a evidenziare la ‘topografia’ di questa superficie resa irregolare dall’utilizzo. Avvicinandosi diventa più facile cogliere un’altra tipologia di segni, a prima vista cancellature o incisioni effettuate direttamente sul colore steso, sottrazioni più che addizioni di materia. Queste tracce sono state realizzate dall’artista "per impressione", dipingendo o stendendo il colore su un’altra superficie, funzionante da matrice temporanea con cui riportare e muovere il disegno originale sulla tela8.

Michela De Mattei Logica autunnale 2014

Pesce Khete, Untitled, 2014, oil stick e pittura spray su doppio strato di carta velina, 150 x 100 cm.

Questo passaggio diventa per l’artista uno strumento per limitare la propria visione, e dunque il controllo, dell’atto pittorico. Questo "autolimitarsi", che contraddistingue il suo metodo di lavoro (spesso caratterizzato dal dipingere su tavoli di dimensioni ridotte, anche nel caso di superfici estese, per limitare la propria visione d’insieme), frequente negli artisti della sua generazione, non è solo un mezzo per eliminare il rischio di virtuosismo, rendendo più "automatico" il processo e lasciando spazio al comportamento dei propri materiali, ma è anche la via per essere il primo a venire sorpreso del risultato finale – sorpresa di cui noi oggi risentiamo l’eco – mimando in modo esplicito la tecnica fotografica9.

Pesce Khete, Untitled

Pesce Khete, Untitled (part.), 2014, pittura spray, oil stick e colorante per pittura murale su carta di cotone, 300 x 252 cm.

Mimesi e mimica

Le tracce e le impronte fin qui descritte costituiscono i dipinti di Khete come un insieme di azioni impresse, "fissate" su carta, documento dei processi avvenuti.
Non è un caso che – come adesso – per descrivere elementi pittorici, mi sia finora servito di termini o metafore ben più comuni all’interno di una camera oscura. Nella ricerca di Pesce Khete fotografia e pittura si incontrano e si scambiano idee, qualità e, a volte, anche materia. Mimano se stesse, vicendevolmente.
Le due fotografie in mostra sono esse stesse immagini parodistiche dell’attività mimetica. Vediamo rappresentato da un lato un bruco, che darà vita a una falena "testa di morto", chiamata in tal modo poiché sul dorso porta un disegno di teschio, diventando ai nostri occhi, mimetizzandosi, un’immagine (Untitled, 2014); dall’altro lato della sala Khete ha disposto la sua copia fotografica di immagine pubblicitaria, trovata in una città svizzera, il cui testo sembra "annegare" all’interno di un’immagine informe, nuovamente mimando la pratica pittorica di Khete (Untitled, 2014).

Pesce Khete, Untitled

Pesce Khete, Untitled (part.), 2014, pittura spray, oil stick e colorante per pittura murale su carta di cotone, 300 x 252 cm.

Le fotografie e dipinti coesistono all’interno dell’economia della mostra; non sono un’antitesi, ma due piani complementari, da pensare, fin dove sia possibile, simultaneamente:
“le fotografie ci permettono da un lato di ammirare in riproduzione ciò che i nostri occhi da soli non ci avrebbero potuto insegnare ad amare, e dall’altro, di ammirare il dipinto come un’entità a sé, la cui relazione verso qualcosa in natura ha smesso di essere la giustificazione per la sua esistenza” (Bazin, op. cit., p. 9, trad. dell’autore).

Pesce Khete, Untitled,

Pesce Khete, Untitled, 2014, pittura spray, oil stick e colorante per pittura murale su carta di cotone, 300 x 252 cm.

Peculiare di questo incontro fra pittura e fotografia è il vetro che apre e chiude il percorso espositivo (Untitled, 2014): un vetro di ridotte dimensioni, scheggiato e dipinto, che si è fatto strada fino allo spazio espositivo partendo probabilmente da ben più "umili origini". La sua funzione originaria sembra essere stata più quella di uno strumento di lavoro, una tavolozza o proprio quella matrice necessaria per eseguire ciò che abbiamo definito come impronte o "impressioni" di colore10. Però, una volta completata tale funzione strumentale, la sua natura di piano dipinto11, ha richiesto un’attenzione diversa, non avendo nulla da invidiare alle altre opere: anch’essa riesce a esprimere tutta la qualità indiziale che rende così "evocativa" la pittura di Khete. Ma non solo. Di tutta la mostra, infatti, essa può essere facilmente considerata l’opera più iconica. Estremamente somigliante a un negativo fotografico, questa superficie colorata e trasparente riesce a racchiudere al suo interno l’idea stessa di pittura, e dell’atto di dipingere, che Pesce Khete è riuscito a costruire. È il negativo di quella stessa "fotografia istantanea" che l’artista ha in seguito ingrandito e sviluppato nel corso di tutta la mostra.

Davide Daninos

 

NOTE
1. Il "gusto per la narrazione" di Khete si ritrova anche nella frase che dà titolo alla mostra – frase che sembra presa direttamente da un vecchio romanzo americano di spionaggio, ambientato in Germania durante la guerra: “Fast dunkel, she says”, "È quasi buio, lei disse…" – che, estrapolata da un suo presunto contesto di origine, diventa per noi indovinello, strumento per farci iniziare ad "assaggiare" l’atmosfera che lui stesso ha costruito.
2. Ho in mente qui l’etimologia latina del verbo “rappresentare”: repraesento, ovvero “rendo visibile”, “metto sotto gli occhi”, “rievoco”, “rendo presente”.
3. Isabelle Graw, The Value of Painting: Notes on Unspecificity, Indexicality, and Highly Valuable Quasi-Persons, in Isabelle Graw, Daniel Birnbaum, Nikolaus Hirsch (a cura di), Thinking through Painting: Reflexivity and Agency beyond the Canvas, Sternberg Press, Berlino 2012, pp. 45-57.
4. “[…]a highly personalized semiotic activity” (Graw, op. cit., p. 45).
5. In particolare come indice di azioni sociali: “l’indice in sé [è] visto come il prodotto, e/o lo strumento, di una azione sociale” (Alfred Gell, Art & Agency: An Anthropological Theory, Oxford University Press, Oxford 1998, p. 15. Corsivo originale, traduzione a opera dell’autore del presente testo).
6. Un indice per Peirce è: “un segno o una rappresentazione che rinvia al suo oggetto non tanto perché è associato con i caratteri generali che questo oggetto si trova a possedere, ma perché è in connessione dinamica (compresa quella spaziale) e con l’oggetto individuale da una parte e con i sensi o la memoria della persona per la quale serve da segno dall’altra” (C. S. Peirce, Semiotica, Einaudi, Torino 1980, p. 158).
7. Peter Geimer, Questions for Isabelle Graw, in Graw, Birnbaum, Hirsch, op. cit., pp. 59-60.
8. Con un procedimento, non diverso da come si realizzavano i monotipi, che l’artista ha inaugurato questo stesso anno in occasione della sua mostra personale a Roma presso Ex Elettrofonica (There should be a list somewhere, 01 aprile - 30 settembre). In questa circostanza l’artista aveva ‘impressionato’ con il colore una carta destinata alla stampa fotografica, nuovamente a sottolineare come questi due mezzi, fotografia e pittura, siano costantemente in dialogo all’interno della propria ricerca e collegati da quella qualità che definiamo come indiziale.
9. Non è un caso che André Bazin, nel suo famoso saggio “L’ontologia dell’immagine fotografica”, definì infatti la fotografia come la prima fra le arti a ricevere un vantaggio dall’assenza dell’uomo. (André Bazin, The Ontology of the Photographic Image (tr. Hugh Gray), in Film Quarterly, Vol. 13, No. 4., estate 1960, pp. 4-9.
10. Che, sottolineo, sono state chiamate in tal modo per un riferimento più che specifico alla fotografia e non all’Impressionismo, anche se come ben sappiamo questi due sono altresì collegati.
11. Dipinto in "negativo", togliendo più che mettendo colore.

 

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