

ARTE
MICHELANGELO CONSANI DA EX3
(EX3 Centro per l’Arte Contemporanea, viale Giannotti 81/83/85, Firenze)
30 aprile – 6 giugno
Negli spazi del Centro fiorentino, il lavoro del vincitore della prima edizione del Premio EX3 Toscana Contemporanea 2010, in collaborazione con il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci e rivolto ad artisti toscani under 40. Il progetto dell’artista livornese si configura come una riflessione sulle connessioni tra ambiente, energia ed equità sociale. Soffermandosi sulla vicenda di ingiustizia razziale subita dal ciclista afroamericano Marshall Walter Taylor, Consani propone un’installazione attivabile dagli stessi visitatori, un articolato meccanismo che servendosi di biciclette e pedalatori africani genera l’energia sufficiente ad alimentare la luce della sala attigua. In contemporanea i progetti degli altri finalisti, Emanuele Becheri, Margherita Moscardini e Moira Ricci.
ARTE
DIEGO PERRONE PER FORTINO 1
(Fondazione Brodbeck Arte Contemporanea, via Gramignani 93, Catania)
14 marzo – 14 aprile
È Diego Perrone l’artista invitato per il quarto step del progetto di residenza Fortino 1, a cura di Giovanni Iovane e Helmut Friedel presso la Fondazione Brodbeck di Catania.
Contraddistinto soprattutto dall’uso del video e della fotografia, il lavoro di Perrone delinea, tra l’assurdo e l’ironico, lasciandole affiorare, impreviste interazioni tra luoghi, cose e persone, rivelando di volta in volta i processi sottesi alla creazione dell’opera. Per l’occasione, l’artista piemontese espone una serie di sculture che si originano e trovano forma a partire da un particolare suono “inventato” e dalla sua alterazione.

ARTE
DANIEL BUREN. DANZA TRA TRIANGOLI E LOSANGHE PER
TRE COLORI
(MACRO, via Reggio Emilia 54, Roma)
dal 10 marzo
Il nuovo volto del MACRO, non ancora del tutto svelato, raffina i propri lineamenti con un nuovo significativo intervento a carattere permanente: il tocco magico di Daniel Buren, veterano prestigiatore di spazi pubblici, si posa sul “belvedere”, l’affaccio sulla hall centrale del museo. Così l’ingresso acquista un’individualità ben precisa, definita attraverso il gioco intrapreso con lo spazio circostante, quello attuale e quello a venire. Nell’installazione – Danza tra triangoli e losanghe per tre colori – le forme triangolari, costruite dagli elementi che sorreggono l’arco vetrata, si riflettono sugli specchi dove strisce bianche vanno a disegnare altri triangoli: le danze possono avere inizio. Luci, forme, colori, sono il risultato di una costante interazione con l’architettura, il pubblico, il cielo, e a breve con i nuovi ambienti progettati da Odile Decq come ampliamento della sede espositiva che, rinnovata, inaugurerà a fine maggio.
Nell'immagine: Daniel Buren, Danza tra triangoli e losanghe per tre colori. Foto Bruno Bani

ARTE
SPRING SHOWS IN BEIJING
di / by Manuela Lietti
In linea con l’esigenza di implementare la proposta di mostre internazionali, Tang Contemporary Art presenta Ne travaillez jamais, a cura di Josef Ng, la prima personale in Cina di Rirkrit Tiravanija. Il titolo dell’evento si ispira al motto omonimo dell’Internazionale Situazionista, letteralmente confutato dal paradosso visivo creato dal brulicare di attività inscenate nello spazio espositivo: dalla produzione di mattoni alla degustazione di tofu. La messa in opera, più che l’opera d’arte stessa, è il pretesto che Tiravanija usa per stimolare la partecipazione del pubblico, coinvolgerlo in un “gioco di avvenimenti” in cui istanze ontologiche e quotidiane coesistono.
Già presente in alcune prestigiose collezioni cinesi nonché fiere d’arte locali, Tony Oursler propone presso la danese Faurschou la sua personale Number Seven, Plus or Minus Two. Un compendio della sua produzione dagli anni Novanta ai nostri giorni, dimostrazione della fascinazione dell’artista per la relazione corpo-tecnologia. Le tele apparentemente immacolate di Qiu Shihua (1940) sono protagoniste della sua personale presso Galerie Urs Meile. In tali opere, prevalentemente paesaggi dipinti tono su tono che si rivelano solo all’occhio più paziente, l’immagine lascia spazio alla suggestione, la scena alla visione e il processo contemplativo diventa presupposto necessario all’esperienza conoscitiva. L’io del singolo, la cui esistenza non è necessariamente veicolata dalla sua presenza, si disperde nello spazio fino a divenire invisibile in quanto estensione del paesaggio naturale e sua inscindibile componente. Il corpo, in quanto entità politica, è protagonista della serie A Second History di Zhang Dali dapprima presso SZ Art Centre a Pechino poi presso il Guangdong Museum of Art a Canton. In questo raffinato lavoro/ricerca iconologica, l’artista riflette sulla manipolazione di immagini storiche a fini politici, mettendo in luce l’esistenza di una “seconda storia” che si insinua nei meccanismi della Storia ufficiale.
In line with the need to implement the offer of international exhibitions, Tang Contemporary Art presents Ne travaillez jamais, Rirkrit Tiravanija’s first solo exhibition in China, curated by Josef Ng. The title of the event is inspired by the homonymous motto of the Situationist International, literally confuted by the visual paradox created by the exhibition space teeming with activities on show: from the production of bricks to the tasting of tofu. The procedure, rather than the artwork itself, is the pretext used by Tiravanija in order to stimulate the participation of the public and involve it in a “game of happenings” in which ontological and everyday life issues exist side by side.
Already present in some prestigious Chinese collections but also in local fairs, Tony Oursler puts on his personal show Number Seven, Plus or Minus Two at the Danish Faurschou. A compendium of his production from the 90s until today, as a demonstration of the artist’s enchantment with the relationship between body and technology. The seemingly immaculate canvases by Qiu Shihua (1940), are the protagonists of his personal exhibition at Galerie Urs Meile. In these works, mostly landscapes painted tone on tone that only become apparent to the most patient eye, the image leaves room to suggestion, the scene to the vision, and the contemplative process becomes a necessary precondition for cognitive experience. The individual ego, whose existence is not necessarily carried by its presence, loses itself in space until becoming invisible as an extension of the nature landscape and its intrinsic component. The body, as a political entity, is the protagonist of the series A Second History by Zhang Dali, at first on show at the SZ Art Centre in Beijing and then at Guangdong Museum of Art, Canton. In this refined work/iconological research, the artist reflects on the manipulation of historical images for political purposes, highlighting the existence of a “second history” which finds its way into the mechanisms of official history.
1. Veduta dell’installazione di Rirkrit Tiravanija, Ne travaillez jamais, Tang Contemporary Art Beijing; 2. Tony Oursler, Double Heads, 2009. Courtesy l’artista e Galleri Faurschou

ARTE
AGAINST WHAT? AGAINST WHOM? HARUN FAROCKI AT RAVEN ROW
di / by Susanna Bianchini
Assicuratevi di avere tanto tempo a disposizione, perché una volta entrati a Raven Row, nuovissima galleria nascosta nei meandri di Whitechapel, i nove video in mostra di Harun Farocki non vi daranno tregua. Li dovrete guardare, dall’inizio alla fine. Vorrete capire che sta succedendo, com’è cominciato il dialogo tra due schermi o la storia che si dipana dallo schermo singolo a quelli multipli. I giochi con il linguaggio del cinema vi cattureranno, mesmerizzeranno. Lascerete la mostra che si sarà fatto buio e vi sentirete disorientati da tante immagini da dover digerire, ma arricchiti allo stesso tempo. Farocki (1944) vive a Berlino e lavora come videomaker dal 1967 assieme ad Antje Ehmann, sviluppando recentemente il suo racconto cinematografico con forti influenze da Marker e Godard, mitigando tuttavia l’analisi asettica con la poesia dell’associazione di immagini. Ad esempio, in Transmission (2007) assistiamo all’analisi visiva di vari monumenti in giro per il mondo, dalla Bocca della Verità a Roma al Santo Sepolcro in Gerusalemme al Monumento ai Caduti nella guerra del Vietnam a Washington; mani che toccano, mani che pregano, che esplorano, mani che quasi infondono vita alla nuda materia, facendo del monumento un simulacro di ciò che non esiste più o non è mai esistito. Che sia superstizione, religione o lutto, Farocki riesce a dipanare davanti ai nostri occhi la sottile, intelligibile energia della mente umana. Il tema delle mani torna in Comparison via a Third (2007), dove due schermi fanno un paragone, quasi a livello di documentario, tra la produzione di mattoni nei paesi in via di sviluppo e quella nei paesi industrializzati. Il rapporto fisico, viscerale tra uomo e materia del primo è rimpiazzato dal lavoro asettico delle macchine, con cui l’uomo interagisce appena.
Make sure you have a lot of time at your disposal, because once entering Raven Row, the new gallery concealed in the labyrinth of Whitechapel, Harun Farocki’s nine videos on show will give you no respite. You will have to see them, from beginning to end. You will want to understand what is going on, how the dialogue between the two screens or the story that unwinds from the single to multiple screens have come about. The plays with the language of cinema will catch your attention, mesmerise you. You will leave the exhibition at nightfall and you will feel disoriented but at the same time enriched by the many images you will have to digest. Farocki (1944) lives in Berlin and has worked as a videomaker together with Antje Ehmann since 1967. He has recently developed his cinematographic story with strong influences by Marker and Godard, but moderating the detached analysis with the poetry of the association of images.
In Transmission (2007), for example, we can look at the visual investigation into various monuments all around the world, from the Mouth of Truth in Rome to the Holy Sepulchre in Jerusalem, to the Vietnam Veterans Memorial in Washington; hands that touch, that pray, that explore, hands that almost infuse life into the bare material, making of the monument a simulacra of what does not exist anymore or has never existed. Whether it is superstition, religion or loss, Farocki manages to unravel before our eyes the subtle and intelligible energy of human mind. The theme of the hands recurs in Comparison via a Third (2007), where two screens compare, almost in documentary form, the production of bricks in developing countries with that in industrialised countries. The physical and visceral relationship between man and material of the former is replaced by the detached work of machines, with which man barely interacts.
Nell'immagine: Workers Leaving the Factory in Eleven Decades, 2006. Foto Marcus J. Leith

ARTE
SCIENCE AND IRRATIONALITY. PETER COFFIN AT CREDAC
(Le Credac - Centre d'Art Contemporain d'Ivry,
93 avenue Georges Gosnat , Ivry-sur-Seine, France)
fino al 25 aprile
Peter Coffin porta al Credac d’Ivry la sua investigazione su fenomeni ritenuti inspiegabili, misteriose manifestazioni di tipo naturale, ottico, difficilmente definibili procedendo solo secondo la logica, strane irrazionalità per le quali l’artista tenta approcci differenti aprendo a nuove modalità di osservazione. A cura di Claire Le Restif, Qualunque Light si compone di alcune sculture, video, un intervento al neon e un nuovo lavoro dal titolo Shepard-Risset Glissando, basato sul movimento dei colori che compongono lo spettro luminoso secondo il cerchio cromatico di Newton, e completato da una gamma di suoni in scala crescente e calante: una videoproiezione ideata per alterare le percezioni sensoriali.
Peter Coffin brings to Credac d’Ivry his investigation into unexplainable phenomena, mysterious natural, optical manifestations that logic alone is unable to define, strange irrational phenomena for which the artist seeks different approaches, opening up to new ways of observation. Curated by Claire Le Restif, Qualunque Light is made up of sculptures, videos, a neon installation and a new work entitled Shepard-Risset Glissando, based on the movement of the colours that make up the spectrum of light, according to Newton’s chromatic circle, and completed by a range of sounds in rising and descending scale: a video projection conceived to alter sensory perceptions.
Nell'immagine: Peter Coffin, Transformations Sculptures (1 à 13), 2009 © André Morin / le Crédac

ARTE
POSTMEDIABOOKS PER ZAFOS XAGORARIS
di Daniela Bigi
Con l’attenzione che sempre dedica a questioni legate al dibattito arte/architettura, soprattutto per quanto concerne la responsabilità etico/estetica del fare, la casa editrice Postmediabooks ha pubblicato recentemente un volume monografico sul lavoro di Zafos Xagoraris, figura di spicco nel panorama dell’ “arte di impegno” in ambito mediterraneo.
Ateniese di nascita, formazione e area di lavoro, Xagoraris appartiene alla generazione emersa negli anni Novanta, con la quale ha condiviso la necessità di interrogarsi sul proprio ruolo sociale e, di conseguenza, il bisogno di relazionarsi da vicino a territori e comunità nei termini dell’ascolto e della proposizione di microinterventi. Nel 1998 fonda ad esempio insieme ad alcuni artisti e architetti ateniesi il gruppo Urban Void, con il quale realizza progetti in spazi cittadini vuoti, marginali, dimenticati, con il chiaro intento di restituirgli vita, anima, o almeno memoria.
Curata da Massimiliano Scuderi, la monografia ospita una conversazione con Katerina Gregos e testi di Manuel Herz con Eyal Weizman, Tobi Maier e dello stesso Scuderi, oltre ad una serie di statements dell’artista su opere nodali del suo percorso. Percorso che in quasi vent’anni di attività ha intrecciato riflessioni su questioni calde, come ad esempio quella della sorveglianza a fine anni Novanta, a questioni di acquisizione più lenta e meditata, come il grande tema dello spazio pubblico nella sua relazione con la comunità, tra sistemi normativi, barriere culturali, istanze identitarie. E poi ci sono i suoni. Molta parte della sua ricerca ha trovato nell’indagine sui suoni delle significative possibilità costruttive, nel senso sia del recupero di identità dei luoghi, sia della costruzione vera e propria di spazialità inedite, sia dell’attivazione di nuove relazioni. Come ben individua Scuderi, infatti, nell’unire suoni distanti le realtà vengono riavvicinate, “annullando la distanza in senso fisico, mnemonico e socio-culturale”. La grande importanza che Xagoraris attribuisce al suono, o meglio, al trasferimento dei suoni, è da leggersi dunque alla luce del desiderio del superamento dei limiti, che siano essi geopolitici, o tra centri e periferie, o tra pubblico e privato, o tra privato e privato. L’obiettivo è la ricezione sociale dei suoni, come sottolinea anche Katerina Gregos, e il tutto è sempre volto, in fondo, alla presa di coscienza individuale o collettiva dell’effettivo utilizzo dello spazio pubblico e/o di ciò che andrebbe condiviso.
In questo quadro di riferimenti non è difficile comprendere come l’utilizzo di una tecnologia low-tech sia sempre stata particolarmente funzionale all’artista, e credo innanzitutto perché gli ha permesso in più occasioni di avvicinarsi direttamente al quotidiano della gente, evitando l’algida sofisticazione di certo high-tech con tutte le implicazioni simboliche ad esso connesse.
Ma Xagoraris, nella sua profusione di impegno, non è ingenuo: “secondo me – afferma – la rivendicazione del territorio urbano da parte degli artisti, di gruppi e di altre iniziative sociali, è uno dei tanti surrogati di un cambiamento universale mai avvenuto. Allo stesso tempo è un modo per andare avanti, passo dopo passo, ri-esaminare questioni come la possibilità comune di modificare piccole leggi urbane o testi giuridici, l’eliminazione dei confini e altro ancora”.
Zafos Xagoraris. Silencers and Amplifiers
a cura di M. Scuderi
Postmedia editore, 2009 – pp.160

ARTE
PRIMA PERSONALE EUROPEA DI JOSH TONSFELDT
ALLA GALLERIA FRANCO SOFFIANTINO
di Alberto Fiore
“Il nostro atteggiamento estetico dovrebbe diventare sempre più aperto a tutto ciò che può accadere”. Questa frase di John Cage può servire a introdurre la ricerca di Josh Tonsfeldt. Principi quali il caso e l’indeterminatezza, utilizzati da Cage nelle sue composizioni musicali, spesso si ritrovano nelle opere di Tonsfeldt. Poniamo attenzione però a non cadere in letture sbrigative di analogie concettuali e di processi creativi fra la sua ricerca e quella di Cage o di alcuni artisti Fluxus. Tonsfeldt, infatti, non si prefigge l’obiettivo, come invece faceva Cage, di liberarsi dall’immaginazione, dalla memoria e dalle idee per giungere a uno stato di assoluta indeterminatezza. Anzi, memoria e idee personali sono caratteristiche importanti che si percepiscono anche in questa mostra. Inoltre non si esprime con performance legate all’aspetto teatrale, cosa che invece contraddistinse diversi eventi Fluxus e Happening.
In questa prima personale europea Tonsfeldt coinvolge lo spazio espositivo nella sua totalità. Crea un discorso articolato che stimola la meditazione. Opere dai significati spesso enigmatici legano gli spazi della galleria in un racconto di sensazioni, memoria e presentazione dell’inatteso, come nell’opera 4: Cat-Cos che dà il titolo alla mostra. Una fotografia con dei volumi enciclopedici abbandonati su un cumulo di rifiuti che l’artista ha notato durante le passeggiate nei pressi del suo studio.
Un’esile installazione in legno (11: Island/light) occupa parte del piano terra della galleria. Un lavoro con cui ci relazioniamo nella visita alla mostra. Una struttura che pare crollare in un istante indefinito. E poi video, disegni, fotografie ci presentano punti di vista che non rientrano nei canoni convenzionali di inquadratura e composizione dell’immagine a cui invece siamo normalmente abituati.
Nelle stanze al piano interrato, fra le altre opere, Tonsfeldt è intervenuto in maniera poetica e spiazzante sulle finestre (Untitled), inserendole come parti integranti del progetto espositivo. Quello che normalmente ignoriamo si carica qui di una grande forza evocativa.
Nella ricerca di Tonsfeldt la vita, con i suoi accadimenti, è presentata dopo essere stata filtrata dalla sua sensibilità interiore. Nelle diverse opere si fondono caso, sensazioni, esperienze e memoria. Disegni, fotografie, video e installazioni creano una moltitudine di legami e corrispondenze fra la sua vita, le opere e i luoghi che le ospitano. Sensazioni e momenti del vissuto sono estrapolati dall’anonimato della consuetudine interpretativa. Tonsfeldt presenta così all’osservatore la complessità del fluire della vita.
Una ricerca ampia e varia quanto lo è la vita di ogni singolo individuo nel tempo.
1. Una veduta della personale di Josh Tonsfeldt; 2. Josh Tonsfeldt, 11: Island/light, 2010, veduta dell’installazione.
Courtesy Galleria Franco Soffiantino, Torino

ARTE
MILANO THINKS GREEN
di Serena De Dominicis
Una fitta rete di eventi e incontri, occasioni di confronto e dibattito, costituisce già una sorta di percorso preliminare all’Expo 2015 di Milano. Si tratta di iniziative volte a evidenziare progetti e tendenze sensibili alla causa della sostenibilità tra architettura, arte e design, che rivelano sinergie frutto di una attenzione all’ecologia cresciuta su base etica, in attesa solo di politiche illuminate capaci di supportarle – mentre i blandi palliativi pensati per arginare l’emergenza smog nell’area milanese producono teoria e tensione tra cittadinanza e istituzioni senza riuscire a dare una risposta concreta al problema.
Un calendario serrato di appuntamenti, talk, convegni che coprono un arco di 45 giorni è offerto dalla Triennale, interamente dedicato al tema dell’edilizia sostenibile e affiancato, inoltre, dai giovedì “verdi” di Triennale Lab: Natura & Architettura, ciclo di seminari a cura di Nemeton High Green Tech Magazine e Promoverde. E proprio all’opportunità del costruire eco si rivolge la mostra Green Life. Costruire città sostenibili, allestita su 1500 mq del piano terra della Triennale, con un taglio pragmatico ad evidenziare progetti già concretizzati, soluzioni sperimentate e replicabili, un ventaglio di eccellenze sul piano architettonico e urbanistico, proposte che dimostrano un’idea complessiva e chiara del complicato soggetto città, individuate rivolgendosi all’Europa e non solo.
Ma la sostenibilità non riguarda soltanto la razionalità del costruire o del riqualificare in armonia con il tessuto preesistente e con l’ambiente, il concetto investe l’intero processo, compreso lo smaltimento dei materiali di cantiere, ad esempio, e naturalmente la rispondenza ad alti standard di efficienza energetica e risparmio idrico – altro tema in ebollizione.
Allo stesso modo rientrano ampiamente nel discorso anche la fattibilità economica di ogni passaggio della filiera, dal costruttore all’acquirente, e l’urgenza di arginare il consumo di suolo, problematica non certo nuova ma sempre più attuale considerando che in Lombardia il cemento avanza al ritmo di 10 ettari al giono. “Metti un freno al cemento, costruisci la natura”. Sembra rispondere a questo slogan il progetto Frutteto Urbano di Ton Matton, la cui pratica si colloca a suo dire “somewhere between object-design, society-shape, ecological city planning and artist-activism”. L’installazione dell’architetto olandese ritaglia nell’atrio della Stazione Garibaldi una pausa verde da fruire e condividere, un angolo vivo, fatto di alberi veri e fruttiferi in vasi colorati dotati di un impianto di autoalimentazione ecosostenibile. Per l’ottavo Green Island (a cura di aMazelab), edizione imperniata sui motivi del riciclo e della sostenibilità, e nel quadro del Fuori Salone, l’iniziativa è associata, inoltre, a Orti d’artista, collegato con la FAO e con alcuni temi anticipati dell’Expo 2015.
Nell'immagine: Ton Matton, Frutteto Urbano, 2010. Courtesy l’artista, aMAZElab, Milano
ARTE
A MAGGIO, A FAENZA, LA TERZA EDIZIONE
DEL FESTIVAL DELL'ARTE CONTEMPORANEA
(Faenza, RA)
21 maggio – 23 maggio
Ideato e fondato da Alberto Masacci e Pier Luigi Sacco, il Festival di Faenza si impone ancora una volta come appuntamento internazionale dedicato alla riflessione e al confronto sull’arte contemporanea, alla comprensione del mondo e delle tematiche dell’arte di oggi.
In tal modo, la terza edizione, che si avvale della direzione scientifica di Carlos Basualdo, Angela Vettese e dello stesso Sacco, sin dal titolo – OPERE/Works – intende restituire valore all’opera, alle sue forme e alla sua capacità di tradurre l’attualità. “Sentivamo che il festival doveva rimettere l’opera, il pensiero dell’artista, al centro del rapporto con lo spettatore, sottolineando il confronto quasi ‘carnale’ tra questi due soggetti del dialogo”: con queste parole Basualdo sintetizza i temi che hanno rinnovato questa terza edizione – in programma dal 21 al 23 maggio –, che porterà alla disamina delle diverse declinazioni delle opere da un punto di vista economico, psicologico, filosofico, ascoltando alcuni protagonisti e entrando in contatto con il loro agire o con il dissertare sull’arte.
Interverranno curatori e storici dell’arte, studiosi e professionisti di altri campi del sapere. Tra le presenze già confermate: Tobias Rehberger, Daniel Buren, Bruce Altshuler, Richard Wentworth, Michael Elmgreen & Ingar Dragset, Nanni Balestrini, Hans Ulrich Obrist.