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Note sulla scultura di Giacinto Cerone

di Rossella Moratto

La scultura di Giacinto Cerone è un condensato di umanità: c’è la solitudine e la speranza, la gioia e la disperazione, il sacro e il profano, insomma la vita che traspare attraverso la materia.

Nato a Melfi ma romano di adozione, Cerone, allievo di Umberto Mastroianni e Pericle Fazzini, è stato un artista non omologato e volutamente fuori dal coro, partecipe della scena del suo tempo anche se appartato – o attardato per certa critica, poiché non era alla ricerca del nuovo – ma sempre determinato a perseguire la propria vena poetica autonomamente, senza mai cedere alle mode o alle tendenze del momento. La mostra Santo e contrario, tenutasi in questi mesialla Galleria Gruppo Credito Valtellinese di Milano, a cura di Raffaele Gavarro, lo ha raccontato in trenta opere, un’antologica parziale ma significativa che ha presentato lavori realizzati nell’arco di poco più di dieci anni, dai primi anni novanta al 2004, anno della sua scomparsa, a 47 anni, ancora poco conosciuto.

i art sicilia

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Giacinto Cerone, Santo e contrario, exhibition view, Galleria Gruppo Credito Valtellinese, Milano. Foto F. Stipari.

Le sculture sono disposte in un allestimento originale, lungo una linea orizzontale che taglia longitudinalmente la grande sala espositiva a formare un percorso non cronologico, che procede per affinità formali. Le opere, tutte bianche – colore caro a Cerone perché nasconde l’accidentalità della materia, azzera il dato naturalistico e la facile riconoscibilità – scansionano ritmicamente lo spazio ridisegnandone l’architettura con un andamento crescente e decrescente, diventandone quasi l’impianto scheletrico. Sembra quasi un ritrovamento, una rassegna di resti appartenenti a una civiltà sconosciuta: ma, osservando attentamente, questi non si rivelano alieni, bensì parti di una narrazione frammentaria che parla in una lingua decifrabile e comprensibile a tutti.

i art sicilia

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Giacinto Cerone, Santo e contrario, exhibition view, Galleria Gruppo Credito Valtellinese, Milano. Foto F. Stipari.

Quella di Cerone infatti è una pratica che non rinnega la tradizione e la figurazione ma se ne appropria, le metabolizza e le restituisce, a volte ricordando apertamente i suoi modelli e maestri ideali – tra questi Lucio Fontana, Arturo Martini e Medardo Rosso – altre distanziandosene notevolmente. Ricorrono le tipologie classiche della colonna votiva, della stele, del vaso, del sarcofago: presenze che si ergono totemiche si alternano a bassorilievi che si abbassano al suolo. Il nitore, inizialmente uniformante, lascia pian piano intravedere anche le caratteristiche dei diversi materiali – ceramica, legno, cemento, gesso, plastica, tessuto – insieme con le colature e le tracce del gesto, i segni autografi impressi nella materia. Su queste masse imbiancate si riconoscono – quasi affiorano, come portate alla luce – oggetti comuni, come ortaggi e fiori, particolari architettonici, panneggi e decorazioni, spine e aureole: reperti del vivere quotidiano in cui corporeità e spirito convivono poeticamente come aspetti diversi e speculari dell’esperienza umana che è sempre individuale ma allo stesso tempo condivisa e quindi universale.

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Giacinto Cerone, Santo e contrario, exhibition view, Galleria Gruppo Credito Valtellinese, Milano. Foto F. Stipari.

Così ogni opera si fa indizio, ricordo, annotazione, come se fosse la pagina di un diario dettata dalla necessità di rendere tangibile il complesso e sofferto rapporto con la complessità del reale. Questa urgenza espressiva si manifesta anche nella pittura, non semplice fase preparatoria, ma contraltare bidimensionale degli esiti plastici: tecniche miste su carta – tempera, smalti, carboncino – che trasformano i pieni e i vuoti delle sculture in fluidità cromatiche e andamenti grafici.
Una potente carica emotiva ed esistenziale vibra come energia sottile e anima le opere di Cerone, rendendole altamente rappresentative dell’inquietudine del vivere contemporaneo.

 

 

 

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