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ESTHER KLÄS. EACH SCULPTURE HAS TO BE COMPLETE

intervista a cura di Andrea Ruggieri

Approcciando una vasta selezione di processi e materiali, Esther Kläs crea forme residuali di costruzioni plastiche, prive di decorazioni e nelle quali il colore fa parte del processo produttivo. Il corpo è l’implicito soggetto, utilizzato come riferimento astratto nelle sue sculture o come citazione in calchi delle sue mani, delle sue ginocchia o gomiti. Il lavoro presentato alla Fondazine Brodbeck testimonia questi processi, ma apre a riflessioni che riguardano anche la costruzione e la fruizione dello spazio (non solo espositivo). La mostra Our Reality – frutto di una residenza di un mese a Catania – è quindi occasione per porre due domande all’artista sul suo lavoro.

i art sicilia

Esther Kläs, Our Reality, veduta dell’installazione presso Fondazione Brodbeck, Catania. Courtesy Galleria SpazioA, Pistoia. Foto Vittorio Platania.

AR: Ciò che mi colpisce del tuo lavoro è che, pur mantenendo vivo il rapporto con la tradizione della scultura, sperimenta nuove soluzioni formali, stimolando un rapporto fisico e intimo con i suoi elementi intrinseci. Forme sospese o accoglienti e l’uso di pigmenti colorati introducono in una costruzione complessa che modifica la percezione dello spazio pur non intervenendo direttamente su di esso. Si può dire che tale impostazione sia endemica al tuo lavoro al punto da ritrovarla invariata nelle opere bidimensionali?     
EK: Ogni scultura deve essere completa, come accade ad esempio con le parole. Alcune parole sono grandi, altre piccole. Alcune sembrano più importanti di altre. Ma tutte sono indispensabili per costruire una frase. In qualche modo, mi piace pensare così a spazi e mostre – la possibilità di dire qualcosa per l’occasione. In molti dei disegni penso al movimento e alla distanza, all’accumulo. Ciò che mi interessa maggiormente nel disegno è la possibilità di cancellare e aggiungere – proprio lì su un foglio di carta. È un processo molto democratico e non gerarchico.

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Esther Kläs, Our Reality, veduta dell’installazione presso Fondazione Brodbeck, Catania. Courtesy Galleria SpazioA, Pistoia. Foto Vittorio Platania.

AR: Il lavoro che presenti alla Fondazione Brodbeck in occasione della mostra Our Reality è il frutto di una residenza catanese: pietra lavica e immagini di strada ne diventano elementi tutt’altro che accessori, innestandosi nelle maglie della tua poetica rigorosa. Si può dire pertanto che il frutto di quest’esperienza assuma una dimensione poetica più che narrativa?
EK: Trovare un manifesto come quello in mostra è stata una fortuna. Io e il mio amico tornavamo dalla spiaggia quando ho visto il manifesto strappato del circo, l’enorme bocca aperta dell’ippopotamo, e la tigre. Dopo 100 metri ho detto al mio amico che dovevamo tornare indietro a prendere quel manifesto. Esistono questi momenti di urgenza inaspettati in cui vedi qualcosa che non cercavi, ma che ti attira quando la vedi poiché si collega a qualcosa che è nella tua testa. Può essere qualsiasi cosa – e il bello è che puoi saperlo solo quando la vedi.

 

 

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