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I CAN REACH YOU (FROM ONE TO MANY) ALLA TENUTA DELLO SCOMPIGLIO. UN’IDEA D’ARTE

Conversazione con Bianco-Valente, Claudia Losi, Valerio Rocco Orlando, Daria Filardo, Pietro Gaglianò e Angel Moya Garcia a cura di Daniela Trincia

Inaugurata il 3 ottobre scorso, la mostra I can reach you (from one to many) in realtà è un percorso collettivo. Concentrata sul concetto dell’incontro, il giorno dell’inaugurazione è stato in effetti l’avvio di una profonda riflessione condotta dagli artisti Bianco-Valente, Claudia Losi e Valerio Rocco Orlando, dai curatori Daria Filardo, Pietro Gaglianò e Angel Moya Garcia, e dal pubblico che si è avvicinato alle diverse declinazioni artisitiche che hanno formalizzato l’idea di base dell’esposizione. Così, dopo il vernissage, un programma di eventi collaterali, ha accompagnato la mostra per verificare, approfondire, analizzare l’assunto dell’esposizione, creata da tre lavori che hanno trovato completo compimento e definitiva formalizzazione nel trascorrere del tempo. Frequenza Fondamentale di Bianco-Valente invita ad utilizzare tutto il corpo, attraversando fisicamente lo spazio, per esperire le diverse combinazioni di onde, suoni e colori che traducono massa e velocità di rivoluzione dei pianeti del Sistema Solare, le interazioni simboliche ed energetiche proprie dei vari astri, in perpetua rotazione intorno al Sole. Dove il Passo di Claudia Losi vede invece coinvolti tutti i fattori umani e ambientali che l’artista ha incrociato lungo il suo cammino solitario da Piacenza alla Tenuta Dello Scompiglio, costruito attraverso il susseguirsi di landmark, luoghi di senso individuati dall’artista. L’installazione Una domanda che cammina di Valerio Rocco Orlando è stata infine trasportata come in una sorta di pellegrinaggio, percorrendo alcune tappe della via Francigena.

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Claudia Losi, Dove il passo, 2015, SPE - Spazio Performativo ed Espositivo Dello Scompiglio, Vorno di Capannori (LU), 2015. Courtesy l’artista e Associazione Culturale Dello Scompiglio, Vorno di Capannori (LU). Foto Guido Mencari.

Daniela Trincia: I can reach you (from one to many) non è solo una mostra, bensì un’idea di arte: come è nata e perché una simile iniziativa e un programma tale?
Angel Moya Garcia: La nostra principale emergenza era di costruire un progetto molteplice e dilatato nel tempo che potesse rompere la staticità della mostra come momento di verifica e che fosse site specific rispetto al contesto. Avevamo bisogno di progetti diffusi, di approfondimenti dei contenuti e di processi allargati senza che, tuttavia, questo dovesse essere a discapito di una restituzione formale concreta. Un’emergenza che ogni artista invitato ha declinato in modo diverso, interpretando le intuizioni, le percezioni e le impressioni avvertite dal territorio in cui lo Scompiglio si inserisce, ma anche dal confronto con i curatori e dalla presenza degli altri artisti. Un’idea relazionale, di mappatura del territorio e di analisi che non si doveva esaurire durante l’inaugurazione, momento in cui ogni artista ha presentato lo stato dei propri lavori, ma che doveva prolungare i propri sviluppi per tutta la durata del progetto attraverso ulteriori considerazioni rispetto al proprio lavoro e anche tramite dislocazioni, incontri, inviti, laboratori.

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Claudia Losi, Dove il passo, 2015, SPE - Spazio Performativo ed Espositivo Dello Scompiglio, Vorno di Capannori (LU), 2015. Courtesy l’artista e Associazione Culturale Dello Scompiglio, Vorno di Capannori (LU). Foto Guido Mencari.

Daniela Trincia: Un programma diversificato, che ha visto incontri, laboratori e azioni performative: come è stato elaborato? Qual era lo scopo che si era prefissato? È stato raggiunto?
Daria Filardi: È stato un processo naturale scaturito dal tempo passato insieme agli artisti. È successo attraverso le parole che si sono incrociate che andavano molto al di là della realizzazione di tre opere. Avere avuto un lungo tempo di incubazione e sviluppo del progetto e molti momenti comuni passati allo Scompiglio ci ha fatto conoscere e trovare similitudini nelle differenze che ci caratterizzano sia come curatori che come artisti. Queste sono state un magma dentro il quale ognuno ha trovato una formalizzazione diversa. I tanti appuntamenti sono quindi un lavoro complessivo che sviluppa aspetti diversi di un’idea che viene articolata dagli artisti attraverso l’opera, i workshop, gli incontri. Il risultato finale è una costellazione di punti di vista arricchiti dalle esperienze di tutti intorno alla domanda senza punto interrogativo “I can reach you”. Se questo obiettivo sia stato raggiunto non so dirlo esattamente, lo chiedo a te, è stato raggiunto? Noi abbiamo provato a mettere in campo l’esperienza e il tempo e la forma come processo di conoscenza.

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Bianco Valente, Frequenza fondamentale, 2015, SPE - Spazio Performativo ed Espositivo Dello Scompiglio, Vorno di Capannori (LU), 2015. Courtesy gli artisti e Associazione Culturale Dello Scompiglio, Vorno di Capannori (LU). Foto Guido Mencari.

Daniela Trincia: Tra pochi giorni il percorso si concluderà e con esso anche le opere raggiungeranno il loro definitivo compimento: qual è il bilancio? Cosa secondo te rimane e si è creato?
Pietro Gaglianò: Ho difficoltà con la valutazione di quello che rimane, alla fine di un lungo percorso di progettazione o creazione, al netto delle opere nella loro dimensione tangibile, alla chiusura dei bilanci finanziari. Quello che rimane – con una citazione lapidaria da Hannah Arendt – è la lingua. Intendo dire che il senso di un progetto così ha la possibilità di sopravvivere all’interno del linguaggio e attraverso le parole, nel racconto, lungo la trasformazione morale e intellettuale di quello che è stato fatto. Ed è più importante quello che è stato fatto, nella dimensione dell’esperienza, l’unica attraverso la quale mi sento di misurare l’arte. L’esperienza della visione interiore e del suo specchio nella sfera sensoriale, e soprattutto l’esperienza della relazione tra gli artisti, le opere, il pubblico. In questa prospettiva, quello che è stato fatto ancora è. Ecco quello che rimane...

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Valerio Rocco Orlando, Una domanda che cammina, 2015, SPE - Spazio Performativo ed Espositivo Dello Scompiglio, Vorno di Capannori (LU), 2015. Courtesy gli artisti e Associazione Culturale Dello Scompiglio, Vorno di Capannori (LU). Foto Guido Mencari.

Daniela Trincia: Sin da subito è stato previsto lo spostamento nelle altre città, il 29 novembre 2015 ad Altopascio dalle 11.00 alle 16.00, il 24 gennaio 2016 a Lucca, sempre dalle 11.00 alle 16.00? Quale risultato hai finora raggiunto? Qual è la cosa che più ti ha colpito di questi nuovi incontri?
Valerio Rocco Orlando: Per ora sono confermate solo le date in Toscana. In ogni caso l’installazione, attraverso queste prime fasi di studio aperte al pubblico, ha raggiunto la sua forma completa. Desidero riattivare il percorso e gli incontri che ancora sono solo nella mia testa in altri luoghi e con altri ospiti e partecipanti, in una sorta di public program in fieri, ogni volta in collaborazione con istituzioni e associazioni locali. Vorrei arrivare fino a Roma, dove un tempo terminava il pellegrinaggio dei fedeli, e andare oltre, dove vi sarà spazio per una nuova domanda, per camminare assieme finché se ne sentirà il desiderio. È la prima volta che mi confronto con queste dinamiche partecipative all’esterno dell’istituzione, nella sfera pubblica. Di fatto, l’incontro uno a uno, personale, non è mai un raduno di persone. Mi ha colpito come gli ospiti, al termine della giornata raccontino come non si siano dovuti mai confrontare con la banalità. L’urgenza della domanda è condivisa, da tutti.

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Valerio Rocco Orlando, Una domanda che cammina, 2015. Courtesy gli artisti e Associazione Culturale Dello Scompiglio, Vorno di Capannori (LU).

Daniela Trincia: Il laboratorio Mente paesaggistica e Tempo grande. Percezione, cognizione, evoluzione Laboratorio con Matteo Meschiari organizzato il 12 dicembre 2015 dalle 11.00 alle 17.30, era già in programma? Cosa ti eri prefissata e quale risultato hai raggiunto col laboratorio? Come mai hai scelto di organizzare, il 16 gennaio 2016, un incontro con Sabrina Mezzaqui? Cosa ne è emerso?
Claudia Losi: Il laboratorio è stato pensato come cornice di approfondimento di temi che mi sono molto cari e fortemente presenti, almeno a livello esperienziale, in Dove il passo. Conosco personalmente Matteo Meschiari da molti anni e da altrettanti anni condividiamo progetti oltre che una viva amicizia. Mi pareva fosse la persona adatta da interpellare per mettere maggiormente a fuoco la Landscape Mind Theory per cui la mente dell’uomo moderno è in qualche misura paesaggistica, “nel senso che si organizza spazialmente e che, se lo fa, è perché nel corso dell’evoluzione è stata selezionata dai paesaggi per conoscere i paesaggi”. In questo caso ho assistito come coloro che hanno partecipato al laboratorio alla presentazione di Meschiari e alla “camminata lenta” che ha proposto alla fine della giornata insieme. Con Sabrina Mezzaqui abbiamo percorso un lungo tragitto appenninico, la primavera scorsa, dalla pianura piacentina fino alla costa ligure. È capitato spesso a noi di camminare insieme e abbiamo voluto inaugurare, con quella camminata, una serie di appuntamenti a cadenza annuale. Durante l’incontro organizzato allo Scompiglio abbiamo parlato di questa esperienza, dell’esperienza d'’attenzione che è il camminare; di come cambia il cammino condiviso con altri e quello in solitaria. Di come sia necessario essere pronti all’imprevisto, all’errore e al cambiamento e come questo a volte corrisponde a ciò che accade al processo artistico. Non ci aspettavamo tutta la gente che invece ha voluto seguirci in questo “cammino di parole” domandando e, soprattuto, condividendo la propria esperienza.

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Valerio Rocco Orlando, Una domanda che cammina, 2015. Courtesy gli artisti e Associazione Culturale Dello Scompiglio, Vorno di Capannori (LU).

Daniela Trincia: Il workshop Parola Seme, che si è svolto dal 19 al 22 novembre 2015 con otto giovani artisti, lo avete proposto voi? Qual è stata la linea di base del laboratorio? Quale risultato avete raggiunto? Mentre, cosa si prefiggeva l’incontro Un’ipotesi di destino con l’astrologo Ciro Discepolo e la filosofa Fiorinda Li Vigni in collaborazione con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici?
Bianco-Valente: Tutto il processo della mostra è nato un anno prima, iniziato con l’incontro tra i curatori e gli artisti coinvolti. Il titolo e il tema  decisi dovevano incentrarsi sulla relazione con l’altro, sul comunicare con gli altri. E quindi la nostra idea era quella di interfacciarci con la realtà che avremmo trovato alla Tenuta Dello Scompiglio. Però, durante l’anno che ci ha visti presenti alla Tenuta per sopralluoghi, incontri, residenze e per la realizzazione dell’installazione, questo rapporto ci è venuto a mancare, non abbiamo trovato una comunità con cui interagire. Anche morfologicamente le case sono separate e i muri di cinta delle proprietà ci hanno impressionato perché non permettono la vista sulla terra, sulle case e lo scambio visivo con l’esterno. Così siamo giunti alla conclusione che l’unica cosa che riesce a tenere insieme le persone è il cielo. Allora, non potendo fare un lavoro di relazione, abbiamo deciso di realizzare un’opera che fosse intimamente legata alla volta celeste, sul movimento degli astri, un progetto che noi portiamo avanti da molti anni. Per lavorare sulla relazione abbiamo quindi deciso di realizzare il workshop – non strutturato e senza un fine preciso, neppure la realizzazione di un lavoro – con otto artisti provenienti da varie regioni d’Italia, per riflettere sull’importanza della parola, anche nella sua accezione di potere creativo. E alla fine il laboratorio è stato un’esperienza, si è creata una relazione tra questi artisti che, infatti, poi hanno continuato a sentirsi, attraverso una pagina facebook appositamente creata. Mentre nel corso dell’incontro, senza scalette né un fine preciso se non quello del confronto, entrambi i relatori hanno dato una personale visione del destino, mettendo in evidenza diversi punti in cui le posizioni coincidevano.

 

 

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