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QUATTRO DIFFERENTI APPROCCI ALLA PRATICA PITTORICA

di Daniela Cotimbo

“L’unico vero privilegio del linguaggio risiede nel potere di traduzione illimitata che l’indipendenza, in esso, non solo dell’espressione dal contenuto, ma persino della forma dell’espressione dalle sostanze, permette di dispiegare in un’opera di surcodificazione di ogni strato.”1

CsO, veduta mostra, Operativa Arte Contemporanea, Roma.

CsO, veduta mostra, Operativa Arte Contemporanea, Roma.

CsO è una mostra collettiva che nasce dall’osservazione di un fenomeno presente nelle pratiche di alcuni artisti, con particolare riferimento a quella generazione definita “giovane” che lontana da facili classificazioni è il cuore pulsante dell’attività artistica contemporanea. Ultimamente il dibattito sulla pittura e il suo ruolo nella contemporaneità è tornato ad accendere gli animi di chi, schierato su un versante o sull’altro, fatica a dare una risposta definitiva. Un dato è certo, oggi l’artista tende ad escludere qualsiasi forma di identificazione con la figura esclusiva del pittore e non potrebbe essere altrimenti in un contesto articolato come quello che caratterizza il fare arte oggi. Tuttavia, ed è questo l’interesse specifico della mostra, ci sono alcune caratteristiche della pittura che, lontane dal potersi definire esaurite, continuano a rivivere anche in opere apparentemente legate ad altri contesti di produzione.
Analizzare questo aspetto non vuol dire rispondere in maniera categorica ad una domanda sul valore della pittura nella contemporaneità, ma constatare come per alcuni artisti l’importanza di questa pratica si manifesti in un dialogo trasversale con altri media.
Ho scelto quattro artisti, e avrei potuto sceglierne molti altri, ma in ognuno di essi ho trovato un legame con la pratica pittorica differente. Le opere in mostra partono da questo legame per poi emanciparsi, prendere la propria direzione.

CsO, veduta mostra, Operativa Arte Contemporanea, Roma.

CsO, veduta mostra, Operativa Arte Contemporanea, Roma.

CsO, veduta mostra, Operativa Arte Contemporanea, Roma

CsO, veduta mostra, Operativa Arte Contemporanea, Roma.

Nella prima sala della galleria si fronteggiano due opere.

Deposizione di Vincenzo Simone:
“Questo titolo definisce la scelta di interagire in modo minimo, ma allo stesso tempo caricare di qualcosa quel materiale (il materiale della pittura).
Per assurdo posso dire che è stato il posto in cui ho realizzato il lavoro a fare il lavoro, lasciando su di esso un’impressione ben precisa. Mi piaceva il fatto che esso assorbisse tutte le cose che erano in quello studio, e volevo che restituisse questo tutto; posso dire che la dimensione fisica di Roma è come se avesse modulato il lavoro, mi viene in mente, ad esempio, la pelle che tiene in mano San Bartolomeo nel Giudizio Universale della Cappella Sistina.
Il titolo Deposizione allude dunque al  presentarsi del lavoro per poi cadere giù, perché anche la pittura non si sottrae alla forza di gravità.
Penso a questa opera come ad un ectoplasma, come il fragile supporto attraverso il quale un'idea riesce a manifestarsi nella nostra realtà.
Normalmente faccio molta fatica a dare dei titoli ai lavori, questa è stata la prima volta in cui è come se avessi caricato quella stoffa di una responsabilità.”

Vincenzo Simone, Deposizione, 2015

Vincenzo Simone, Deposizione, 2015, tempera su vinavil (6 kg), 100x300 cm, Operativa Arte Contemporanea, Roma.

Sulla parete frontale, Tiziano Martini compie un’operazione inversa. Tutto si gioca ancora sul supporto bidimensionale, ma, anche in questo caso, il processo perde qualsiasi intenzionalità:
“Untitled è visivamente un monocromo bianco su bianco ed è facente parte di una serie di lavori ai quali mi sto dedicando da circa un anno, nei quali  intervengo solo marginalmente, rigorosamente sottoforma di strumento e nei quali mi attivo solamente perchè devo, mentre le decisioni che prendo sono ridotte alle necessità.
Esso non contiene pretese narrative ed implicazioni autobiografiche. Non esistono modi ne strumenti migliori. Fedele a questo  approccio, sono convinto, che, l'innescare una qualsiasi azione in studio, sia più efficacie ed importante che esercitare una volontà continuativa premeditata nei confronti del supporto. In questo modo ottengo una cristallizzazione formale diretta, schietta e priva di filtri. Cerco di rapportarmi al supporto nel momento in cui, sottoposto ad stimolo costante, mi sono astratto dall'attenzione nei confronti di questo, pur rimanendone costantemente esposto.  Come sentire una melodia di sottofondo senza darle retta.  Questo è l'umore nei miei lavori.”

In questo confronto, una domanda sul valore dell’esperienza pittorica contemporanea, lungi dall’essere risolta, moltiplica i punti di vista possibili.

Nella stessa sala, sulle restanti due pareti si fronteggiano due lavori di Marco Pezzotta, dove la pittura è analizzata in quanto linguaggio codificato, atto a veicolare determinati contenuti.

Marco Pezzotta, Safari,

Marco Pezzotta, Safari, 2015, spray su poliestere, 60x90 cm, Operativa Arte Contemporanea, Roma.

“Da molto tempo a questa parte lavoro ormai sulla costituzione di identità di gruppo, sui concetti di insieme e di sistema, e su come un sistema non sia mai completamente indipendente ma abbia sempre bisogno di un elemento esterno che lo legittimi - lo stesso avviene per le persone. L'interesse per un'identità post-coloniale nasce in questo modo, dal fatto che sia stato necessario allontanarsi progressivamente da un luogo per andare a cercare una diversità dalla quale farsi riconoscere. In Safari tutto si concentra sotto un simbolo che corrisponde alla nazione. Quest'anno sono passati 130 anni dalla conferenza di Berlino (1884-85), nella quale gli stati occidentali si sono divisi il continente africano (diviso da persone che non avevano nemmeno idea dove si trovassero le montagne o i laghi che cercavano di spartirsi, o senza considerare le strutture interne e le divisioni tribali già presenti sul posto).
La componente personale è stata poi forte soprattutto all'inizio del lavoro, quando -quasi per gioco- mi sono fatto tatuare da un amico Scar del re leone su una gamba, volutamente con dei colori diversi rispetto a quelli dell'originale Disney. L'estetica dei cartoon mi ha sempre affascinato, soprattutto quella Walt Disney, è quella con la quale la mia generazione è cresciuta, attraverso la quale siamo stati protetti dalla realtà-reale, dalla violenza che non per forza può essere categorizzata attraverso una classificazione buono-cattivo. Anche qui si parla di convivenza, di divisioni e legittimazioni reciproche e di quelle continue turbolenze che sono l'assestarsi del mondo e nelle quali cerchiamo di ricavare dei posti per vivere.
Quale sia il significato di questa cosa rispetto a me stesso è una domanda alla quale non posso dare una risposta chiara perché il lavoro stesso cerca di oggettivarsi sempre meno, di esistere sempre all'interno di un movimento e di una relazione di cose. Credo solo che sia importante interrogarsi sulla rarefazione dell'identità e soprattutto prepararci al periodo che ci aspetta ora che l'uomo ha perso il suo posto dal centro dell'universo”

Marco Pezzotta, Content Aware, 2015

Marco Pezzotta, Content Aware, 2015, incisione laser su plexiglass, olio, 21x21 cm, Operativa Arte Contemporanea, Roma.

Infine Shelter, la grande installazione di Cristiano Tassinari, come una quinta teatrale invade lo spazio della seconda sala, segnando un confine.

Cristiano Tassinari, Shelter, 2015

Cristiano Tassinari, Shelter, 2015, spray su alluminio, mdf, legno, dimensioni ambientali, Operativa Arte Contemporanea, Roma.

“Shelter è un oggetto scultoreo al limite tra pittura espansa e critica sociale. Il lavoro si presenta come struttura semi convessa che impedisce il libero movimento dello spettatore nello spazio. Questo oggetto è mutuato dagli elementi architettonici che appartengono al nostro vissuto quotidiano. Mi interessa in particolare la relazione tra le persone e l'ambiente sociale, le periferie, i supermarkets, i luoghi pubblici considerati come indiretto termine di verifica della ricerca. Mi piace pensare che lo spettatore possa trovare i termini di un confronto dialettico, che risuoni come qualcosa di già visto, di familiare.
Il lavoro sviluppa e amplia un corpus di lavori volti ad indagare la complessità delle forme tridimensionali e il loro dialogo con lo spazio. Un assemblaggio di quindici elementi con chiaro richiamo alla severità dell'architettura modernista il cuirigore non vuole essere autoreferenziale, ma declinato all'errore, alla programmata impurità.
La struttura composta da alluminio pressoformato per l'edilizia è lasciata a vista nella parte esterna, mentre le superfici delle lamiere sono state successivamente trattate con vernice spray lasciando visibili le imperfezioni del suo processo pittorico.
Un lato lavorato con spray blu allude alla bandiera della comunità Europea, mentre il titolo Shelter (rifugio), declina in positivo quello che in realtà è una struttura che separa e divide lo spazio creando idealmente un interno ed un esterno.”

Cristiano Tassinari, Shelter, 2015

Cristiano Tassinari, Shelter, 2015, spray su alluminio, mdf, legno, dimensioni ambientali, Operativa Arte Contemporanea, Roma.

Ognuno di questi interventi è tenuto assieme dalla volontà di muoversi attraverso le fibre del medium per giungere in territori sconosciuti, là dove i confini sfumano e qualcosa di altro si manifesta.
 
CsO vuol dire Corpo senza Organi.


1. Gilles Deleuze e Felix Guattari, Mille Piani. Capitalismo e schizofrenia, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1987,p. 89.

 


 

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