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ARCHITETTURA
L’architettura Italiana chiede “asilo”
Di Alessandro d’Onofrio

Se volessimo fare il punto dell’architettura contemporanea italiana attraverso le opere progettate e realizzate, un punto che consideri la ricerca, o l’evidenziarsi di nuove tendenze, come elementi costituenti imprescindibili, da dove dovremmo iniziare?

Sicuramente non dalle opere monumentali o comunque dimensionalmente rilevanti, come fiere (Roma o Milano), grandi terminali infrastrutturali (stazioni, aeroporti), edifici ad alto contenuto di rappresentatività (musei, auditorium), che pure, negli ultimi cinque anni, si sono realizzati in Italia.

Le fiere, come le stazioni, soffrono di un’influenza espressiva ingegneristica che in genere si riconosce nell’high tech neo-internazionalista, e che di certo non costituisce una novità, semmai un approfondimento di temi “storici” dell’architettura. D’altra parte, musei e auditorium risentono, invece, della necessità di apparire come oggetto “culto”, ragione per cui vengono affidati a delle grandi firme del panorama architettonico internazionale (si veda Hadid e Piano a Roma).

Questo non vuol dire che le opere di queste categorie non siano interessanti da un punto di vista tecnologico, formale o espressivo. Tuttavia rappresentano delle eccellenze di tipo economico, rispetto agli investimenti impegnati, e poetiche, riguardo ai percorsi personali dei progettisti. Esse influenzano l’architettura “minore” il più delle volte solo come possibile repertorio linguistico a cui attingere e per di più, quando ciò accade, ci si trova spesso di fronte a vere e proprie mostruosità.

Per poter capire quale percorso si è intrapreso, è invece necessario guardare proprio a quei manufatti “minori”, ossia a budget limitati e dalle dimensioni contenute, che, di fatto, si occupano delle necessità quotidiane primarie della nostra società: lavorare, educare, abitare. Un’architettura che è chiamata ad inserire una “grana” fine di qualità negli interstizi lasciati liberi dall’edilizia generica e a confrontarsi con questa in modo diretto sul territorio urbano e non.

Analizzando con tali premesse la produzione italiana attuale emerge, evidente fra tutto, un atteggiamento trasversale alle diverse correnti di pensiero: l’adesione indifferenziata alla presa di coscienza ambientale. Il minimo comune denominatore è la volontà/ambizione di realizzare opere che riescano a tenere conto di uno o più fattori contemporaneamente tra quelli che sono alla base della definizione di sostenibilità e ne costituiscono i requisiti imprescindibili: sviluppo economico, rispetto per l’ambiente, equità sociale e rispetto per le differenze culturali.

Non si tratta ovviamente di un panorama omogeneo, quanto di una geografia complessa, articolata appunto dal background culturale dei singoli progettisti. Non esiste, infatti, una formula estetica che ci permetta di riconoscere immediatamente un edificio come sostenibile; non uno stile quindi, ma piuttosto una partecipazione ad un concetto che ogni architetto applica in base alle sue conoscenze specifiche o che declina secondo linee di pensiero corrispondenti, più o meno, alle correnti disciplinari che caratterizzano la nostra storia recente: High Tech, Minimalismo, Decostruttivismo, Organicismo, Digitalismo.

Particolarmente interessante risulta la produzione di quegli studi che si occupano con costanza di progetti legati all’impegno sociale, che potremmo definire sociosostenibili.

All’interno di questo ambito, gli asili nido sono diventati uno dei temi maggiormente frequentati. Da un punto di vista meramente quantitativo, il motivo di tale incremento è riconducibile principalmente agli obbiettivi fissati dal Consiglio Europeo di Lisbona. Questo nel 2002, in materia di servizi per l’infanzia, ha posto come traguardo (entro il 2010), la copertura minima, per ciascun stato membro, del 33% del fabbisogno nazionale di nido (età inferiore ai tre anni) e del 90% per le strutture che si occupano dei bambini tra i tre anni e l’età dell’obbligo scolastico. Si tratta di un adeguamento che tiene conto non solo della reale domanda di strutture per la custodia dei bambini, incrementata dai flussi di immigrazione dai paesi poveri, ma anche di un tentativo mirato a ridurre i disincentivi alla partecipazione femminile nel lavoro.

Così l’Italia, dopo anni di totale immobilismo (se si escludono le stupefacenti regioni Toscana e Emilia Romagna, uniche ad aver già raggiunto le quote richieste) e con una vera e propria emergenza alle porte, ha iniziato a stanziare fondi dedicati a strutture pubbliche e private, includendo incentivi ai datori di lavoro per la creazione di asili nido e micro-nidi all’interno dei luoghi di occupazione. Malgrado l’inadeguatezza delle risorse finanziare accantonate, la difficoltà di una strategia unitaria e coesa, visto che i finanziamenti sono gestiti fisicamente da una pletora di enti e amministrazioni diverse (regioni, province, comuni, circoscrizioni etc.) con scarso coordinamento tra le politiche locali e gli obbiettivi a livello centrale, le occasioni professionali per gli architetti si sono comunque moltiplicate. Va detto, tuttavia, che l’Italia è ben lontana dal raggiungere la quota minima fissata dal Consiglio Europeo e si attesta come copertura poco al di sopra del 10%.

Esistono poi altre due motivazioni che hanno spinto gli architetti, soprattutto i più giovani, a cimentarsi in massa su questo tema. La prima è proprio di ordine professionale e riguarda la difficoltà, per chi ha strutture limitate, di accedere alla progettazione di grandi commesse pubbliche, regolamentate dalla legge Merloni. Questa, infatti, vincola la partecipazione alle gare di progettazione in modo proporzionale al fatturato annuo dello studio partecipante (in pratica più si è guadagnato con lavori precedenti più è facile lavorare), riducendo di fatto a poche decine di studi la rosa dei candidati.

La seconda ragione è di ordine psicologico, o se si preferisce, legata al “desiderio” del sociale dell’architetto. Evitare di essere relegati al ruolo di architetti di corte, creatori di abiti spaziali di lusso per negozi o ristoranti, senza la possibilità di affrontare tematiche fondamentali come quelle educative. Progettare e realizzare un nido vuol dire elaborare un concetto spaziale avanzato, informale e con forti componenti sperimentali, in grado di relazionarsi sia con la psiche e le esigenze dei piccoli fruitori, sia con le necessità degli adulti (genitori e insegnanti). Si tratta di conformare il luogo dove i bambini incontrano, per la prima volta, adulti e loro simili al di fuori del nucleo familiare, il primo vero contatto con l’alterità.

I sette progetti qui presentati non vogliono essere esaustivi, ma semplicemente rappresentativi delle differenti linee di ricerca che si muovono fuori dei riflettori mediatici, nella ristretta cerchia degli addetti ai lavori.

Troviamo così chi, come lo studio AVAA, sceglie di conformare il manufatto più come una vera e propria porzione di paesaggio, autosufficiente in sé, piuttosto che come un edificio canonico. In genere sono asili collocati in contesti semiperiferici delle grandi città dove l’intorno risulta particolarmente aggressivo o privo di qualità. L’architettura diventa in questi casi mimetica, una sintesi tra naturale ed artificiale, con forti accezioni informali; un contenitore che esprime il desiderio di un auspicabile modo nuovo di relazionarsi e vivere l’ambiente.

In luoghi meno aggressivi, piccoli e medi centri urbani, le strutture per l’infanzia abbandonano tesi dimostrative per concentrarsi sulla reinterpretazione di argomenti cari alla storia dell’architettura. Si tratta di opere “ottimiste”, ovvero che hanno alla base una fiducia incondizionata nei confronti delle potenzialità inesauribili della professione dell’architetto. Un’autonomia disciplinare che riesce a fondere sapientemente poesia, tecnica artigianale, tecnologia ambientale avanzata con la complessità dei programmi funzionali. Designer noti, come Antonio Citterio, e architetti meno noti al grande pubblico, come i C+S Associati, con una corte-chiostro o con la matericità mutevole di un muro, riescono ancora a stupire senza ostentazioni virtuosistiche.

In altri casi, i nuovi nido cannibalizzano strutture esistenti, rivitalizzandole. Lo fanno attraverso interventi in cui, per opporsi a contenitori sciatti e inadeguati, necessariamente l’architettura diventa autoreferenziale. La creatività compositiva diventa sinonimo di libertà interpretativa, capace di sovvertire le regole tipologiche che normalmente si adottano (assi, corridoi, blocchi didattici o amministrativi etc.) dimostrando che spesso le si segue più per abitudine che per reale necessità (vedi l’ex garage-officina di Francesco Librizzi e Massimo Tepedino).

Naturalmente esistono anche opere in cui i vari atteggiamenti progettuali sopra elencati confluiscono in un unicum complesso e difficilmente classificabile. Paesaggismo, creatività compositiva, rigore ed elasticità dei programmi funzionali, convivono in equilibrio armonioso. Sono architetture che celano, dietro la loro immediatezza espressiva, lunghi e articolati studi quasi sempre contaminati dalla multidisciplinarietà, come la struttura per l’infanzia progettata dallo studio De Carlo e associati. Il complesso è stato recentemente inaugurato, a quattro anni dalla scomparsa del grande architetto, ed è stato seguito e curato, fin dalla progettazione, dai suoi ex associati: Monica Mazzolani e Antonio Troisi.

La volontà di riscoprire il ruolo dell’architettura come primo atto fondativo e concreto di politiche per lo sviluppo sociale, unitamente alla scarsa fiducia nell’istituzione dei concorsi di progettazione, in Italia troppo spesso pilotati, ha spinto molti architetti, soprattutto delle nuove generazioni, a lavorare all’estero in contesti veramente difficili e degradati (Thailandia, Cina, Brasile, Africa). Ancora una volta la “prima linea” è costituita da edifici dedicati, a vario titolo, alla formazione: centri di educazione alla prevenzione di malattie endemiche, di formazione femminile, scuole di musica, di accoglienza e istruzione per orfani o bambini delle favelas etc.

La capacità di lavorare con risorse limitate, di saper ascoltare oltre a saper fare, ha permesso di evitare cattedrali nel deserto o esercizi di stile tipici di chi, proveniente dal nord globalizzato, è chiamato ad operare in paesi in via di sviluppo: i GAP a ridosso delle favelas di San Paolo o i FARE in Burkina Faso.

È qui in questi esempi, in questo tipo d’impegno, che è possibile trovare una via tutta italiana dell’architettura; una mediazione tra la scarsità di mezzi dei paesi più poveri e l’ambizione dei programmi di quelli più ricchi.

 

scarica le schede dei progetti:

Antonio Citterio and partners .pdf Studio AVAA .pdf
C + S Associati .pdf
Librizzi - Tepedino .pdf
De Carlo e Associati .pdf
GAP Architetti Associati .pdf
FARE .pdf


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