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arteecritica61
Dicembre 2009 - Febbraio 2010
l’arte contemporanea diffusa. Il progetto siciliano
di Roberto Lambarelli
Anche se è già da qualche tempo che si è tornati a respirare nell’aria l’odore della pittura degli anni Ottanta, non mi pare che ci sia stato alcuno che abbia azzardato l’ipotesi che tale revival avrebbe portato con sé il successo del made in Italy, quel successo internazionale che pure caratterizzò quel fatidico decennio.
Nei vent’anni che ci separano da quegli eventi, non abbiamo potuto fare altro che assistere ad un lento declino dell’arte italiana, complici due fatti congiunti, da un lato la progressiva crisi del mercato occidentale, dall’altro il vigore di quello asiatico. Fatti che hanno spinto progressivamente il mercato a cercare di sfruttare al massimo l’arretratezza dei sud del mondo,  così come pure è successo all’inizio per l’arte cinese, alle prese con dinamiche a loro ancora poco note. Un’incertezza che è scomparsa molto presto, lasciando il posto ad un atteggiamento più consono al loro ruolo di più che potenziale prima potenza economica del mondo.
In Italia, al diffuso entusiasmo degli anni Ottanta, al clima euforico determinato dal piccolo boom e da una politica molto dinamica ed anche un po’ spregiudicata, che pure aveva avuto più di qualche contatto con l’arte, fece seguito un decennio di grande affanno, un lento declinare verso la crisi attuale, senza riuscire ad ipotizzare alcuna strategia se non quella del si salvi chi può. Non c’era rimasto altro da fare che seguire il vento che soffiava lontano.
In mancanza di un intervento programmatico, tutto è rimasto in mano alla libera iniziativa dei privati, ed è forse proprio per questo che negli anni Novanta e nei primi di questo decennio gli interessi italiani si siano concentrati nelle regioni del Nord, dove prevale da sempre un atteggiamento imprenditoriale. È mancata una visione d’insieme, un correttivo al libero mercato che, oggi sono in molti a riconoscerlo, proprio non è capace di autoregolarsi.
A inseguire il mercato straniero, a pedinare le tendenze che affannosamente si avvicendavano sulla scena internazionale, ci siamo ritrovati a sottovalutare la nostra stessa produzione artistica, a mettere in difficoltà il nostro sistema.
Molti sono i colpevoli di questo, prima di tutto i collezionisti: tutti a comprare in London quello che si poteva acquistare nella galleria della propria città, tutti a fare anticamera dall’ultimo dei sellers delle grandi multinazionali dell’arte piuttosto che intrattenere rapporti diretti con il titolare di una selettiva e coraggiosa galleria italiana. D’altra parte, moltissimi mercanti si sono prodigati nel pubblicizzare la propria attività nell’ormai unica rivista detentrice di un vero e proprio monopolio internazionale, con l’illusione di conquistare una fettina di mercato straniero. Se poi è vero quello che si racconta, ovvero che in una fiera recente, nella speranza di avere le gallerie straniere di nuovo ospiti, siano stati invogliati i collezionisti ad acquistare presso di loro, a evidente scapito del già debolissimo sistema artistico nazionale, allora siamo giunti al paradosso.
A dare retta alla nostra istanza di cosmopolitismo abbiamo dimenticato la nostra identità, la nostra capacità di produrre arte, design, architettura di livello. Ed è una questione che riguarda non più soltanto il singolo operatore, ma coinvolge tutti, tocca la res publica, quindi la politica.
Non so se per dare una risposta strutturata a tale difficoltà, o se per offrire un qualche supporto all’azione dei privati, o per quell’amor di patria riproposto con l’Inno di Mameli, o per una sensibilità diffusa nei confronti dell’arte o per tutti questi fattori insieme, fatto sta che all’inizio di questo decennio si sono avvisati i primi segnali di un risveglio politico che ha portato al Piano per l’arte contemporanea (già previsto dalla Legge 29 del 2001), nato con il duplice obiettivo di incrementare le collezioni d’arte contemporanea dei musei statali secondo modalità e criteri di valutazione omogenei e di porre le basi per una cooperazione fra il Ministero per i beni e le attività culturali e le Regioni, le Province autonome e gli Enti locali.
Ora, al di là degli esiti che lo strumento dell’acquisizione ha prodotto, e che pure sarebbe bene far conoscere all’opinione pubblica, quel che il Piano mise in evidenza fu la constatazione che, come vi si legge, “Nel patrimonio culturale pubblico italiano l’arte contemporanea occupa ancora un posto marginale, in senso sia quantitativo sia qualitativo”. Una presa d’atto significativa, che rispondeva in qualche modo a quanto si era verificato negli anni Novanta, quando l’arte italiana, senza un programma, era rimasta in balia delle trasformazioni di un mercato che spostando i propri interessi altrove incise “negativamente sulla conoscenza dell’arte del presente e del recente passato, sulla promozione della creatività artistica a livello nazionale e anche sullo sviluppo di un moderno sistema dell’arte contemporanea”, pur senza misconoscere il ruolo del collezionismo, essendo “necessaria la presenza di acquirenti e committenti pubblici che operino in modo selettivo ma regolare”.
Una dichiarazione di non poco conto, che evidenziava il limite del sistema italiano e la carenza da parte delle istituzioni pubbliche, ma dichiarava anche la volontà di mettere in campo nuove energie – autorizzando “a decorrere dall’anno 2002, la spesa annua di lire 10.000 milioni” – oltre che nuove idee, creando, come si legge ancora nel Piano, “le condizioni per costituire una rete di centri d’eccellenza, della quale facciano parte, oltre agli istituti di cui alla lettera a) i musei dipendenti dalle regioni e dagli enti locali che operano nel settore dell’arte contemporanea”.
In tal modo venivano poste le basi per una collaborazione tra Stato e Regioni che portò poi al Patto per l’arte contemporanea siglato il 13 marzo 2003 tra il Ministero per i beni e le attività culturali e la Conferenza dei Presidenti delle Regioni e delle Province autonome. Il Patto indicava la costituzione di una rete di centri d’eccellenza da selezionare in base a criteri condivisi di qualità e rilevanza,  facendo riferimento anche a banche dati, a manifestazioni di rilievo nazionale, come rassegne espositive periodiche o mostre di particolare impegno, a premi e fiere. L’intento era di dar vita ad azioni educative, di diffusione, di comunicazione e di informazione, a sostegno della creazione artistica e della promozione delle opere dei giovani artisti, auspicando anche la promozione dell’arte contemporanea italiana all’estero.
Insomma, c’erano tutte le condizioni per dar vita ad una vera struttura di sostegno del sistema artistico nazionale, in vista anche di un’affermazione internazionale. Ma si sa quanto siano lunghi i tempi della politica e delle istituzioni pubbliche. Fatto sta che a giro d’orizzonte, forse a causa anche della sopraggiunta crisi,  non si è visto alcun effetto benefico, anzi, qua e là si è assistito a qualche imprevedibile flessione nell’impegno di alcune regioni tradizionalmente più legate all’arte contemporanea.
In forte controtendenza appare la Sicilia, che ha colto l’occasione realizzando una serie di importanti mosse siglando già nel 2003 un protocollo d’intesa con il Ministero per i beni e le attività culturali e la Direzione per l’arte e l’architettura contemporanea. Un atto importante, dal quale nacque il Museo regionale diffuso di Palazzo Belmonte Riso a Palermo.
Certo, l’isola ha avuto il vantaggio dell’importante sostegno di Sensi Contemporanei – che si è mosso tempestivamente a favore dell’arte ma anche dell’architettura e del cinema, dando vita a Cinesicilia –, così come può vantare una lunga tradizione di artisti di fama nazionale e internazionale dentro e fuori il suo territorio. Ma è anche vero che negli ultimi tempi ha saputo attivare un processo virtuoso per l’arte contemporanea e per la Sicilia stessa.
Palazzo Riso è diventato in breve tempo, con il progetto 5eventi, il centro promotore di una serie di iniziative che riguardano la produzione di mostre di carattere internazionale, la costituzione di una collezione, la valorizzazione di quanto preesistente sul territorio in merito al contemporaneo (Gibellina, Fiumara d’Arte, Montevergini ecc.), la promozione dei giovani artisti a livello nazionale e internazionale attraverso lo sportello SACS, l’attivazione di una rete attiva sia tra le realtà pubbliche e private dell’isola sia con le principali istituzioni del Mediterraneo, la valorizzazione del patrimonio architettonico attraverso un dialogo serrato con l’arte. Riepilogando, un lavoro che intreccia la dimensione internazionale con quella locale, il recupero del patrimonio con la diffusione capillare dell’arte contemporanea, la promozione, lo scambio e l’acquisizione.
Tutto questo in dialogo con la situazione attuale dell’isola, innegabilmente dinamica. Nel giro di pochissimo tempo si è assistito al succedersi di una serie di eventi significativi, dalla nascita delle Fondazioni Puglisi Cosentino e Brodbeck al consolidarsi dell’attività dell’Associazione Arte Giovane, dalla costituzione di un Osservatorio promosso dall’Accademia di Belle Arti di Palermo in collaborazione con le principali istituzioni siciliane (Palazzo Riso, Galleria d’Arte Moderna di Palermo, Università, Fondazione Orestiadi, Fondazione Banco di Sicilia) all’annuncio dell’imminente apertura della Galleria d’Arte Contemporanea di Palermo alla Zisa, dall’intensificarsi del lavoro delle gallerie e delle associazioni no-profit (tra le quali Galleria Francesco Pantaleone, Galleria Collica, Zelle) ai progetti per Librino e per l’Oreto di Antonio Presti, dall’avvio della Fondazione Sambuca al fiorire di centri espositivi e di archivi (da Bannata a CoCA), senza dimenticare l’attività di luoghi da tempo impegnati come l’Accademia di Catania, la Galleria Civica di Marsala o il Museo di Caltagirone.
Quello che è in palio non è soltanto il risveglio di una sensibilità per l’arte contemporanea al fine di innescare un processo di sviluppo regionale, cosa comunque di non poco conto. La scommessa è quella di ripartire dalla Sicilia per recuperare la voglia di ritrovare la nostra identità, per tornare ad affermare la nostra capacità di fare arte, design e architettura di livello. La Sicilia come laboratorio di verifica e rilancio del made in Italy.