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SGUARDO E REALTÀ VISIVA NELLE LENTI MULTIFOCALI DI MONICA CAROCCI

di Paolo Mastroianni

Accedere ai repertori iconografici di Monica Carocci (Roma 1966) comporta l’inoltrarsi in cartografie eccentriche abitate da paesaggi stranianti ove la temporalità appare indietreggiare dinanzi alle atmosfere sospensive indotte dalla rivisitazione del dato oggettivo, che smarrisce l’accertamento di verità immediatamente condivisibili per tradursi in versione interiorizzata della realtà visiva, accogliendo le onde emozionali trasmesse dall’osservazione retinica.

Monica-Carocci

Monica Carocci, Casa bianca, 2011 2017, stampa fotografica su carta baritata, 63 x 46,5cm. Courtesy Francesca Antonini, Roma. Foto Daniele Molajoli.

Il ciclo di lavori selezionato da Olga Gambari per la rassegna Outer space da Francesca Antonini a Roma testimonia l’inclinazione della fotografa torinese d’adozione verso una ricerca proiettata oltre gli orizzonti dell’elemento visibile, che s’inserisce non casualmente nel progetto espositivo Terra incognita in programma l’anno prossimo in galleria, orientato a investigare le potenzialità dell’esperienza sensoriale attraverso flussi di immagini affioranti dai torrenti carsici della dimensione inconscia, nucleo irradiante costellato dalle giacenze effimere dell’immaginario onirico in fuga verso altrove cosmici sottratti alla sfera dello spazio fisico per raggiungere traguardi inediti della tensione desiderante.

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Monica Carocci, Madama Butterfly, 2011 2017, stampa fotografica su carta baritata, 64x57,5cm. Courtesy Francesca Antonini, Roma. Foto Daniele Molajoli.

Nelle ipotesi figurative di Carocci prevale il ricorso a collaudati dispositivi tecnici per ottenere una tangibile alterazione del contenuto originario che non abiuri la riconoscibilità del soggetto rappresentato, e mantenga la propria identità sostanziale sebbene sottoposta al filtro interpretativo di matrice autoriale. Una metamorfosi dell’oggetto al centro dell’obiettivo priva di linee-guida pianificatrici sulla definizione dell’aspetto finale, però versata con generosa dovizia di sperimentazione nel prodursi come work in progress secondo un processo di astrazione mentale dagli esiti imprevedibili, navigando in un settore tecnologico abusato dalla pletora di riproduzioni rilanciate da canali tv, giornali, social network e manifesti pubblicitari nel circuito ininterrotto della comunicazione globale in cui domina il segno eccedente dell’omologazione mediatica.

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Monica Carocci, Outer Space, exhibition view 2. Courtesy Francesca Antonini, Roma. Foto Daniele Molajoli.

Adottando una scelta rigorosa con l’apparente anacronismo del vintage in bianco e nero, abilmente orchestrato sul gioco delle variazioni chiaroscurali, gli scatti di Monica mirano a concentrare l’attenzione sull’essenzialità del messaggio esteriore scartando i dettagli che corredano abitualmente il complesso dell’inquadratura, dove l’insistita abrasione dei contorni circostanzia la cancellazione di particolari ritenuti superflui, l’immissione calibrata di sfumature ed effetti flou, per inglobare errori di sovrapposizione, irregolarità o graffiature fino a comporre un mosaico di tasselli accuratamente cesellati idonei nel conferire all’insieme un netto valore di autodeterminazione espressiva. Passaggi affidati alla manualità artigianale delle sequenze analogiche in camera oscura attraverso reiterate procedure di sviluppo e stampa su carta baritata, predisposte in interventi di modifica sulle istantanee tramite varianti di scala, accentuazione di contrasti cromatici ed eliminazione di brani descrittivi, per offrire insospettabili correlazioni simboliche o spiazzanti prospettive visuali che rivitalizzino il colloquio differito con lo spettatore grazie alla torsione dei significati imposti all’immagine iniziale. Cosicché le foto in galleria che contemplano animali, fiori, edifici o ritratti riflettono non solo il sostrato culturale della protagonista nell’impegno a confrontarsi con dettami operativi governati da un esercizio preciso e decisamente controllato, ma soprattutto l’attitudine a mobilitare i moventi percettivi per focalizzare l’eco di memorie sopite dal tempo o recepire sonorità di voci appena ritmate e sensazioni intercettate da retaggi ancestrali, in una kermesse evocativa ove si con/fondono corrispondenze diacroniche tra passato e presente, che l’artista sembra vagheggiare quando afferma d’inseguire “un pensiero iniziato con lo scatto”.

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Monica Carocci, Outer Space, exhibition view 3. Courtesy Francesca Antonini, Roma. Foto Daniele Molajoli.

D’altronde, il contesto sabaudo in cui Carocci ha vissuto la sua formazione professionale tra anni Ottanta e Novanta si è distinto nell’indirizzare lo sguardo verso l’estetica del territorio, accantonando la veste formale tramandata dalle fotografie patinate e impeccabilmente oleografiche del modello Alinari, sulla scorta della lezione impartita da Ghirri con l’importante progetto espositivo Viaggio in Italia dell’84, aggiornato alla luce della preziosa esperienza newyorchese della “New Topographic Photography” nel decennio precedente. Gli stimoli derivanti dalla commistione di linguaggi confluiti nel capoluogo piemontese hanno dunque innestato nella protagonista un’esigenza sensibilmente distaccata da tracciati oggettivi attraverso radicali alterazioni con profili in dissolvenza, margini imprecisi e minuziosi ritocchi sui negativi. Anche la realizzazione di installazioni (come alla Gam torinese nel 2001) e video arreca la medesima articolazione sistematica con manipolazioni spaziali o “testuali”, magari creando diaframmi visivi in cui i confini tra locus ambientale e geometria costruttiva appaiono periclitanti o illusori, oppure immettendo inserti musicali che rallentano la velocità dell’azione (Il bagno del’ 95), per innescare slittamenti discorsivi nei nessi logici associati alla corsività dei gesti immortalati sui fotogrammi.

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Monica Carocci, Outer Space, exhibition view. Courtesy Francesca Antonini, Roma. Foto Daniele Molajoli.

La funzione problematica attribuita all’habitat paesaggistico emerge nei molteplici scatti di Carocci dedicati ai contesti suburbani e periferici con gli scorci solitari di autostrade o le teorie di lampioni sulle bretelle di collegamento viario, che unitamente alle campagne aperte sui sentieri alberati o alle raffigurazioni di monumenti cittadini attestano la desertificazione della presenza umana assumendo connotazioni anonime e impersonali. “Mi sono ritrovata nei non-luoghi attraverso la mia ricerca: sono venuti loro da me”, afferma infatti l’autrice. Fenomeni artificiali della postmodernità che richiamano le responsabilità della “civiltà” antropologica nei confronti delle trasformazioni ambientali e urbanistiche, laddove la raggelante desolazione e il silenzio surreale suscitati dalle immagini lasciano trasparire la riflessione interrogativa dell’artista sul proprio rapporto con la realtà contemporanea, d’altronde speculare alle distonie psicologiche palpabili nel disagio diffuso delle collettività metropolitane dinanzi al senso di vuoto esistenziale ormai imperante.

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Monica Carocci, Outer Space, exhibition view. Courtesy Francesca Antonini, Roma. Foto Daniele Molajoli.

Guardare il mondo attraverso le lenti multifocali di Monica presagisce il riappropriarsi di una facoltà nell’osservazione tesa a rifuggire letture lineari della realtà visuale, poiché la smaterializzazione delle immagini sottende il placet della mediazione percettiva per riscattarne gli elementi costitutivi nella forma meditata del sentimento introspettivo, sedimentazione del pensiero che scorge verità policentriche da veicolare nei depositi della memoria come portato della coscienza soggettiva.

 

 

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