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IL FLUIRE DELLE NARRAZIONI. DAN GRAHAM PER LA FONDAZIONE ZEGNA

Le centotrentacinque bandiere di sette tonalità differenti che Daniel Buren installò nel 2008 sulle terrazze panoramiche del Lanificio Zegna tendevano a fondersi in un’unica sfumatura che l’occhio umano percepiva come la scia cangiante di un arcobaleno, con tonalità cromatiche dal verde all’azzurro. Questi “utensili visivi”, come ama definirli l’artista – ancora svettanti oltre l’orizzonte architettonico della fabbrica – segnalano i cambiamenti repentini del vento e, in parte, quelli della luce. Anche Roman Signer, qualche anno più tardi, nel 2012, progettò per il viale di ingresso dell’azienda piemontese il suo Horologe, una “scultura-tempo” di quattro metri di altezza, la cui ritmicità non era scandita dal normale scorrere delle lancette (di cui tra l’altro è privo), bensì dalla fuoriuscita regolare di uno sbuffo di vapore ad alta pressione, più o meno intenso, pronto a svanire ogni volta, nel tentativo di bloccarsi nei brevi istanti che compongono il presente.

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Mutamento, fluidità, processualità. Qualcosa sembra legare questi due interventi tra loro, richiamando anche alla mente il dinamismo (sebbene inizialmente non così evidente) di Two Way Mirror / Hedge Arabe (2014), padiglione in acciaio e vetro che Dan Graham ha presentato per la sesta edizione di All’Aperto, progetto a cura di Andrea Zegna e Barbara Casavecchia, e promosso dalla Fondazione Zegna, che da alcuni anni sostiene e sviluppa nell’area attorno a Trivero (BI) una serie di opere permanenti, (tra cui quelle citate all’inizio), che nascono dalla stretta frequentazione di alcuni artisti internazionali con il luogo e la collettività locale, allo scopo di valorizzarne il territorio e lo sviluppo culturale.

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Sezionata al centro da un’alta siepe in tasso che crescerà ulteriormente nel tempo, questa struttura architettonica – adagiata nella Conca dei Rododendri progettata per l’Oasi Zegna intorno agli anni sessanta dall’architetto paesaggista fiorentino Piero Porcinai, e recentemente ampliata dal nuovo percorso di Paolo Pejrone – si inserisce all’interno di quella ricerca sui giardini storici, sul paesaggio, nonché sul rapporto e l’interazione tra arte, architettura, ambiente e spettatore, che l’artista americano persegue sin dagli anni ottanta.

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È infatti proprio a partire dalla riflessione contenuta nel suo saggio Garden as Theater as Museum del 1988 che Graham interpreta i giardini rinascimentali come i primi musei della storia occidentale. E da lì il passo è breve, ma ben deciso: dalla realizzazione di padiglioni quali Two Adiacent Pavilions per Documenta VII, Kassel (1982), si passa a Two-Way Mirror Punched Steel Hedge Labyrinth (1994-96) a Minneapolis, un’indagine che traeva ispirazione dai labirinti di siepi barocchi e dai suburbs tipici dei grandi quartieri residenziali, per giungere fino a Hedge Two-Way Mirror Walkabout, il nuovissimo ambiente installato sul tetto del Metropolitan Museum di New York, realizzato in collaborazione con l’architetto di paesaggio svizzero Günther Vogt.

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Ciò che sembra connotare fortemente Two Way Mirror / Hedge Arabe – da un punto di vista tanto strutturale, quanto legato a una “fruibilità emotiva” – è la scelta di collocarlo in un luogo strategico, quasi suggestivo, dove il “ritmo” della natura fosse in grado, come di fatto avviene, di scivolare e bloccarsi sulla superficie della struttura stessa, intesa come elemento decorativo dai lineamenti curvilinei, evocativi dello stile arabesque di sapore islamico, connotato dall’intreccio di motivi vegetali e floreali. Entrando in simbiosi con un paesaggio circostante in continuo mutamento di colori, ombre e odori, la scultura registra l’effetto caleidoscopico delle forme che si riflettono sulle due lastre di vetro, qui assemblate in modo tale da moltiplicare gli angoli di rifrazione, amplificando e allungando le sovrapposizioni delle immagini. Il senso di espansione e di compenetrazione è dato anche dall’utilizzo di un vetro particolare, a riflessione differenziata, trasparente da un lato, e riflettente dall’altro, come uno specchio.

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Questa combinazione cattura lo sguardo, sospende la rigidezza dei materiali del padiglione – curatissimo nei dettagli e nelle rifiniture – e lo “alleggerisce”, attivando al contempo un fluttuare di scie fugaci, sfumature cromatiche e images che diventano pictures aperte alla contingenza temporale dell’istante nel quale si rendono visibili,“incastrate” nel supporto fisico che le ospita, annidate per pochi istanti e “fragili” al cospetto dello scenario circostante, dei movimenti delle nuvole, della natura, delle cose e dell’uomo. E di come quest’ultimo vede se stesso e gli altri. “My work is always about how viewers see themselves”, afferma infatti l’artista. A metà tra un luogo di raccoglimento intimo di contemplazione e un angolo dedicato all’incontro con l’altro, dove poter sostare e conversare, questo padiglione si configura come una forma “aperta” che un giorno, nel tempo, verrà come “inglobato” dalla natura la quale, impossessandosene, lo renderà forse un tutt’uno con il suo habitat naturale, ora fedele complice in grado di lasciare delle tracce visive degne di una pratica en plein air più vera che mai.


Giovanna Manzotti

 

 

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