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ASOMATOGNOSIA DI GUGLIELMO CASTELLI

La scissione e il rifiuto del tempo nei “luoghi non giurisdizionali”

di Federica Maria Giallombardo

L'asomatognosia si manifesta come un delirio selettivo, un deficit neurologico che consiste nella perdita della capacità di riconoscere una parte del proprio corpo che, rinnegato, viene considerato estraneo o addirittura attribuito ad altra persona. La sensibile tematica della consapevolezza – corporea e non, intesa soprattutto come consapevolezza del soggetto nel tempo e come parte del corpo sociale – diventa origine cruciale dell’opera di Guglielmo Castelli, che già nei suoi precedenti dipinti ha affrontato la figurativa metamorfosi delle età dell’uomo, dell’inacerbito contatto, dell’onorabilità della malattia nonché delle reazioni viscerali dei materiali sulla tela.

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Guglielmo Castelli, Asomatognosia, 2017, a cura di Treti Galaxie. Veduta dell'installazione, Sala Reale, Torino Porta Nuova. Courtesy l'artista, Treti Galaxie e Francesca Antonini Arte Contemporanea. Foto Sebastiano Pellion Di Persano.

L’isolamento pittorico di alcuni particolari del corpo umano rende le opere astratte nella misura in cui la raffigurazione stessa rifiuta la sua possibile completezza; ciò mostra l’elevata incertezza nella sua totalità. Il tentativo di descrivere – oggi e nella storia – un soggetto sensitivamente immerso nella contemporanea elaborazione culturale non poteva che scheggiarsi, sdoppiarsi, sgretolarsi nel particolare, lasciando sospeso il discorso sull’unicum in pennellate laceranti e grumose – in altre parole, la tecnica pittorica precipita tra i frammenti di un discorso incompiuto. Il particolare diventa perciò movimento e motivo necessario nella trama narrativa delle opere dell’artista; una trama che si inerpica attendendo e aspirando la propria autonomia in uno spazio espositivo che avrebbe potuto, con la sua accecante tormentata bellezza, soffocarla senza redimerla. Un martirio non documentato perché mutilo, un dolore sordo e familiare: non restano che le macerie, che solo un occhio plagiato dalla gentilezza retorica, come quello di Castelli, può raccogliere e assimilare.

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Guglielmo Castelli, Asomatognosia, 2017, a cura di Treti Galaxie. Veduta dell'installazione, Sala Reale, Torino Porta Nuova. Courtesy l'artista, Treti Galaxie e Francesca Antonini Arte Contemporanea. Foto Sebastiano Pellion Di Persano.

La cornice della mostra fa da antitesi e controparte al discorso dell’artista: si tratta della sontuosa Sala d’Aspetto Reale (1864) della Stazione di Torino Porta Nuova – detta anche Sala Gonin. Tra i più misteriosi memorabilia dello sfarzo sabaudo, è considerata un piccolo prodigio di eleganza e risolutezza estetica; progettata e costruita dall’Ingegnere Alessandro Mazzucchetti, essa è decorata con un ciclo di pitture di Francesco Gonin raffiguranti gli elementi naturali (acqua, terra e fuoco) e i quattro continenti (rappresentati da carte geografiche sostenute da angeli che volteggiano in aria); inoltre è fregiata dalle sculture di Pietro Isella e adornata dal mobilio disegnato da Carlo Orsi. La Sala d’Aspetto Reale simboleggia non solo l’indole torinese – sabauda – alla riservatezza (Castelli scrive: “Il Re d’Italia aspettava il treno separatamente rispetto al suo popolo, come un capo che si distacca dal corpo che governa”); ma è soprattutto un centro di non-tempo e non-spazio. Parafrasando la definizione poetica di Giorgio Caproni, è un luogo “non giurisdizionale”, al confine tra la realtà e la sua aspettativa, tra la rammaricata austerità e l’altezzosa solitudine. Un’attesa, definita dallo stesso Castelli, “reale” per la sua dignità, ma snervante e contraddittoria in quanto ricca nella memoria e misera nella funzione: “delinea un nuovo tempo, dove all'interno si creano paure, giudizi ma anche possibilità”. È l’attesa straziante e inconcludente “di domani, di bello estetico – e perciò di sostanza”.

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Guglielmo Castelli, Asomatognosia, 2017, a cura di Treti Galaxie. Veduta dell'installazione, Sala Reale, Torino Porta Nuova. Courtesy l'artista, Treti Galaxie e Francesca Antonini Arte Contemporanea. Foto Sebastiano Pellion Di Persano.

La diffrazione di partenza e arrivo si contrappunta alla dimensione di viaggio purgatoriale; sempre Caproni scriveva: “Sono tornato là / dove non ero mai stato. / Nulla, da come non fu, è mutato” (Ritorno). Aspettare fa riemergere il senso vivo della labilità della vita, della fuggevolezza del tempo e dell’avvertimento, costantemente ripetuto, dell’inesistenza del futuro – se non come regno utopico delle possibilità. L’attesa delle opere di Castelli consiste nella speranza di non essere rigettate; come in una sorta di trapianto, l’appendice delle sue tele spera di non essere rifiutata o misconosciuta dalla Sala Reale e dal sentimento del tempo. I dipinti di Castelli esibiscono una tenace volontà di inclusione; la Sala Reale è così il corpo separato, in dialogo nostalgico e inquieto, dagli arti delle sue tele.

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Guglielmo Castelli, Asomatognosia, 2017, a cura di Treti Galaxie. Veduta dell'installazione, Sala Reale, Torino Porta Nuova. Courtesy l'artista, Treti Galaxie e Francesca Antonini Arte Contemporanea. Foto Sebastiano Pellion Di Persano.

Treti Galaxie, in collaborazione con Francesca Antonini Arte Contemporanea e Grandi Stazioni Rail, ha voluto regalare all’osservatore un’esperienza che esalta e dilata gli spazi e le maglie del tempo drammaticamente: l’accostamento audace della personale di Guglielmo Castelli alle boiseries settecentesche, agli affreschi in trompe l’oeil – in cui si intravedono porzioni di cielo tra balaustre, colonne e capitelli – e all’intera costruzione della Sala Reale è una forte presa di posizione di quell’arte contemporanea che dialoga con il moderno per poterlo contemplare, rispettare e perdonare: un rifiuto della sintesi a favore di una nuova analisi della consapevolezza.

 

 

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