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“LIVE AND WORK IN SITU”: PHILIPPE PARRENO ALL’HANGAR BICOCCA


PARRENO

Philippe Parreno, veduta della mostra Hypotesis, Hangar Bicocca, Milano, 2015.

Il consiglio è di immergersi nella mostra di Philippe Parreno ospitata all’Hangar Bicocca e di starci il più possibile. Si può anche sostare in un angolo o ballare, ma è rigore ritornare una o più volte. I motivi per farlo sono tantissimi; non serve elencarli tutti.

PARRENO

Philippe Parreno, veduta della mostra Hypotesis, Hangar Bicocca, Milano, 2015.

Basta solo saper cogliere - come afferma l’artista francese - che “una mostra non è solo una disposizione di oggetti, ma anche un atto di invenzione”. E nel suo caso questa attitudine è evidente nello sviluppo di una pratica continua nella quale sono fortemente presenti momenti di conversazione e collaborazione con altri colleghi (tra cui anche compositori e gruppi musicali), e di rielaborazione e rinegoziazione degli oggetti artistici, intesi come entità performative in un contesto dove i codici legati alla percezione del fattore spazio-tempo sono totalmente sovvertiti, dissolti.

PARRENO

Philippe Parreno, veduta della mostra Hypotesis, Hangar Bicocca, Milano, 2015.

Se poi si intuisce che ciò che si ha davanti agli occhi è concepito come una macchina coreografata e modulata che ospita al suo interno diverse sequenze di eventi (o la possibilità che questi accadano), ci si rende davvero conto di essere entrati a far parte di una narrazione aperta: una drammaturgia fatta di suoni, melodie, luci intermittenti, ombre e immagini in movimento. In questo senso Hypothesis è intensissima. E lo è soprattutto perché - come suggerisce Andrea Lissoni, curatore della mostra - “può essere considerata come un modello sperimentale di mostra personale, un’ipotesi per un progetto espositivo inteso come esperienza temporale mutevole e senza confini”.

PARRENO

Philippe Parreno, veduta della mostra Hypotesis, Hangar Bicocca, Milano, 2015.

Nulla tocca il suolo, proprio per lasciare il pubblico libero da ogni vincolo di tempo specifico, mettendolo nelle condizioni di muoversi e spostarsi nelle navate, come se fosse in un grande boulevard.
Tutto è sospeso in una composizione nella quale l’entrata e la fuoriuscita di scena di alcuni elementi genera una “catena di immagini” che in fin dei conti non fa altro che tradurre i meccanismi di produzione della realtà.
E allora, forse, tre visite non basteranno.

Giovanna Manzotti

 

 

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