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Numero 65 ArteeCritica

INTERVISTE

VLATKA HORVAT. RIORGANIZZARE E RE-IMMAGINARE LO SPAZIO
REORGANISING AND RE-IMAGINING SPACE

JAMES BECKETT. LA SCIENZA DEL DISCORSO
THE SCIENCE OF DISCOURSE

ARTICOLI

MICHAEL LIN. L'ARTE DI SAPER DONARE AL PUBBLICO UNO SPAZIO PER IL DISCORSO E PER L'INTERAZIONE UMANA
THE ART OF OFFERING THE PUBLIC A SPACE FOR DEBATE AND HUMAN INTERACTION

PIÙ SICURI, MENO EMPATICI?

LUCI E OMBRE SUL FUTURO DEL MADRE

SANTASANGRE. SURREALE MULTIMEDIALE

JEANNE VAN HEESWIJK. NON CREDO IN UN'ESTETICA SENZA ETICA
I DO NOT BELIEVE IN AN AESTHETICS WITHOUT ETHICS

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Francesco Simeti
Fondazione Pastificio Cerere
Esercizi e simulazioni
Scene di disordine e confusione
Complesso di Santo Spirito in Sassia
Museo Nazionale d’Arte Sanitaria
Valentina Ciarallo
Pier Paolo Pancotto
videoanimazione
illustrazioni botaniche
bene-paesaggio
wallpaper pattern
Corano
Whole Wheat
Laura Barreca

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articoli

FRANCESCO SIMETI. NATURALIA, MIRABILIA ET ARTIFICIALIA COME STRUMENTI DI DENUNCIA

di Daniela Bigi

Due interventi recenti a Roma, Esercizi e simulazioni presso la Fondazione Pastificio Cerere e Scene di disordine e confusione presso il Complesso di Santo Spirito in Sassia, offrono l’occasione per alcune riflessioni

 

Scene di disordine e confusione, 2010, progetto per Spirito. Complesso Santo Spirito in Sassia. Museo Storico Nazionale dell'Arte Sanitaria, Roma

“Mi sono immaginato il viaggio impervio attraverso i paesaggi dell’Europa medievale con i suoi boschi e le sue montagne sostenuto dai pellegrini verso Roma”. In una delle sale più segrete dell’affascinante Complesso di Santo Spirito in Sassia, tra strumenti scientifici, volumi, attrezzi chirurgici di varia natura e storia conservati all’interno del Museo Nazionale d’Arte Sanitaria, Simeti ha presentato – per la cura di Valentina Ciarallo e Pier Paolo Pancotto – una preziosa videoanimazione ove presenze arboree ed erbacee, recuperate da antichi erbari oltre che dal ricco archivio di illustrazioni botaniche al quale lavora da anni, si stagliano su quei mirabili paesaggi che la pittura quattro-cinquecentesca, ordendo piano mimetico e piano simbolico, ci ha lasciato in eredità come un bene nei confronti del quale la nostra risposta di posteri è sicuramente inadeguata in termini sia di consapevolezza che di responsabilità.

Scene di disordine e confusione, 2010, progetto per Spirito. Complesso Santo Spirito in Sassia. Museo Storico Nazionale dell'Arte Sanitaria, Roma

Mi riferisco al bene-paesaggio, uno dei più preziosi che una civiltà possa lasciare come testimonianza della propria visione del mondo, uno dei testi più importanti dai quali poter leggere le ambizioni, i sogni o le miserie di una collettività.
Bene, credo che il lavoro di Simeti, sempre più complesso, meditato, abbia a che fare anche con tutto questo, e il gioco di tensioni che con crescente acutezza mette in campo tra realtà e finzione, tra natura e artificio, lungi dal rappresentare una riflessione intorno ai noti problemi posti dalla storia dell’arte (alla quale pure si va progressivamente avvicinando) si fa specchio sensibile di una realtà ormai quasi intollerabile sia rispetto alle condizioni del presente sia riguardo alla proiezione nel futuro.
Il tono dell’animazione – impeccabile sia nel ritmo, che riproduce lo stupore, sia nella qualità delle immagini, che traduce l’antica meraviglia al cospetto della natura e dell’avvicendarsi delle stagioni – è vagamente malinconico, la dimensione cui sembrerebbe rimandare è quella di un eden perduto, e se sommiamo il dato topico del paradiso perduto con la dimensione figurale dominata da quell’opulenza descrittiva e decorativa che da sempre si fa espressione delle condizioni di crisi – così come il lungo percorso dell’arte occidentale ci ha dimostrato – la denuncia di Simeti diventa un allarme.
E i contenuti dell’allarme non vanno ricercati soltanto a livello tematico-narrativo, perché così facendo il gioco si banalizza, si impoverisce. È in un piano metalinguistico che va inquadrato e dedotto il suo dissenso.
Se poi leggiamo la sua impalcatura decorativa prendendo le mosse dal suo essere siciliano, mediterraneo, e quindi ineludibilmente permeato di meccaniche espressive arabe, ecco che il suo uso dei pattern, che si tratti di wallpaper o di fogge per oggetti d’arredo, si arricchisce di un ulteriore tassello di senso. Gli arabi amavano la qualità estetica diffusa, il Corano parlava dell’esigenza di creare con la decorazione “giardini sospesi nell’aria”. Simeti ha lavorato molto in questa direzione, soprattutto all’inizio, e ancora oggi continua a farlo – pensiamo al grandissimo pvc Whole Wheat con il quale ha foderato la facciata in restauro della Fondazione Pastificio Cerere, dove ha anche realizzato una mostra curata da Laura Barreca –, ma lo fa sovvertendo in qualche modo la logica tradizionale che sottende il pattern la quale, nel suo puntare al valore estetico ambientale, annulla il rimando simbolico, se non addirittura quello referenziale, degli elementi del vocabolario ornamentale utilizzato.

Esercizi di Simulazione, 2010, tecnica mista. Foto Giorgio Ciardo. Fondazione Pastificio Cerere, Roma

Sotto: Whole Wheat, 2010. Foto Thomas Munns. Courtesy Fondazione Pastificio Cerere, Roma

Simeti lavora sì seguendo le modalità proprie del wallpaper pattern, ma nelle sue intenzioni gli elementi che compongono il pattern non rinunciano alla loro riconoscibilità e al loro significato, anzi. In una società in cui l’accelerazione consumistica, nel produrre in modo crescente e indiscriminato sostituti artificiali della natura, sta portando alla creazione di nuovi codici di rappresentazione iconica degli elementi naturali, Simeti, nel proporre codici iconici derivati da antichi volumi o pubblicazioni a stampa appartenenti ad epoche in cui il rapporto uomo-società-natura si fondava su tutt’altri valori e si esprimeva secondo tutt’altre modalità, sembra voler resistere all’aggressività di un fare guidato dalle cieche istanze di mercato partendo proprio dal recupero di quei codici iconici che traducevano altre visioni del mondo, insistendo sull’assunzione di responsabilità personali e quotidiane rispetto alla salvaguardia di un patrimonio di colture e culture in via di estinzione, il che vuol dire anche non smettere di interrogarci su quali scelte esistenziali e politiche operiamo tutti i giorni.

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