MS: Come gestisci le tue due abitazioni tra Seoul e Berlino? È una condizione necessaria questa doppia residenza?
HY: Mi trovo a vivere e lavorare in due luoghi, anche se a volte non so cosa voglia dire vivere in un luogo. Viaggiando molto, come tanti artisti che operano oggi, è difficile dire quanto in effetti viva in ciascuno dei due. Di certo ho due case, parto e ritorno continuamente, tanto da non fare più alcuna distinzione. Riguardo alla domanda sulla residenza, porrei la questione più sul fatto se io viva una vita integrata dal mio lavoro, o se il mio lavoro sia la mia vita. È come se la questione del luogo geografico fosse un fatto secondario. In realtà, credo che la mia vita sia incentrata così tanto sulla mia attività e sul mio modo di vedere le cose da artista, che il luogo in cui mi trovo è piuttosto un’arena delle problematiche attuali rispetto a lavoro e vita. Proprio in quanto doppio, questo campo diviso fornisce certamente una buona quantità di spazio utile a capire cosa significhi possedere e gestire una casa. La mole di lavoro che due abitazioni richiedono non è poca, tanto che spesso mi maledico per il mio stile di vita privo di comfort.
E ancora, mi chiedevi se vivere in due posti diversi sarebbe una condizione necessaria. è un’altra questione, non so a cosa servirebbe avere due residenze, poiché ciò che considero come condizione mentale determinante ai fini del mio lavoro è meno influenzato dalla geografia di quanto non lo sia dalla politica.
MS: Che tipo di rapporto hai col panorama culturale di entrambe le città?
HY: Conosco bene le condizioni sociali di entrambe, così come anche i fenomeni culturali a cui presto molta attenzione. Eppure, il mio tentativo di tenermi aggiornata in più luoghi sembra quasi un’impresa impossibile, e in fondo non mi sento legittimata ad approfondire ogni aspetto della cultura in cui mi trovo. Il mio senso di inadeguatezza mi spinge ad accontentarmi di assorbire e osservare ciò che mi circonda, ma generalmente sono incapace di commentare o rappresentare la condizione culturale e sociale sia coreana che europea. Credo sia una sorta di responsabilità, forse un ruolo finanche troppo grande a cui sono chiamata come viaggiatrice, già estremamente fortunata di poter vedere e sperimentare tanto, nonostante mai destinata a un posto fisso in cui agire in quanto essere sociale. Certamente c’è il desiderio di essere stanziale in un luogo al fine di operare in senso sociale e politico, ma fino ad oggi questo stesso desiderio è stato anche la mia principale preoccupazione.
MS: Nella sua intervista sull’identità, Zygmunt Bauman sostiene che nel mondo liquido l’identità è qualcosa che bisogna costruire e di cui è comunque difficile mantenere una forma unica. Cosa pensi a riguardo? Ritrovi questa affermazione nel tuo lavoro?
HY: Credo che questa domanda abbia molto a che vedere con quella precedente, dato che per me quella dell’identità è una questione etica e politica, in quanto sono un essere attivo che ha bisogno di attribuire a se stesso una identità precisa. Indipendentemente dalla mia volontà o desiderio, potrei acquisire un’identità in una “modernità liquida”, come tu dicevi. Questa condizione mi rende indirettamente autonoma rispetto allo scenario culturale dato, ma richiede un lavoro molto impegnativo al fine di definire la propria “realtà”. Credo che questa lotta con una “realtà” non ancora definita giochi chiaramente un ruolo importante nel mio lavoro, a tal punto che la mia visione risulta privata del cosiddetto modo “oggettivo” di vedere le cose, e più influenzata da un’ottica soggettiva, che richiede un diverso processo di verifica. Il desiderio di identità permette di trasformare lo stesso concetto in qualcosa di meno vincolante, ma allo stesso tempo è proprio questo il fatto che mi impedisce di assumerne una. Tale è il modo in cui mi relaziono all’idea di astrazione che appare come passivamente grintosa nel penetrare i miei pensieri, del tutto invisibile al mondo esterno, pur manifestando un senso di precarietà. Questo modo di pensare, connesso al concetto di non catarsi o non determinazione, rimanda alla configurazione delle mie sculture che non vogliono farsi tramite di alcun messaggio.
MS: In alcune delle tue foto (Studies for Unknown places) descrivi un paesaggio entropico, spazi urbani interstiziali. In questo caos, catturi un’energia fragile per poi restituirla in termini di “forza” attraverso la tua opera, come accade nelle “composizioni vulnerabili”. Cosa significano per te queste immagini? Sono un punto d’arrivo, di partenza, o appartengono a un altro ambito di interesse?
HY: Studies for Unknown places sono foto digitali scattate nel periodo di produzione del video Doubles and Halves-events with Nameless Neighbor (2009), presentato al padiglione coreano di Venezia. Dal momento che dovevo consegnare le immagini in anticipo per il catalogo, questi studi in digitale sostituivano l’opera non ancora realizzata.
Il video Doubles and Halves-events with Nameless Neighbor descrive i cittadini di Ahyun-dong a Seoul come fantasmi, a causa della loro insufficiente disponibilità di mezzi; si tratta tuttavia di abitanti che resistono in un’area urbana così povera. Questi individui vengono descritti come “giovani che si muovono velocemente”, “intangibilmente ricchi”, addirittura “scialacquatori”. Non appaiono mai nel video, sebbene siano meticolosamente indicati da un sovrapporsi di voci. L’opera non si sofferma particolarmente sullo sviluppo urbano della città; anche la rappresentazione di per sé non è realistica ma fortemente soggettiva, tanto che gli abitanti sono descritti come senza volto, senza età, silenziosi, e forse per questo posseggono una “ricchezza inclassificabile”. L’idea di “composizione vulnerabile”, che spesso compare nei titoli, non esprime una serie di lavori organica, ma sviluppa libere connessioni nel mio lavoro in genere; queste opere costituiscono solo frammenti, piuttosto che essere un insieme organizzato in modo unitario. In senso metaforico, così come è il mio sguardo sulla gente di Ahyun-dong, il concetto di “composizione vulnerabile” riguarda un punto di vista sulle cose, che non possono essere colte né in modo politicamente corretto, né attraverso un ragionamento economicamente valutativo e neppure soltanto attraverso la contemplazione formale dei nostri ambienti. Credo che il valore metaforico di quegli individui stia proprio nella loro esistenza “anonima e assurda”, e in un modo o nell’altro perseguo unicamente queste verità naturali e necessarie di esseri e fenomeni, verità che non possono essere dimostrate.
Capitolo 1*
L’A-hyun-dong vissuto; un A-hyun-dong vivo
Le persone che vivono qui sono giovani.
La loro giovinezza è spiegata dalla sua inutilità.
Poiché sono giovani, si muovono velocemente.
È diverso dall’avere fretta,
perché loro non hanno fretta di raggiungere rapidamente qualcosa.
Anche la loro sveltezza è spiegata dalla sua inutilità.
Consumano i pasti stando in piedi.
Mangia accanto al lavello della cucina e potrai lavare subito i piatti.
Lo so molto bene.
Non c’è nemmeno bisogno di dirlo, perché noi due lo sappiamo bene.
Alcuni potrebbero vedere in questo modo di vivere una sorta di povertà.
Generalmente dicono che è una vita “senza comodità”.
Ma noi in realtà non abbiamo questa sensazione.
La “povertà” in questo quartiere in realtà non è capita molto bene.
Ciò non sorprende.
Non sorprende che le persone non notino che ciò che viene chiamato povertà in questo quartiere si verifica solo perché le menti sono altrove.
È difficile scoprire dove sono andate le menti,
quindi è più facile dire semplicemente che queste persone sono povere.
D’altro canto, sono povere perché la ricchezza che hanno accumulato le ha rese scialacquatrici.
Con il passare del tempo, gli strati di ricchezza le portano naturalmente all’uso smodato e cadono facilmente in povertà.
Forse passano il tempo in questo o quel modo
e la ricchezza gli si accumula intorno automaticamente come la polvere.
E poi, come se facessero le pulizie di primavera,
dilapidano tutta la loro fortuna in un colpo solo.
Come sono indaffarate, non riescono nemmeno a lavarsi.
Le loro unghie si sono allungate a loro insaputa.
I loro capelli sono arruffati.
Le persone che sono indaffarate non lo sanno.
Soltanto le persone che sono realmente, ossia ontologicamente, indaffarate lo sanno.
Ma non rivelano ciò di cui si occupano.
Sono indaffarate senza che si noti.
Sanno bene che le altre persone non lo sanno, ma non lo dicono.
Perché svelare i particolari, non sarebbe elegante.
Ma di tanto in tanto inviano un messaggio, attraverso un gesto,
lasciando intendere “Voi, gente, forse non potete capire.”
Coloro che riconoscono questo gesto hanno difficoltà a capire come chiamarle.
Quindi, non hanno un nome.
Va bene così.
In altre parole, noi accumuliamo diligentemente povertà.
Tuttavia, la ricchezza che possediamo è tale che non possiamo mai rimanerne privi e, alla fine, restiamo intangibilmente ricchi.
*Estratto dal lavoro di Haegue Yang Events with Nameless Neighbors, 2009, video, PAL, color, sound, 77’20”, audio CD, voice-over, narration: Korean, English and Italian. Filmed in Seoul and Venice. Courtesy of Kukje Gallery, Seoul. È proibita la copia o la distribuzione del testo senza autorizzazione dell’artista
MS: How do you manage your two residences in Seoul and Berlin? Is this dual residence a necessary condition?
HY: Well, I feel that I live in two places where I work and live, even if I sometimes don’t know what it means to live somewhere. Since I am travelling a lot like many other practicing artists in our time, it’s hard to say how much I in fact live in each place. But certainly I do have two homes to return to so that I am constantly leaving and returning between two homes that the distinction in between becomes a blur.
Concerning the question of residence, my wondering mind is rather toward to the question about whether I live a life, integrated by my work, or work inhabits in life, I guess. It seems like that the question of geographical location of my residence would be a kind of secondary question. I truly believe that my life is much dedicated to my activity and perception as artist that the place where I am becomes an arena for the on-going question on work and life. This split arena certainly provides a good amount of space to bear the distinctive consciousness about what home, household, tax or registration means, because it simply becomes twofold. The amount of care that two households require is not little that I often curse myself for my life style without amenities.
Then again, as you asked, whether living in two places apart from each other would be a necessary condition is another question, because I don’t know for what purpose the two residences would serve, because what I consider as a conditional setting of my mind for the work is less geographically than politically motivated.
MS: What kind of relationship do you have with the cultural setting of both cities?
HY: Well, I am certainly very attached to the social environment of both cities as well as to the cultural phenomena that I do pay a lot of attention to it. Yet my effort to catch up on things in many places often seems almost impossible and I don’t feel entirely justified to insist on any kind of relationship to the culture I am situated in. The fundamental insufficiency in me motivates me to stay enthusiastic to absorb and observe things around me, but I am mostly incapable of commenting on or representing the cultural environment and social situation of either Korea or Europe. I guess this is a kind of responsibility, maybe even too big a role that I am asked as a traveller, who is highly privileged to see and experience a great deal, yet never assigned to a fixed place to act as a social being. There is certainly a yearning for being more grounded in a place to act and perform socially and politically, but up until now the yearning itself has been my primary concern.
MS: In his interview about identity, Zygmunt Bauman says that in the fluid world, identity is something you have to build and in any case maintaining its unique form proves difficult. What do you think about this? Do you recognise this statement in your work?
HY: I guess this question is very much connected with the previous one that identity is for me an ethical and political question because I am the active being needing to assign myself a certain identity. Despite my will or wish, I might become an identity in a “liquid modernity” as you implied. This state of being indirectly makes myself emancipated from the given cultural background, but requires hard work on the “reality” of oneself to define.
I guess that this struggle with a not-yet given “reality” clearly plays a role in my work that my viewpoint is denied by a so-called objective way looking at things and more affected by a subjective reading of things, which tends to call for different confirming process. Yearning for identity enables transforming the notion of identity to become less confining and disobedient, but at the same time precisely this fact prevents me from obtaining one. This is how I relate to the idea of abstraction, which seems passively aggressive in the way it penetrates my thoughts into extreme concealment toward outer world, but revealing the agonizing state itself. This way of thinking, in connection with non-catharsis or non-resolution, resembles the figure like sculptures, which are not instrumentalised for messages.
MS: In some of your photos (Studies for Unknown places) you describe an entropic landscape, urban interstitial spaces. In this chaos, you grasp a weak energy; it seems you can return it as a “force of labour” through your work, in the form of “vulnerable arrangements”. What are those images for you? Are they an arrival point or a starting point or do they belong to a different category of interest?
HY: Studies for Unknown places are digital shots, taken during the production period of video work, Doubles and Halves-events with Nameless Neighbor (2009), which is presented at the Korean pavilion in Venice. Since I had to submit the images in advance for the catalogue production, these study-like digital images are printed to mediate the work, which were not there yet.
The video piece, Doubles and Halves-events with Nameless Neighbor tells of the residents of Ahyun-dong in Seoul as ghosts due to their incapability of economic means, yet never disappearing inhabitants of the poor urban area in Seoul. These beings are described as “young” & “move swiftly” and “untouchably wealthy” yet “squandering” their wealth easily. These people are never seen in my video, while they are diligently depicted in the voice-over and its focus is certainly less about the urban development of the city. Also the depiction itself is not realistic, but highly subjective so that they are described as faceless, ageless, silent, maybe therefore “uncategorizably wealthy”.
“Vulnerable arrangement” as a notion, which often comes up in the titles, though does not construe any rigorous series of works, describes the loose connections in my works in general that are parts rather than arranged firmly and properly connected or attached with each other. Metaphorically as my view on the inhabitants in Ahyun-dong, “vulnerable arrangement” deals with a view or perspective on things, which can’t be embraced either in a politically correct way or in an economically judgmental argument or through a formal contemplation of the physicality of our environments alone.
Even if I am dealing with beings, I guess the figurative quality of those beings lies exactly in their “faceless and groundless” existence and I somehow only follow these natural and inevitable truths of beings and phenomena, which escape any proving.
Capitolo 1*
L’A-hyun-dong vissuto; un A-hyun-dong vivo
Le persone che vivono qui sono giovani.
La loro giovinezza è spiegata dalla sua inutilità.
Poiché sono giovani, si muovono velocemente.
È diverso dall’avere fretta,
perché loro non hanno fretta di raggiungere rapidamente qualcosa.
Anche la loro sveltezza è spiegata dalla sua inutilità.
Consumano i pasti stando in piedi.
Mangia accanto al lavello della cucina e potrai lavare subito i piatti.
Lo so molto bene.
Non c’è nemmeno bisogno di dirlo, perché noi due lo sappiamo bene.
Alcuni potrebbero vedere in questo modo di vivere una sorta di povertà.
Generalmente dicono che è una vita “senza comodità”.
Ma noi in realtà non abbiamo questa sensazione.
La “povertà” in questo quartiere in realtà non è capita molto bene.
Ciò non sorprende.
Non sorprende che le persone non notino che ciò che viene chiamato povertà in questo
quartiere si verifica solo perché le menti sono altrove.
È difficile scoprire dove sono andate le menti,
quindi è più facile dire semplicemente che queste persone sono povere.
D’altro canto, sono povere perché la ricchezza che hanno accumulato le ha rese scialacquatrici.
Con il passare del tempo, gli strati di ricchezza le portano naturalmente all’uso smodato e cadono facilmente in povertà.
Forse passano il tempo in questo o quel modo
e la ricchezza gli si accumula intorno automaticamente come la polvere.
E poi, come se facessero le pulizie di primavera,
dilapidano tutta la loro fortuna in un colpo solo.
Come sono indaffarate, non riescono nemmeno a lavarsi.
Le loro unghie si sono allungate a loro insaputa.
I loro capelli sono arruffati.
Le persone che sono indaffarate non lo sanno.
Soltanto le persone che sono realmente, ossia ontologicamente, indaffarate lo sanno.
Ma non rivelano ciò di cui si occupano.
Sono indaffarate senza che si noti.
Sanno bene che le altre persone non lo sanno, ma non lo dicono.
Perché svelare i particolari, non sarebbe elegante.
Ma di tanto in tanto inviano un messaggio, attraverso un gesto,
lasciando intendere “Voi, gente, forse non potete capire.”
Coloro che riconoscono questo gesto hanno difficoltà a capire come chiamarle.
Quindi, non hanno un nome.
Va bene così.
In altre parole, noi accumuliamo diligentemente povertà.
Tuttavia, la ricchezza che possediamo è tale che non possiamo mai rimanerne privi e, alla fine, restiamo intangibilmente ricchi.
*An excerpt from Haegue Yang’s work Events with Nameless Neighbors, 2009, video, PAL, color, sound, 77’20”, audio CD, voice-over, narration: Korean, English and Italian. Filmed in Seoul and Venice. Courtesy of Kukje Gallery, Seoul. It is prohibited to copy or distribute the script without authorization of the artist