Logo Arteecritica

Il contenuto di questa pagina richiede una nuova versione di Adobe Flash Player.

Scarica Adobe Flash Player

 
 
 
spacer

VALDAGNO, GUARDARE LE NUVOLE CON OCCHI DIVERSI

Non potendomi arrampicare sulle nuvole presi per le colline è il titolo del progetto curato da Eva Fabbris in occasione dei quarant’anni della Galleria Civica di Valdagno, una citazione ripresa da uno dei racconti presente nella raccolta Shorts dello scrittore vicentino Vitaliano Trevisan.
Giunti a Valdagno colpisce Grandi battaglie a mezzogiorno, occhi nuovi a oriente mi vedono, scorre il fiume dove muore il sole e a nord, la notte, un intervento di Simone Berti, la ricostruzione di una dimensione abitativa nel parco della città, un’abitazione sospesa e senza pareti che nella realtà non è mai esistita. I mobili, rialzati da terra con travetti in legno di diverse altezze, poggiano sulle fondamenta avvolte dal muschio e dal silenzio del tempo di quella sarebbe dovuta essere villa Favorita, una delle dimore della famiglia Marzotto, ideata da Giò Ponti ma mai realizzata: un angolo di storia in un presente che, dialogando con il passato, accenna e calibra tracce di esistenza, un’occasione per riflettere sul significato e sulla potenzialità dell’arte intesa anche come forma e linguaggio in grado di ri-creare, ri-modellare, re-inventare qualcosa che è stato sepolto. Le suppellettili utilizzate dall’artista iniziano, così, a caricarsi di un significato metafisico. Ripopolando per un attimo un immaginario che oscilla tra vite mai vissute e vite consumate, esse non creano soltanto trame narrative, ma rispondono all’atteggiamento esistenziale di tutta la mostra, in parte già accennato nel titolo, ma che si coglie più pienamente al termine del percorso.
“Tempo e spazio si possono entrambi occupare, ma io preferisco occupare solo il tempo, attraversando lo spazio. Per questo cammino in continuazione. Dove vado non ha importanza: mantenere una direzione è puro pretesto per tenere l’equilibrio, condizione essenziale per continuare a camminare”, scrive Trevisan.
SABRINA MEZZAQUI

Analizzandolo nel suo insieme, in relazione alle parole dello scrittore, il progetto espositivo sembra racchiudersi in una cornice dove spazio e tempo divengono concetti chiave che dialogano in un continuo rapporto dialettico. Non a caso la collettiva propone opere di diciannove artisti dislocate in diverse strutture tra centro storico e città sociale, e lo spazio non è e non può intendersi come una costante scissa dal tempo, proprio perché lo spazio è, oltre che luogo di una memoria collettiva, luogo in cui risiede un tempo interiore, luogo di una memoria e di un’interpretazione prima di tutto individuali. In Me di Giovanni Morbin, convivono queste due dimensioni. Sulla facciata di un edificio pubblico una lettera dal significato storicamente e politicamente controverso diventa un pronome oggettivo letto in prima persona, una memoria che da oggettiva si fa soggettiva. .

SABRINA MEZZAQUI

Da qui si intuisce che la volontà di fondo dell’intero progetto non sia stata quella di ideare una mostra che, fine a se stessa, rievocasse i fasti del passato per i più malinconici, ma che avrebbe potuto gettare uno sguardo con suggestioni e emozioni nuove sul paesaggio naturale e antropologico che ci circonda. Emblematico in questo senso è l’intervento di Fabio Sandri, Panoramica (Un popolo ascende..), in cui l’inseguirsi di due proiezioni in uno spazio circolare (la prima incentrata su diverse riprese di periferie industriali della valle dell’Agno, la seconda su inquadrature della città sociale) diventa esso stesso dispositivo di sguardo individuale, facendo dell’occhio del singolo il centro percettivo ed emotivo per eccellenza.
Anche le tessiture visive di Before they break before they die di Anna Franceschini rientrano in quella sorta di dimensione narrativa e soggettiva in cui i soggetti ripresi, che sembrano circondare e girare attorno all’occhio della cinepresa, diventano essi stessi sguardo sulla realtà. A pensarci bene, se l’atto del camminare, registrando ciò che ci sta attorno con lo sguardo, o con un qualsiasi altro strumento, rientra filosoficamente in una sfera esistenziale, esso può essere inteso anche come materialità, nel senso di una vera e propria esperienza concreta a contatto diretto con il terreno su cui poggiamo. 

SABRINA MEZZAQUI

È quanto succede nelle opere di Fabio Sandri, in parte in quella già citata, ma più chiaramente in Fotogramma, dove le proiezioni stesse vengono registrate e impresse nel tempo su una carta fotosensibile utilizzata come supporto. Una ricerca simile, incentrata direttamente su una concezione scultorea del medium, è l’intervento Area di Roberto Mascella che, attraverso un foglio di carta posizionato in un luogo di passaggio pubblico pedonale, dà la possibilità a chi vi entra di lasciare una traccia. Il risultato finale è un supporto che si ri-crea nel tempo partendo dalla sua stessa consumazione arrivando a sembrare quasi una sorta di bassorilievo. La sperimentazione dello spazio inteso come materialità si ritrova anche nelle sculture Cambio d’umore di Jacopo Candotti, Holes (My Niggaz) di Andrea De Stefani e Rendiresto di Giulia Piscitelli, rispettivamente realizzate in bronzo, asfalto e marmo. Quando la materialità inizia a sperimentare le sue stesse potenzialità di essere e trasformarsi, ecco che diventa processo, meccanismo. È il caso delle opere di Arcangelo Sassolino e Diego Soldà, rispettivamente Dilatazione pneumatica di una forza attiva e Macchina gocce, installazioni che si presentano come veri e propri circuiti aperti collocati in una precisa spazialità in cui si verifica la trasformazione di una determinata materia, senza che ciò accada con una modalità direttamente percepibile all’occhio umano. L’attesa e l’aspettativa generate da questa consapevolezza costituiscono una dimensione temporale ed esistenziale che diviene metafora di un senso di trasformazione intesa anche come caducità e transitorietà.

SABRINA MEZZAQUI

Tematiche che si riscontrano anche nell’altro video di Anna Franceschini, Polistirene, a cui fa eco la scultura Lachrymal Helms realizzata da Lupo Borgonovo. Polistirene è il materiale con cui vengono costruiti i manichini che Anna riprende nella loro fase di lavorazione e preparazione. Assistendo ad un processo meccanico che inizialmente appare come il processo esecutivo di un’idea di simulacro perfetto e inserito in una precisa temporaneità scandita e impeccabile, si coglie l’intento di trasmettere implicitamente l’inquietudine esistenziale dell’uomo. Riflettendosi in specchi anatomici inanimati, si rimane quasi turbati, in una tensione tra imperfezione e perfezione, tra ciò che è umano e ciò che è simulacro. Allo stesso modo, i calchi in bronzo realizzati da Borgonovo appaiono come organi incompleti, quasi viscosi e filamentosi alla vista e, all’interno, drammaticamente cavi. Le uova poste specularmente ai due calchi, invece, si mostrano, come i manichini, nella forma regolare e perfetta di un’astrazione, marcando la contrapposizione tra ciò che è organico e ciò che tende a esserne una rappresentazione ideale. Il tema della rappresentazione a sua volta riesce a mettere in atto passaggi di stato tra concretezza e immaginazione, tra spazialità e temporalità. Attraverso tecniche come il video o il disegno, artisti come Alessandro Ambrosini con Fateless, Marco Basta con Giardino e Ludovica Carbotta con take out-4 (la città sociale) esplorano dimensioni più evocative e immaginative, fino a sfociare nella dimensione dell’onirico nel caso della pittura di Dast e Stefano Zattera, rispettivamente con Teste di latta e Tokyo e Apocalypse Days, o in una dimensione psichica e fantascientifica nel caso di Barbara Ceriani Basilico e Alessandro Mancassola con il video Life on Mars.

SABRINA MEZZAQUI

Infine Negus – Echoes Chambre, performance audiovisiva che il duo Invernomuto ha realizzato presso il Teatro Rivoli aperto eccezionalmente in occasione del finissage della mostra, può essere intesa come una sintesi tra tutti i diversi linguaggi sperimentati all’interno della mostra, che ha reso il teatro un luogo di incontri tra storia, materia iconografica e suggestioni musicali. Ma è di fronte ad uno dei ritratti realizzati da Marco Saugo – che non rappresenta letterati o personaggi di cultura, come ritroviamo nella sua serie più famosa, ma un paziente di un ospedale psichiatrico – che si riesce a percepire un messaggio di umanità autentico, genuino, in cui l’uomo, collocato al centro dello spazio e del tempo, si ritrova costretto a misurarsi con i suoi limiti, le sue difficoltà, le sue carenze, i suoi eccessi e le sue aspettattive. Lo spirito della mostra sta proprio in questo: ri-scoprire, attraverso un atto o un gesto che operano su una precisa spazialità, un sentimento. La semplicità e la naturalezza di ciò che rientra nella sfera umana del sentire, sensazioni che spesso tendiamo a dimenticare o a lasciare in disparte in nome di attitudini più inclini a tendenze approsimative.

Giulia Oro

 

 

Il contenuto di questa pagina richiede una nuova versione di Adobe Flash Player.

Scarica Adobe Flash Player