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IL CORPUS ALLEGORICO DI FRANCESCO BERTOCCO E ALBERTO GRIFI

di Giovanna Manzotti

Arti e capo si muovono in modo convulso. Corpi contratti compiono gesti incontrollati, quasi epilettici, a estensione di una contorsione interna e spasmodica. Corpi ridotti a oggetti, cavie e prove. Corpi assuefatti, sottratti al proprio potere identitario ed esposti, viceversa, alla quasi totale nudità. Corpi a sé stranieri, sebbene la condizione dell’essere-estranei sia inerente alla propria corporeità. Corpi le cui forme palpitanti e pulsanti, a scansione di una sonorità muta che si contrae e si espande, veicolano un ritmo fisico – relativo anche all’immagine in movimento che li supporta – che scivola fuori dai propri confini di contorno, virando verso spazi esterni di “medicalizzazione forzata”, ideologicamente pervasi da costrizioni di stampo fascista. Guardando Il preteso corpo di Alberto Grifi (1938-2007), inedito documentario del 1977 basato sul ritrovamento di materiale storico preesistente risalente al Ventennio fascista, penso subito a quanto un corpo, inteso in termini scientifico-didattici e di valenza storica, possa essere spinto, per malattie o obblighi indotti, oltre i limiti del proprio ordinario funzionamento fisiologico e mentale. Questo “esercizio visivo” in 16 mm, firmato dal regista sperimentale romano come ready made, presenta infatti, uno dopo l’altro, diversi casi di pazienti affetti da demenza paranoide precoce, stati allucinatori di vario tipo, deliri psicofisici, crisi e disturbi mentali che provocano alterazioni di benessere generale. Ricoverati presso l’ospedale neuropsichiatrico della Provincia di Varese, questi soggetti vengono sottoposti alla cura della schizofrenia con l’acetilcolina, un medicinale prodotto da La Roche, in grado di scatenare la cosiddetta “burrasca vascolare” che non induce a uno shock violento, ma tende piuttosto a provocare “utili modificazioni nell’irrorazione sanguigna cerebrale e nel tono neurovegetativo”.

Alberto Grifi, Il preteso corpo

Alberto Grifi, Il preteso corpo, 1977, still.

A partire dalla crudezza di questo “oggetto filmico”, Francesco Bertocco (Milano, 1983) intavola una ricerca audiovisiva incentrata sul concetto di corpo nella sua totalità – declinato anche nelle varie fasi formativo-comportamentali dell’essere attraverso la teatralizzazione del Sé – che sfocia in ALLEGORIA(video HD, 2014). La mostra, curata da Simone Frangi e ospitata presso lo spazio di Viafarini DOCVA, si conforma come un progetto dialogico bipersonale di natura installativa tra il documentario sperimentale di Bertocco e il “ritrovamento” di Grifi, in un continuo vis à vis di confronto, integrazione e influenza tra due impianti filmici e registri narrativi in origine molto distanti tra loro. Strutturandosi secondo stati processuali di rappresentazione ben precisi, ALLEGORIA si compone di tre parti che raccontano “storie” dove sono i corpi stessi a spingersi verso la designazione di possibili relazioni di contiguità con ciò che li circonda.

Francesco Bertocco, ALLEGORIA

Francesco Bertocco, ALLEGORIA, 2014, view.

Parte 1. Una voice-over fem­mi­nile, accompagnata dalle musiche di Flavio Scutti, esplora gli spazi di una nota casa farmaceutica multinazionale. I laboratori, gli uffici e le sale di questo edificio fungono da nidi per la composizione di un poemetto lirico che narra le fasi di creazione e sviluppo di un mito, la mito­po­iesi di un corpo alle­go­rico.

“Questo è il primo movimento, si trasforma in un cerchio, riaffiora poco alla volta in una stasi apparente. Poi entra nella superficie, scivola sui margini, ma è già più forte, così da riflettere se stesso”.

Le parole si sfiorano, toccando ciò che incontrano e traducendolo in suono. Si posano nelle pieghe esposte dello sguardo, ne accarezzano i punti che subito diventano contorni di figure in via di definizione. Il linguaggio e il corpo fluttuante crescono insieme, si costituiscono vicendevolmente nello spazio, traendone volume e andatura. La “sacralità” asettica e asciutta del luogo svanisce nei dettagli delle forme, sui piani lisci e mai scomposti di ciò che la macchina da presa decide di catturare per qualche istante.

“Sono figure, le parole, che poco alla volta si fanno raggiungibili. Queste, come sottili particelle, si manifestano all'improvviso. Così rapide, che si espandono fino ai più piccoli rami dell'oggetto”.

L’occhio di Francesco Bertocco, predisposto a una curiosità mai forzata, si dimostra abile nell’essere complice di ciò che incontra, “entrando in confidenza” con un corpo multinazionale impermeabile e rigoroso, infiltrandosi sempre più nei livelli dello spazio, fino al cuore di un’estetica corporativa che proietta se stessa in una dimensione fisica che designa strutturalmente e concettualmente determinate forme di rapporto. Il corpo si riconosce, venendo a sé da un fuori, da una superficie altra, e il linguaggio si apre a un tono che agisce come elemento complice in formazione, per sfociare nella proiezione dell’Io e nella teatralizzazione del Sé nella parte a seguire, dove il linguaggio stesso dà anima a un corpo in primis mentale, filtrato della messa in scena artistica.

Francesco Bertocco, ALLEGORIA

Francesco Bertocco, ALLEGORIA, 2014, view.

Parte 2. Una donna si immedesima in un periodo della sua infanzia, all’età di nove anni, e ne ricostruisce le dinamiche relazionali all’interno del contesto famigliare. Brevi domande e risposte coincise incalzano una dietro l’altra, alternandosi in un set silenzioso, dettato dai dialoghi “chiusi” e dalle “regole del gioco”. Il versante allegorico della rappresentazione del corpo è così chiamato a manifestarsi attraverso la pratica della terapia di gruppo e della ricostruzione di una sessione di psicodramma, seguendo il metodo delle teorie di Jacob Levy Moreno. La scelta dei gesti e l’esternazione dei pensieri sono qui intese come un’uscita da Sé, un rendersi pienamente trasparente, abbandonandosi alla differita dell’esistenza, con la consapevolezza dei limiti e dei confini da rispettare nel sistema delle teorie di ruolo.

“Adesso ti rifaccio sentire dalla tua posizione il tuo pensiero, come se tornassi indietro nello spazio e nel tempo, per rivederti dall’esterno, per rivivere e ricostruire quello che hai appena ricostruito e vissuto”.

Francesco Bertocco, ALLEGORIA

Francesco Bertocco, ALLEGORIA, 2014, view.

Parte 3. Sbalzi spazio-temporali. Una testa diafana di umanoide in resina plastica viene ripresa frontalmente nel laboratorio della Nuzoo Robotics: l’inquadratura è fissa sui movimenti meccanici del capo, del collo, delle palpebre e degli occhi. La musica, creata da Martino Nencioni, scandisce un ritmo che aderisce con precisione all’immagine: un battito fatto di echi e colpi ripetuti gradualmente. La dimensione corporea – andata precedentemente costituendosi sotto forma di linguaggio nel “poemetto breve” e come teatralizzazione del Sé e proiezione delle generalità dell’Io nella messa in scena di una sessione di psicodramma – non è qui totalmente perduta. Ha semplicemente raggiunto un punto di sviluppo ed esposizione “altro”, in una dimensione high-tech robotica che non ha totalmente smarrito il piglio al dato sensibile della realtà. Seppur rigida, compatta e bloccata, questa parte di corpo appare come un concentrato meccanico frutto dell’ingegno e della ricerca umana, sintomo della volontà di voler integrare questa figura in una rete di impulsi e relazioni vicini, se non coincidenti, alle nostre abitudini di vita.

Francesco Bertocco, ALLEGORIA
  Francesco Bertocco, ALLEGORIA

Francesco Bertocco, ALLEGORIA, 2014, view.

 

Stacco nero di qualche secondo. Il video sembra finire, ma subito appare un robot umanoide di taglia media, autonomo e programmabile: Nao. Inizialmente immobile, esso “incarna” un corpo che non solo ha preso forma, ma che “si informa” della propria presenza come modo di “provarsi” esso stesso prima di relazionarsi a un fuori, manifestandosi come unità di re-azione che si rapporta a sé in quanto articolazione, battito, caduta, flessione, sempre in tensione verso l’esplorazione di un mondo esterno (Jean-Luc Nancy, Il corpo dell’arte). Siamo nel laboratorio di Robotica del dipartimento di Meccanica del Politecnico di Milano. Quello che vediamo è un corpo che si piega, si apre e si chiude, si sposta e si blocca, fissandoci, come punto di inizio che sperimenta e mette a punto gesti, posizioni, movimenti, linee, traiettorie e comportamenti che strutturano e supportano delle funzioni atte all’autosufficienza e all’autoconservazione, pur essendo sottoposte a un tipo di informazione, di monitoraggio e di aggiornamento incessantemente sotto controllo.

Nao esce di scena e tutto ricomincia, come in un “montaggio” unico di corpi scientifici, organici e meccanici  che si contaminano a vicenda, senza battuta d’arresto.

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