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EFFETTI ONIRICI: GUSMÃO E PAIVA ALL’HANGAR BICOCCA

“Il tempo sembra passare. Il mondo accade, gli attimi si svolgono, e tu ti fermi a guardare un ragno attaccato alla ragnatela. C’è una luce nitida, un senso di cose delineate con precisione, strisce di lucentezza liquida sulla baia. […] Nel rumore del vento tra i pini, il mondo viene alla luce, in modo irreversibile, e il ragno resta attaccato alla ragnatela agitata dal vento”.

Inizia così Body art di Don DeLillo, con la descrizione di una situazione semplice e sfuggevole, quasi impalpabile, come quella dell’atto della visione, del pensare a uno sguardo che osserva e penetra qualcosa, come un ragno rintanato nella sua ragnatela, o un fascio di luce. Non accade quasi nulla in queste righe. C’è il passare del tempo, quello sì, e la messa a fuoco di una scena, di un rumore evocato o solo immaginato, in un’esperienza che tenta di abbracciare uno stato di “cose” o una porzione “solidificata” di realtà che non si manifesta mai in maniera definitiva.

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Papagaio, la retrospettiva del duo portoghese João Maria Gusmão e Pedro Paiva ospitata all’Hangar Bicocca, pare proprio attingere da un immaginario simile, in parte rallentato e fatto di slow motion, in parte denso e incasellato in close up. Frammenti di azioni di personaggi anonimi, balli di riti animisti, elementi quotidiani trasfigurati, oggetti, gesti semplici e fenomeni naturali vengono scrutati e indagati da una regia “esterna” orchestrata in buona parte da una High Speed Camera, che riprende a una velocità di oltre 3.000 fotogrammi al secondo. Che siano cerchi concentrici generati dall’impatto di alcuni sassi sulla superficie dell’acqua, o dettagli di un albero sezionato da una motosega, o ancora l’analogia tra un uovo, la luna e un pianeta, o un gruppo di scimmie che immergono le zampe in una pentola di acqua bollente per afferrare delle patate, c’è sempre un “tu”, un interlocutore esterno che viene interrogato sull’effettiva intelligibilità di esperimenti scientifici e accadimenti che rimangono sempre aperti o si concludono in modo inatteso, lasciando nell’aria un sapore di amara sospensione, quasi piacevole. Chi osserva è quindi chiamato a confrontarsi con due poli opposti ed è sottoposto a una “fascinazione magnetica”, una sorta di attrazione indotta che conduce verso una zona indefinita, al confine tra il reale e l’artificio, tra il sonno e la veglia, nell’impossibilità di cogliere attraverso i puri sensi la totalità di ciò che accade. Quello che ne scaturisce è l’esplorazione di un immaginario verosimile, fatto di apparenze, argomentazioni parascientifiche e processi di documentazione al limite del paradosso. È forse per questo che nella ricerca di Gusmão e Paiva è centrale, ed emana un certo fascino, il pensiero di Alfred Jarry, scrittore, drammaturgo e poeta francese della fine dell’Ottocento, ideatore della cosiddetta “patafisica”, definita come la “scienza delle soluzioni immaginarie”, nella quale tutti i principi assodati possono essere riaffermati in nome dell’assoluta libertà dell’artista. Non esistono quindi verità assolute, ma solo relative e sempre mutevoli.

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Transitorietà instabile e assenza di linguaggio. Buio avvolgente, ritmicamente intervallato dal suono dei proiettori - l’unico rumore udibile - e da “strisce di lucentezza liquida”, che animano un dispositivo visivo che “riflette” sulla ricezione e la percezione di immagini, a partire dalle svariate forme di rielaborazione mentale di ciò che viene a contatto con la nostra retina. Come accade in Before Falling Asleep, a pre-cortical image inside a moving train(2014), nel quale il principio della visione stereoscopica è letteralmente illustrato attraverso l’utilizzo di due lenti identiche, ma di colori differenti, posizionate a un certa distanza tra loro. L’intento è quello di riprodurre la visione sfuocata di una persona che sta per addormentarsi in un vagone ferroviario. E l’idea di fondo, “espansa”, è forse quella di perdersi in un “sonno della ragione” che qui non genera mostri, bensì rivelazioni inattese, rallentamenti, déjà vu, sospensioni, opposizioni, in un circolo di assonanze simboliche, poetiche, iconografiche e metaforiche che galleggiano nello spazio espositivo. E chissà dove altro.

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Funzionando come una sorta di grande narrazione concettuale e “poetico-filosofica”, come viene definita dagli artisti stessi, dove ogni pellicola è concepita come parte di un processo sperimentale e documentativo più ampio, Papagaio si lascia esperire come un grande diorama di immagini fluide e sospese, che non nascondono il proprio legame con il cinema delle origini e con i film sperimentali degli anni Sessanta e Settanta. Se da un lato troviamo la tradizione documentaria dei fratelli Lumière e la loro “irruzione” nel quotidiano, dall’altro è evidente il riferimento al filone del cinema fantastico e fantascientifico di Méliès, il “padre degli effetti speciali”. Forte e vivo è anche il riferimento alla filosofia pre-socratica, agli studi di ottica di Newton, alla teoria dell’evoluzione di Darwin, ai racconti fantascientifici di Stanislaw Lem (che coniugò il genere della fantascienza, con il romanzo filosofico), Victor Hugo, Henri Bergson (per le sue riflessioni sull’interazione tra percezione e memoria), Fernando Pessoa, con la “metafisica della ricreazione” e La grande beuverie di René Daumal.

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Compongono il diorama: trentasei film in 16mm (dieci dei quali inediti), una proiezione di circa 40 minuti da fruire frontalmente, come al cinema, e tre installazioni definite Camera Obscura, veri e propri ambienti per la proiezione di immagini in movimento, ricreati attraverso l’uso di oggetti e di dispositivi elettrici. Le tematiche esplorate nei film - con i rispettivi riferimenti letterari, filosofici e scientifici - finiscono per sovrapporsi e intrecciarsi, come nella vita e nella visione. È così che DeParamnésia (2001-2002), Eflúvio Magnético (2003-2006) e Abissologia (dal 2006) - le tre grandi macro aree di indagine degli artisti - si compenetrano in un’unica sostanza pulsante, fatta di immagini, luci e ombre che ribaltano gli schemi visivo-percettivi e associativi con i quali siamo soliti esplorare e indagare la realtà, invogliando ad assumere fisicamente un punto di vista ogni volta diverso, fruendo lo spazio su più livelli. Cross Eyed Table Tennis (2014), è esplicativo di questa “postura”: in quattro minuti e mezzo viene mostrato il movimento di una pallina da tennis durante una partita di ping pong. L’azione è seguita dallo sguardo di due uomini affetti da strabismo. La divergenza tra il movimento della palla e gli sguardi è quasi ipnotico, e non fa che accentuare l’ambivalenza tra illusione e percezione: siamo ancora una volta incastrati in apparizioni quasi allucinatorie.

Giovanna Manzotti


 

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