Logo Arteecritica

Il contenuto di questa pagina richiede una nuova versione di Adobe Flash Player.

Scarica Adobe Flash Player

 
 
 
spacer

SOSTEGNI E RELAZIONI: CÉLINE CONDORELLI ALL’HANGAR BICOCCA


i art sicilia

À Bras Le Corps – with Philodendron (to Amalia Pica), 2014. Courtesy l'artista e la Fondazione HangarBicocca, Milano. Foto di Agostino Osio.

Soffermarsi ad osservare la luce del giorno in uno spazio dove l’occhio è sempre stato abituato a ritmi luminosi diversi, dettati dal posizionamento di specifici impianti elettrici. Farlo con la consapevolezza che anche una semplice struttura come un’esile finestra a raso terra, scandita in quattro parti modulari, possa funzionare da cornice che indirizza lo sguardo verso il cortile esterno, una sorta di filtro trasparente con il quale interagire. Se poi questa apertura si configura già da sé come un consapevole supporto per l’inquadramento prospettico di un oggetto, allora accade che lo spazio circostante – inteso come spazio esterno che al contempo penetra all’interno – si presenti come un grande spartito sul quale poter rimarcare un preciso ritmo visivo, ogni volta uguale, ogni volta diverso. È così che baubau (2014), logo-insegna ideato per il caffè del Museo di Arte Contemporanea di Lipsia, ci osserva da fuori con luminosità alternata, doppiamente incasellato dalla geometria della medesima finestra modulata e da una scrivania-scala composta da un assemblaggio di mobili che agiscono come estensioni e protesi del corpo umano.

i art sicilia

baubau, 2014 (part.), vista dell'installazione, Leipzig Museuo di Arte Contemporanea, (GfZK), Leipzig. Courtesy l'artista. Foto di Lars Bergmann.

i art sicilia

Vista dell'installazione Céline Condorelli, Chisenhale Gallery, Londra, 2014. Courtesy l'artista. Foto di Andy Keate.

baubau, parola veloce e “scivolosa” che in tedesco significa “costruzione”, ma anche “in costruzione” – con il suo rimando onomatopeico all’abbaiare del cane e il richiamo all’esperienza esemplare del Bauhaus – è anche il titolo della mostra di Céline Condorelli, a cura di Andrea Lissoni, ospitata nello spazio Shed di Hangar Bicocca. Se nel titolo è già esplicito il riferimento all’idea di trasformazione, processo e sviluppo – nella coesistenza di idee elastiche e funzionali che si allargano fino ad abbracciare un più ampio strato sociale e conoscitivo – anche la modalità dell’allestimento (e del suo fitto apparato comunicativo) è pensata come mappatura di un preciso paesaggio atto a ridefinire e ristrutturare forme dinamiche di scambio, produzione, conoscenza e condivisione tra il singolo e quelli che potremmo definire oggetti di scena, sculture e sostegni architettonici. Infiltrandosi nel significato più profondo e multiforme dell’atto stesso del “mostrare”, l’artista-designer-architetto londinese, classe 1974, ha orchestrato un display espositivo ben calibrato, la cui infrastruttura dipende fortemente dal contesto che lo ospita, e nel quale si dispiegano e condensano pensieri e ricerche affini che riflettono su valori quali l’amicizia, il sostegno reciproco (concettualmente e fisicamente), il lavoro collettivo e la dedizione ad attività che esplorano – letteralmente “costruiscono” – reti di indagine culturale, economica, sociale e politica. Sono esemplari a tal proposito due opere, sintomatiche del “dualismo atmosferico” della mostra: dell’alternanza tra giorno e notte, tra luce e buio. Si tratta di White Gold (2012), un’ampia tenda stampata utilizzando immagini dei primi anni del Novecento raffiguranti campi di cotone egiziano, materiale ai tempi definito “oro bianco d’Egitto”, e Nerofumo (2014), nuova produzione per Hangar Bicocca, consistente in un tracciato di impronte e porzioni di pneumatici alterati: una sorta di coagulo espressivo di un processo più lungo svoltosi all’interno del Polo Industriale di Settimo Torinese dove l’artista ha studiato le fasi di lavorazione della gomma, assistendo ad ogni passaggio dell’iter produttivo, a stretto contatto con la comunità lavorativa. Funge da snodo di “sostegno” e diramazione tra questi due interventi, un tavolo bullonato in metallo dal titolo Support Structure (Red) (2012), sul quale si dispiega su più livelli un atlante di documenti, fotografie, fonti di riferimento e frammenti visivi inerenti alle opere esposte, un vero e proprio archivio scientifico per la mostra, intesa come risultante di un ricercare-fare-connettere molto più vasto e complesso: un processo di creazione e produzione culturale in senso lato.

i art sicilia

bau bau, 2014, vista dell'installazione. Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano. Foto di Agostino Osio.

i art sicilia

Additionals (Night Piece), 2012, vista dell'installazione Additionals, Roger Stevens Television Studio, Università di Leeds. Courtesy l'artista.

Anche The Bottom Line (to Kathrin Böhm) (2014), tenda leggerissima in tessuto semitrasparente e termoriflettente che sembra svincolarsi da ogni contatto terreno, funge da linea divisoria dello Shed, fiancheggiando e sfiorando nella sua impalpabilità oggetti diversi, fino a ricreare un ambiente quasi domestico che ingloba in un solo respiro movimenti e stati di quiete solo apparente. Un ventilatore a estrazione è infatti montato su una parete di recupero, permettendo a un flusso d’aria variabile di entrare costantemente nello spazio e disperdersi, come a sottolineare un persistente rapporto di interazione tra ciò che sta fuori e ciò che sta dentro, nella sovrapposizione di più livelli di fruizione che non smettono mai di intrecciarsi con i dispositivi che incontrano. Delle piante rampicanti crescono invece quotidianamente poco alla volta, in condizioni di luce artificiale, aggrappandosi a tubi di acciaio posizionati su una base esagonale a gradoni. Poi ponteggi, piedistalli, lampade, sedute per riposare, leggere, ascoltare e parlare (Additionals): tutte strutture che sembrano “alludere” alla perdita dei confini tra il tempo del lavoro e il tempo dello svago, invogliando alla condivisione e all’aggregazione, per sfumare in circostanze non troppo lontane dall’ottica incanalata dal Costruttivismo russo, dal Bauhaus e dall’Arte relazionale.

i art sicilia

bau bau, 2014, vista dell'installazione. Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano. Foto di Agostino Osio.

i art sicilia

Vista dell'installazione bau bau. Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano. Foto di Agostino Osio.

Aggrapparsi visivamente e fisicamente a un’impalcatura architettonica che aggetta strumenti che sono opere d’arte, ma che al contempo rifuggono da rigide classificazioni di tipo formale o estetico che le legano alle righe dello stesso spartito: percepirlo significa comprendere di essere all’interno di una sovrastruttura produttiva nella quale siamo da sempre inseriti. Prenderne coscienza attraverso l’arte è piacevole e unico, tanto quanto osservare la luce del giorno là dove l’occhio è sempre stato abituato alla penombra. Giovanna Manzotti

i art sicilia

White Gold & Support Structure, Red, 2012, vista dell'installazione Social Fabric, Lunds Konsthall, Lund. Courtesy l'artista. Foto di Lunds Konsthall.

 

 

 

Il contenuto di questa pagina richiede una nuova versione di Adobe Flash Player.

Scarica Adobe Flash Player