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INTERVISTE

VLATKA HORVAT. RIORGANIZZARE E RE-IMMAGINARE LO SPAZIO
REORGANISING AND RE-IMAGINING SPACE

JAMES BECKETT. LA SCIENZA DEL DISCORSO
THE SCIENCE OF DISCOURSE

ARTICOLI

FRANCESCO SIMETI. NATURALIA, MIRABILIA ET ARTIFICIALIA COME STRUMENTI DI DENUNCIA

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LUCI E OMBRE SUL FUTURO DEL MADRE

SANTASANGRE. SURREALE MULTIMEDIALE

JEANNE VAN HEESWIJK. NON CREDO IN UN'ESTETICA SENZA ETICA
I DO NOT BELIEVE IN AN AESTHETICS WITHOUT ETHICS

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49° Biennale di Venezia
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Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci
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articoli

MICHAEL LIN. L’ARTE DI SAPER DONARE AL PUBBLICO UNO SPAZIO PER IL DISCORSO E PER L’INTERAZIONE UMANA
THE ART OF OFFERING THE PUBLIC A SPACE FOR DEBATE AND HUMAN INTERACTION

di / by Eugenia Bertelè

Presentato per la prima volta in Italia nel 2001 nel Padiglione di Taiwan della 49. Biennale di Venezia, torna con una retrospettiva completa al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato The colour is bright the beauty is generous, a cura di Marco Bazzini e Felix Shöber, in collaborazione con lo studio di architetti giapponesi Atelier Bow-Wow
Presented for the first time in Italy in the Taiwan Pavilion at the 49th Venice Biennale in 2001, The colour is bright the beauty is generous, curated by Marco Bazzini and Felix Shöber, in collaboration with the Japanese Architects of Atelier Bow-Wow, returns with a complete retrospective at the Centre for Contemporary art Luigi Pecci in Prato

 

The colour is bright the beauty is generous, 2010, Centro Pecci, Prato. Courtesy Massimo Listri

Entrare in relazione con l’opera di Michael Lin (Tokyo, 1964) è un’esperienza che non si dimentica. L’artista, nato in Giappone, ma taiwanese per origini e vissuto, è un cittadino del mondo che fa del nomadismo e dell’interculturalità il serbatoio d’ispirazione per i suoi lavori (oggi vive tra Shanghai e Bruxelles). Le prospettive che apre illuminano visioni dal fuori verso l’interno e sono attraversate da un senso di non appartenenza ai luoghi. L’infanzia nella Repubblica di Cina e la formazione in California confluiscono, a partire dagli anni ’90, in una pratica ascrivibile alla categoria dell’arte relazionale (definizione coniata nel 2001 dal critico francese Nicolas Bourriaud che in Esthétique relationnelle rintracciava nella volontà di coinvolgere lo spettatore nell’opera d’arte l’elemento accomunante di una generazione di artisti emersi negli anni ’90 – da Rirkrit Tiravanija a Carsten Höller –, sulla scia delle sperimentazioni nate negli anni ’60, dalla performance all’happening). Il giovane Lin sviluppa fin da bambino la sua coscienza artistica e quando nei primi anni ’90 torna a Taipei inizia a frequentare la galleria IT Park dove è attivo un discorso sull’arte proteso alla costruzione di significati per un paese che soffre degli effetti del suo misconoscimento.

 

The colour is bright the beauty is generous, 2010, Centro Pecci, Prato. Courtesy Massimo Listri

Il suo lavoro si fonda sulla ricerca di un’identità che viene tratteggiata secondo una corrispondenza tra l’orizzonte contemporaneo, i riferimenti alla cultura del suo paese negli anni ’50 (ovvero il periodo successivo alla divisione politica dalla Repubblica Popolare Cinese nel 1949) e la lettura occidentale dell’Oriente delle Chinoiseries. Un ripensamento della relazione con una tradizione che tende ad essere cancellata in favore del nuovo – molto lontana da una lettura nostalgica del passato –, rintracciabile nelle citazioni del cinema giapponese dell’epoca, da Kon Ichikawa, Shōhei Imamura a Yasujiro Ozu, come nella rielaborazione dei tipici tessuti floreali taiwanesi in grandi wall e floor drawings, espedienti per la rivitalizzazione di un’estetica popolare, oltre che pretesti per riabbracciare una pratica di lavoro da bottega medioevale (tutti i dipinti sono fatti a mano con miscele di colori artigianali e realizzati insieme a un gruppo di assistenti).

The colour is bright the beauty is generous, 2010, Centro Pecci, Prato.
Courtesy Massimo Listri

 

 

Three on the Bund, 2004, Shanghai Gallery of Art, Shanghai. Courtesy Shanghai Gallery of Art, Shanghai

L’eclettico Lin coinvolge perciò nei suoi allestimenti studi di architettura come il giapponese Atelier Bow-Wow, in occasione della retrospettiva al Pecci di Prato (The colour is bright the beauty is generous, 2010), con cui condivide l’interesse per l’indagine del rapporto tra ambiente e contesto o reinterpreta lo showroom del marchio di design Moroso nell’installazione Spring 2003 (esposta poi ad Art Basel e al Palais de Tokyo a Parigi), nella quale le poltrone e i sofà disegnati da Ron Arad, Patricia Urquiola e Alfredo Häberli sono rivestiti con le sue stoffe e appoggiano su una grande riproduzione ad emulsione su tavola di un tappeto afgano, la cui simbologia guerresca innesca un netto stridore con gli oggetti che ospita, denunciando la nostra abitudine alla violenza.

Lo sconfinamento tra i generi induce a riflettere sul limite tra spazio pubblico e privato (ad esempio in Please take off your shoes before stepping on the carpet. Feel free to choose from the selection of music, 1996, dove la sua abitazione era riprodotta all’interno del white cube dell’IT Park per invitare i visitatori a diventare parte dell’opera), così come sui labili confini che separano l’arte dall’artigianato; l’opera di Lin, infatti, coinvolge immediatamente lo spettatore grazie alla piacevolezza di un decorativismo ormai perduto nell’immaginario moderno – che al contrario viene sublimato nel bello – e gioca con questa sensazione per lanciare interrogativi sul presente (come in Island Life, 2006 quando dipinge il documento di viaggio rilasciato in sostituzione del passaporto ROC non riconosciuto da Pechino).
La sua è un’arte che torna ad essere intesa come finestra dalla quale affacciarsi per comprendere la società.

Coming into contact with Michael Lin’s work (Tokyo, 1964) is an unforgettable experience. The artist, born in Japan but raised in Taiwan, is a citizen of the world who considers nomadism and interculturalism as sources of inspiration for his works (today he lives in Shanghai and Bruxelles). The viewpoints he suggests, illuminate visions from outside towards inside and are characterised by a sense of not belonging to places. His childhood spent in the Republic of China and his studies in California converged, starting from the 90s, on a practice that can be ascribed to the category of relational art (term coined by the French critic Nicolas Bourriaud in 2001, who in Esthétique relationnelle identified in the will to involve the viewer in the artwork the common denominator of a generation of artists emerging in the 90s – from Rirkrit Tiravanija to Carsten Höller –, in the wake of the experimentations started in the 60s, from performance to happenings). The young Lin has developed his artistic awareness since he was a child and when in the early 90s he returned to Taipei, he began to frequent the IT Park Gallery where reflection was being developed on art aimed at the construction of meanings for a country that suffered from the effects of its misrecognition.

 

People’s Gallery, 2005, 21st Century MOCA, Kanazawa, Giappone. Courtesy 21st Century MOCA

 

Untitled, 2006, Site de Contemporaine, Palais de Tokyo, Parigi. Courtesy Palais de Tokyo, Parigi

His work focuses on the search for an identity that is represented according to a correspondence between the contemporary scenario, the references to the culture of his country during the 50s, (namely the period after the political separation from the People’s Republic of China in 1949) and the western reading of the East in Chinoiseries. A reconsideration of the relationship with a tradition that tends to be effaced in favour of novelty – very far from a nostalgic reading of the past –, traceable in the references to classic Japanese cinema, from Kon Ichikawa, Shōhei Imamura to Yasujiro Ozu, as well as in the re-elaboration of the typical Taiwanese floral textiles in large wall and floor drawings, instruments for the revitalisation of a popular aesthetics, and also pretexts for returning to a work practice typical of a medieval workshop (all the paintings are done by hand with mixtures of homemade colours and created together with a group of assistants). The multifaceted Lin involves in his arrangements architecture studios such as the Japanese Atelier Bow-Wow, on occasion of the retrospective at the Pecci Museum in Prato (The colour is bright the beauty is generous, 2010), with whom he shares an interest in the investigation into the relationship between environment and context or he reinterprets the showroom of the design company Moroso in the installation Spring 2003 (then exhibited at Art Basel and at the Palais de Tokyo in Paris), in which armchairs and sofas designed by Ron Arad, Patricia Urquiola and Alfredo Häberli are covered with his fabrics and are placed on a large emulsion on board reproduction of an Afghan carpet whose war symbology clearly contrasts with the objects that it hosts, exposing our tendency towards violence. The crossover of genres lead us to reflect on the boundary between public and private space (like in Please take off your shoes before stepping on the carpet. Feel free to choose from the selection of music, 1996, in which his house was reproduced within the white cube of IT Park to invite the viewers to become part of the work), as well as on the thin line between art and crafts; Lin’s work, in fact, immediately involves the viewer thanks to the pleasantness of the decorative quality that has been lost in the modern imagination – and which is on the contrary elevated to beauty – and plays on this emotive sensation in order to raise questions about the present (like in Island Life, 2006, in which he painted a travel document issued in place of the ROC passport not recognized by Beijing). His art is conceived as a window from which to look out of in order to understand society.

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