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ARTE
Hans Haacke e il contesto italiano
Hans Haacke and the Italian context
Intervista a cura di / Interview by Francesca Guerisoli

Con i suoi lavori Hans Haacke ha indagato, nell’arco di quarant’anni, questioni politiche, sociali ed economiche. Sono celebri i sondaggi socio-politici sui visitatori delle sue mostre, come MOMA Poll (1970), in cui chiedeva se il fatto che il governatore Rockefeller non avesse denunciato la politica di Nixon in Indocina costituisse una ragione per non votarlo alle successive elezioni; il progetto Der Bevölkerung (2000 - in progress), dove ha imposto il rovesciamento della scritta posta sulla facciata del Reichstag “Al popolo tedesco” con “Alla popolazione”, dedicandolo quindi a tutti i residenti nel paese; il Padiglione Tedesco alla Biennale di Venezia del 1993, che gli è valso il Leone d’oro come miglior padiglione nazionale. E numerosi altri lavori, come quelli sulla Philip Morris e Benetton, dove Haacke ha messo in luce meccanismi economici e politici legati soprattutto al mondo dell’arte.
In occasione della sua partecipazione quale visiting professor al Corso Superiore di Arti Visive della Fondazione Ratti, Haacke ha allestito la sua personale presso l’ex chiesa di San Francesco a Como, composta da tre lavori: Wide White Flow (1967), The population meets St. Francis (una serie di fotografie dal progetto Der Bevölkerung), e un lavoro site specific dedicato all’Italia. Durante l’intervista qui pubblicata – effettuata nei giorni precedenti l’inaugurazione – Haacke non ha voluto parlare della nuova opera, l’avremmo dovuta vedere e l’avremmo immediatamente compresa: “Di questo lavoro, sul tema della cultura imprenditoriale italiana, non sono ancora pronto a parlare. Lo vedrete e alla fine capirete cosa volevo dire”. E ancora: “Si tratta della giustapposizione di immagini che furono tributi a San Francesco con altre immagini di oggi. Questa giustapposizione può essere interessante”. Della nuova opera, Once upon a time..., si è dunque compreso quale fosse il tema solo all’inaugurazione della mostra: sulle parti cancellate degli affreschi seicenteschi dell’abside dell’ex chiesa di San Francesco sono proiettate, in diretta, le trasmissioni dei canali Mediaset, che vanno così a integrarli, e sui due affreschi laterali corrono in sovrimpressione i titoli della borsa, costituendo una sintesi stridente a livello concettuale. È un lavoro diretto, immediato; un lavoro per il quale, ancora una volta, Hans Haacke si è servito dei due contesti.

FG: Nei tuoi lavori hai sempre considerato due tipologie di contesto: quello fisico-architettonico e quello socio-politico-culturale. Quale importanza ha, nel caso della mostra realizzata per Give and Take, il contesto? In primo luogo, il fatto che essa si trovi nella città famosa per l’architettura razionalista di Terragni (sulla cui Casa del Fascio, tra l’altro, ha lavorato Alfredo Jaar per il CSAV nel 2005) e, in secondo luogo, il fatto che sia allestita in un’ex chiesa?
HH: Conosco molto poco di Como, quindi non aspettatevi che nella mostra faccia riferimento in modo particolare a Como. Non posso farlo, sarebbe una follia per me fingere il contrario. Mi sono state mandate le fotografie dello spazio dove verrà allestita la mostra e mi hanno intrigato molto. Non ho mai avuto una chiesa come tipologia di spazio dove fare qualcosa. Il Padiglione Tedesco a Venezia è un’architettura a tre navate, c’è una navata centrale (come è normalmente nelle chiese) e ci sono due stanze laterali, ma non ho mai lavorato in una chiesa. Una volta ho allestito una mostra in una cappella di un ospedale a Berlino, che anch’essa aveva una navata principale e due laterali, ma questa di Como è molto, molto, molto più antica, e conserva ancora l’antico carattere così come è stato rivelato dagli archeologi e dagli storici, quindi immagino che trasmetta le stesse cose di molte centinaia di anni fa. E ha affreschi con soggetti consueti, come l’Ultima cena e l’incoronazione della Vergine Maria, ed è stata dedicata a San Francesco, una figura interessante. Questo è il contesto che ho trovato e che giudico molto intrigante.
FG: Cosa pensi riguardo alla situazione politico-culturale dell’Italia di oggi?
HH: Cosa ne penso è solo ciò che ho visto o di cui ho sentito parlare, non ho mai condotto ricerche. L’Italia sembra essere molto diversa dagli altri paesi europei. Non ho mai sentito nulla di scuole d’arte, ad eccezione di quella di Venezia (il che non significa che non ci siano altre scuole interessanti). Non sembrano esserci – sono molto cauto, non dico di saperlo per certo – grandi musei d’arte moderna o contemporanea, come il Pompidou di Parigi, il Reina Sofia di Madrid, la Tate Gallery di Londra e un paio in Germania. Non ho sentito parlare di istituzioni. Posso immaginare che ciò abbia un effetto sul mondo dell’arte in Italia, sui giovani artisti e forse anche su artisti di età più avanzata.
FG: In Italia ci sono molte fondazioni che promuovono l’arte contemporanea. Come giudichi realtà come ad esempio Fondazione Prada e Fondazione Trussardi? Paragoni questo tipo di fondazione artistica alle banche, a ciò che fanno le fondazioni ex-bancarie per l’arte?
HH: Credo ci sia una somiglianza tra le collezioni d’arte e le mostre di istituzioni come le banche. Ciò che mi turba, in un certo senso, che mi fa esitare ad abbracciare o anche a collaborare con esse, è che il mio nome verrebbe associato a uno scopo commerciale o imprenditoriale e sarebbe usato come incentivo per ciò che esse producono o vendono. Ciò significa che non mi piacerebbe essere associato a loro. E, nel caso di Prada, si tratta di una casa di moda e penso che sia il contesto sbagliato per il mio tipo di lavoro, che verrebbe visto nel contesto della moda, con persone di una classe sociale estremamente selezionata e molto più ricca rispetto alla gente comune.
FG: Da quarant’anni, con il tuo lavoro affronti problematiche socio-politiche. Qual è il potere dell’arte nel produrre un cambiamento sociale e nell’incentivare a condurre una riflessione su questo tipo di problemi?
HH: In un mondo dove i media ci sommergono ogni giorno, con internet, sarebbe irrealistico aspettarsi che le opere abbiano, o possano avere, un effetto immediato. L’effetto sociale della cultura credo sia più tra le righe. La società (ciò che sembra e ciò che non sembra essere normale e il perché) è quello che si intende per zeitgeist. La cultura si manifesta, e nessuno può fermare ciò perché è tra le righe, semplicemente non è un effetto meccanico.
FG: Che relazione ha il tuo lavoro con le giovani generazioni? Ti consideri un maestro per gli artisti che intendono l’arte come correlazione tra etica ed estetica?
HH: Non credo di essere un maestro, in quanto ogni generazione deve definire il proprio modo di fare, penso che sia necessario. Non voglio descrivere ciò che devono fare, posso anche non capire il loro modo di operare, hanno esperienze e background diversi, potrei perdere un sacco di quello che loro colgono. Possono non avere certe esperienze che io ho semplicemente per via della mia età, che mi fa interpretare le cose in modo diverso rispetto a persone più giovani.
FG: Perché, per la personale all’ex chiesa di San Francesco, tra i tuoi lavori hai scelto di esporre le fotografie di Der Bevölkerung, il progetto realizzato nel giardino nord del Reichstag sull’essere cittadino tedesco?
HH: Il lavoro in questione è installato e in corso a Berlino. Esso è forse un esempio per i dibattiti politici relativi alla cittadinanza e alla relazione con le persone che non sono tedesche (nativi) o alle quali venga negata la cittadinanza per altri motivi. Diventa un argomento di dibattito e un simbolo. I membri del parlamento sono invitati a partecipare, portando zolle di terra dai loro distretti elettorali. E, sorprendentemente, è stato approvato da 280 membri del parlamento appartenenti a partiti diversi (non a uno solo), che hanno partecipato. E ciò che sta crescendo là nel giardino – se ne guardano le fotografie – non è solo una visione simbolica, in effetti, di un bel posto. È la realtà fisica del posto tanto quanto il background simbolico e politico che trovai interessante.
Il rapporto dei cittadini “tradizionali” con le persone che sono venute qui per diverse ragioni è probabilmente sotto dibattito ed effetto di opinioni diverse e di agitazioni anche in Italia, c’è anche il razzismo. Ho visto un poster lo scorso anno a Venezia durante il periodo elettorale. Era il manifesto della Lega Nord. Sarebbe, a quanto ho capito, una specie di “very white win party”, e ciò fu per me sorprendente e anche scioccante. Inoltre è un grande, grande partito del Nord Italia! Questo lavoro, quindi, può avere una connessione con l’Italia.

1. Hans Haacke, MOMA Poll, veduta dell'installazione al Museum of Modern Art, 1970 . © Hans Haacke/VG Bild-Kunst 2. Hans Haacke, News, 1969, veduta dell'installazione alla mostra Software, Jewish Museum, 1970. © Hans Haacke/VG Bild-Kunst 3. Hans Haacke, The Invisible Hand of The Market, 2009, veduta dell'installazione alla X Initiative, New York. Courtesy l'artista e X Initiative. Foto Tom Powel © Hans Haacke/VG Bild-Kunst 4. Hans Haacke, veduta della mostra all'Ex Chiesa di San Francesco, Como, 2010. Courtesy Fondazione Antonio Ratti, Como © Hans Haacke/VG Bild-Kunst. Foto Moira Ricci 5. Hans Haacke, DER BEVÖLKERUNG, 2000, installazione in progress, cortile nord del Reichstag, Berlino © Hans Haacke/VG Bild-Kunst. Foto Stefan Müller 6. Hans Haacke, GERMANIA, veduta dell'installazione alla Biennale di Venezia, 1993 © Hans Haacke/VG Bild-Kunst. Foto Roman Mensing 7. Hans Haacke, veduta della mostra all'Ex Chiesa di San Francesco, Como, 2010. Courtesy Fondazione Antonio Ratti, Como © Hans Haacke/VG Bild-Kunst. Foto Moira Ricci


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Over 40 years, Hans Haacke has investigated political, social and economical issues through his works. The socio-political surveys on the visitors of his exhibitions are well-known, like MOMA Pol (1970), in which he asked if the fact that the governor Rockefeller had not denounced Nixon’s politics in Indochina, was a reason for not voting him at the following elections; the project Der Bevölkerung (2000 - in progress), where he imposed the change of the inscription “To the German People” with “To the Population” on the Reichstag’s façade, dedicating it to all the residents of the country; the German Pavilion at the Venice Biennale of 1993 that won him the Golden Lion as the best national pavilion. And many other works such as those on Philip Morris and Benetton, in which Haacke brought to light the economic and political mechanisms linked above all to the art world.
On occasion of his participation as visiting professor in the Advanced Course in Visual Arts of Fondazione Ratti, Haacke put on his personal show at the former San Francesco’s church in Como. The exhibition consisted of three works: Wide White Flow (1967), The population meets St. Francis (a series of photographs from the project Der Bevölkerung), and a site specific work dedicated to Italy. In the interview that follows – made during the days before the opening – Haacke did not want to speak about the new work, we should have looked at it and we would have immediately understood: “ I’m not yet ready to speak about this work on the theme of Italy’s corporate culture. When you see it in the end you will recognise what I meant”. And again: “It’s the juxtaposition of images that were tributes to San Francesco, with other images from today. This combination could be interesting”. The theme of the new work Once upon a time.... was clearonly at the opening of the exhibition: on the faded parts of the 17th century frescos of the apse of the former San Francesco’s church, Mediaset programmes are projected live so as to integrate them, while on the two lateral frescos, stock exchange share prices scroll superimposed, thus creating a contrasting synthesis at a conceptual level. It’s a direct and immediate work; a work for which Hans Haacke once again has used two contexts.
FG: You have always considered two kinds of contexts in your works: the physical-architectural and the socio-political and cultural one. In the case of the exhibition made for Give and Take, what is the importance of context? First of all, the fact that it takes place in the city famous for the rationalist architecture of Terragni (on whose Casa del Fascio worked among others Alfredo Jaar for the CSAV in 2005) and second, the fact that it is displayed in a former church?
HH: I know very little about Como, therefore do not expect that in the exhibition I make reference specifically to Como. I can't do that, it would be crazy for me to pretend. I was sent photographs of the space where the exhibition takes place and they intrigue me a lot. I have never had a church as the kind of space to do something. The German Pavilion in Venice is a three naves architecture. There's a nave (as is usual the case of church) and two aisles. But I have never worked in a church. Once, I exhibited in a chapel of a hospital in Berlin, that also had a nave and two aisles. But this one in Como is much, much, much older, and it still has the old character, so as revealed by archaeologists and art historians, so that, I imagine, it transmits the same feeling of many hundreds of years ago. And it has frescoes with normal subjects such as the last supper and the Virgin Mary being crowned, and it was dedicated to San Francesco, who is an interesting figure. That is the context that I found very intriguing.
FG:What do you think about the current political and cultural situation in Italy?
HH: What I think is only what I see or hear of and I never really do research. Italy seems to be very different from many other European countries. I heard nothing about art schools with the exception of the one in Venice (it doesn't mean there aren’t other schools that are interesting). It appears – I'm very careful, I’m not saying that I know – there is no major museum for modern or contemporary art, as the Pompidou in Paris, the Reina Sofia in Madrid, the Tate Gallery in London and a couple in Germany. I don't hear about institution. I could imagine that this has an effect on the art world in Italy, on young artists and maybe also on old artists.
FG: In Italy there are many foundations that promote contemporary art. How do you consider realities such as for example Prada and Trussardi Foundation? Can you compare this kind of art Foundation with banks, with what the ex-bank Foundations do for art?
HH: Maybe there is a similarity between art collections and art exhibitions by institutions like banks. What disturbs me, in a way, and makes me hesitate to embrace or even collaborate with them, is that my name would be associated with a commercial or enterprise aim and used as an incentive for what they are producing or selling. That means that I would not like to be associated with them. And the case of Prada, well, this is a fashion house and I think it's the wrong context for my type of work to be seen in the setting of fashion with people from a very selected social class, very wealthy and far at all from ordinary people.
FG: For 40 years you have tackled socio-political issues through your work. What is the power of art to generate a social change, to make people reflect on this kind of problems?
HH: In a world where the media flood us everyday, with the Internet, it would be unrealistic to expect that artworks will have, or could possibly have, an immediate result. The social effect of culture, I think, is more between the lines. Society (what appears to be normal, what appears to be not normal and why) is what means by Zeitgeist. Culture manifests itself and nobody can stop this because it is between the lines, simply it is not a mechanical effect.
FG:What about your relationship with the young generation? Do you consider yourself as a master for the artists who see art as a correlation between ethics and aesthetics?
HH: No, I don’t think I’m a master, every generation has to define its own way of doing, I think it is necessary. I don't want to describe what they should do. I also don't understand the way they do things, they have different backgrounds and different experiences. I may miss a lot of what they pick up. They may not have certain experiences that I have, simply because of my age, that makes me interpret things differently to younger people.
FG:For your personal show at the former San Francesco's Church, why did you choose to exhibit the photographs from Der Bevölkerung, the project on being a German citizen, realised in the north garden of the Reichstag?
HH: This work is installed and on show in Berlin. It is perhaps an example for the political debates about citizenship and the relationship with people who are not native Germans or are denied citizenship for other reasons. This becomes a subject of debate and a symbol. The members of parliament are invited to participate, bringing soil from their election districts and surprisingly, it was approved by 280 members of Parliament belonging to various parties (not only from one), who participated. And what is growing there in the garden, if you look at the photographs, is not only, in effect, a symbolical view of a beautiful place. It's the physical reality of it as well as the symbolical and the political background that I found interesting. The relationship of “traditional” nationals with people who came here for various reasons, is probably also in Italy something that is under debate and the subject of different opinions and agitations, and there is also racism. Last year, I saw a poster in Venice during election time. It was the poster of the Lega Nord. They would be, as far as I understood, a kind of the “very white win party”, and it was for me surprising and also shocking. In addition it is a big, big party in the North of Italy! So, this work may have a connection..