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ARTE
ALBERTO TADIELLO. GASWORKS E NEW YORK
GASWORKS AND NEW YORK
Intervista a cura di / Interview by Alberto Fiore
AF: Sul tuo lavoro hai affermato: “Non c’è possibilità di permanenza. Tutte le cose cedono (…): si appoggiano, cadono, si logorano. Spesso utilizzo queste dinamiche, (…) mi interessano”. E ancora: “voglio che si muova da solo, che deperisca, (...) o che cambi continuamente” 1. Gilberto Zorio ha affermato: “Sono qualcuno che mette in moto un meccanismo e l’immagine si autoalimenta” 2. Ti senti in un qualche modo parte di uno specifico modo di intendere l’arte? Penso all’Arte processuale...
AT: Spesso i miei lavori fanno perno sulla possibilità di mostrare un mutamento, un movimento. Credo ci sia una sorta di legame, di background storico comune con artisti come Zorio, Anselmo, Merz… ci avvicina forse anche uno sguardo sempre riposto su paesaggi, forze e dimensioni poetiche che vanno a costituirsi come una geografia, un territorio, un luogo che per tanti aspetti presenta caratteristiche simili, analoghe.
Allo stesso tempo penso che sia però evidente un distacco, una frattura, una lontananza con questi artisti, con l’Arte povera.
AF: Tu hai dichiarato che fai pochi lavori e per realizzarli impieghi molto tempo perché hai bisogno “di lasciarli decantare. Le idee devono sedimentare”. Questa residenza londinese ti ha portato a “decantare” delle idee e a realizzare quali opere?
AT: Ho bisogno di lasciar “sedimentare” i lavori e i pensieri. Credo che sia un qualcosa di molto vicino a un processo naturale. Non c’è mai un progetto definito a priori per un nuovo lavoro, ma c’è sempre un lavorio, un continuo “limare” sulle cose. Penso però che ci siano delle occasioni e delle situazioni che fanno inevitabilmente subire a tutto un’accelerazione. In questo periodo, ad esempio, sono particolarmente impegnato e di conseguenza i tempi di sedimentazione si sono forzatamente compressi ed accorciati.
I lavori che ho presentato a Gasworks fanno riferimento a un retroterra di ricerche iniziate la scorsa estate. e13 000625 fa parte di un immaginario legato ai primi prototipi di armi sonore. Avevo trovato una serie di immagini molto suggestive di alcune vere e proprie “armate sonore” messe a punto dall’esercito giapponese durante la seconda guerra mondiale. Erano come dei cannoni puntati verso il cielo, pensati per abbattere gli aerei utilizzando particolari frequenze.
A differenza delle armi acustiche attuali, che sono realmente delle armi, quei primi prototipi non sono mai stati messi in funzione. Le loro immagini mi hanno affascinato moltissimo.
Questo lavoro ha forse ancora un’eco di queste suggestioni. È una struttura che si aggetta molto dalla parete, diventando incombente e trasmettendo una sorta di pericolosità. Produce un suono profondo, gutturale. Ha una propensione ad essere “esposta” in tutti i sensi, sia dal punto di vista spaziale che sonoro. È fissata e aggrappata alla parete e il suono diventa una presenza fisica in movimento che scolpisce lo spazio.
I disegni che ho realizzato (Untitled) fanno invece parte di una ricerca che sto portando avanti da tempo. Si lasciano guardare come delle presenze eleganti, sembrano dei grumi di polvere. Sono le tracce prodotte dal lancio ripetuto di una trottola sul foglio dopo averne sporcato il vertice con un pastello nero. Riproducono le diverse traiettorie della trottola, i moti centripeti e centrifughi. L’effetto finale dà l’impressione di essere la registrazione di alcuni percorsi molecolari o cosmici.
AF: Ad inizio aprile si è aperta la tua prima personale a New York: Variable Intensity Rain Gradient Aloft (Virga) alla Newman Popiashvili Gallery. Hai esposto dei disegni e opere della serie dei K. Questi lavori mi fanno anche pensare alle macchine di Jean Tinguely.
AT: Non è la prima volta che qualcuno cita Tinguely riferendosi ad alcuni dei miei lavori. Credo sia per un’apparenza, per una questione di vicinanza visiva. I K sono come dei disegni tridimensionali in mantenimento. Scorrono e insistono su se stessi. Li penso anche sempre in relazione al vuoto che li circonda, al bianco della parete.
I K sono prima di tutto delle punte. Punte perché letteralmente puntano a qualcosa, lo mirano, sono in grado di incunearsi in uno spazio. Sono dei segni, dei concentrati di tensione, degli addensamenti di linee.
L’oscillazione dei cavi e la loro messa in tensione impediscono ai K di essere sottoposti a un continuo stress, a un funzionamento persistente, comportando una sorta di parsimonia, di controllo degli andamenti.
La componente sonora è un rapprendersi di fruscii, di ronzii, di cigolii, secchi e insidiosi.

Note
1. Francesca di Nardo (a cura di), Alberto Tadiello, KLAT magazine, n.1, inverno 2009-2010, p.101-105
2. Germano Celant (a cura di), Gilberto Zorio, Hopefulmonster, Torino 1992, p.32

1. K, 2009. Courtesy T293, Napoli 2. Alberto Tadiello, E13 000625, 2010. Courtesy T293, Napoli; 3. Adel Abdessemed, Don't Trust Me, 2007, 6 video su monitor. Courtesy l’artista e David Zwirner, New York; 4. Adel Abdessemed, Dio, 2010, proiezione video


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Parate e Proteste. un Dialogo




AF: You said about your work: “There is no possibility of permanence. Everything collapses (…): leans, falls or wears out. I often use these dynamics, (…) I am interested in them”. And again: “I want that it moves by itself, that it deteriorates, (…) or that it continuously changes”1. Gilberto Zorio stated: “I am someone who sets off a mechanism and the image feeds itself”2. Do you feel in a sense part of a specific way of conceiving art? I am thinking of Process Art…
AT: My works are often centred on the possibility of showing a change, a movement. I think there is a sort of bond, a common historical background with artists such as Zorio, Anselmo, Merz… we are maybe united by a view towards landscapes, forces and poetic dimensions that create a geography, a territory, a place that for many aspects has similar and analogous characteristics.
But, I think that there is at the same time a detachment, a break, a distance from these artists, from Arte povera.
AF: You said that you make few works and that you need a lot of time to produce them, because you “let them settle. Ideas must sediment”. Did this residence in London help you to let some ideas “settle” and to make works?
AT: I need to let works and thoughts “settle”. I think it is something very similar to a natural process. There is never a definite project a priori for a new work, but there is always an intense activity, a continuous “honing” of things. But I think that there are occasions and situations that inevitably make everything undergo an acceleration. In this period, for example, I am particularly busy and as a result, the time of settling has necessarily become shorter. The works I presented at Gasworks refer to a background of research started last summer. e13 000625 belongs to an imagery linked to the first prototypes of sound weapons. I found a series of very suggestive images of some real “sound armies” set up by the Japanese army during the Second World War. They were like guns pointing to the sky, conceived for shooting down planes by using particular airwaves. Unlike current acoustic weapons, which are real weapons, those first prototypes have never been activated. Those images fascinated me a lot. This work probably still recalls these suggestions. It is a structure that juts out a lot from the wall, overhanging and conveying a sort of dangerousness. It produces a deep guttural sound and can be “exhibited” in every sense, both from a spatial and a sound viewpoint. It is fixed to and hanging on the wall and sound becomes a physical presence in movement able to sculpt the space.
The drawings I made (Untitled), belong instead to a study I have been conducting for some time. They are elegant presences and look like lumps of dust. They are traces left by the repeated throw of a spinning top on the sheet after having marked its top with a black pastel crayon. They reproduce the many trajectories of the top, the centrifugal and centripetal motions. The final effect seems to be the recording of some molecular and cosmic paths.
AF: Your first personal show opened at the beginning of April in New York: Variable Intensity Rain Gradient Aloft (Virga) at the Newman Popiashvili Gallery. You exhibited drawings and works from the series K. These works also make me think of the machines by Jean Tinguely.
AT: It is not the first time that someone quotes Tinguely with reference to some of my works. I think it is because of their appearance, of a visual closeness. K are like three-dimensional repeating drawings. They flow and insist on themselves. I always conceive them in relationship with the void that surrounds them, with the white wall. K are first of all points. Points because they literally point at something, aim at it, they are able to wedge themselves in the space. They are signs, loads of tension, accumulations of lines. The oscillation of cables and their being held in tension do not allow K to undergo a continuous stress, a persistent working, involving a sort of thrift, of control of movement. The sound element is a concentration of rustles, hums, of sharp and insidious creaking.


Notes
1. F. di Nardo (edited by), Alberto Tadiello, KLAT magazine, n.1, Winter 2009-2010, p.101-1052. G. Celant (edited by), Gilberto Zorio, Hopefulmonster, Turin 1992, p.32