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VLATKA HORVAT. RIORGANIZZARE E RE-IMMAGINARE LO SPAZIO
REORGANISING AND RE-IMAGINING SPACE

JAMES BECKETT. LA SCIENZA DEL DISCORSO
THE SCIENCE OF DISCOURSE

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FRANCESCO SIMETI. NATURALIA, MIRABILIA ET ARTIFICIALIA COME STRUMENTI DI DENUNCIA

MICHAEL LIN. L'ARTE DI SAPER DONARE AL PUBBLICO UNO SPAZIO PER IL DISCORSO E PER L'INTERAZIONE UMANA
THE ART OF OFFERING THE PUBLIC A SPACE FOR DEBATE AND HUMAN INTERACTION

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LUCI E OMBRE SUL FUTURO DEL MADRE

È innegabile che in pochi anni di attività il MADRE (inaugurato nel 2005) si sia collocato nella parte alta della classifica degli spazi pubblici italiani dedicati all’arte contemporanea, così come è innegabile che attorno ad esso si siano creati consensi e polemiche di forte temperamento, come si addice al capoluogo partenopeo. Ma è anche vero che in questi mesi abbiamo dovuto assistere ad uno spettacolo penoso, e non tanto perché l’attuale giunta regionale ha deciso di staccare la corrente all’istituzione, ma per le modalità torbide con le quali ha manifestato il suo vero obiettivo.
Il MADRE sembra destinato ad una lenta agonia. Il mondo della cultura si ribella: lo vuole salvare.
Il destino dell’istituzione è legato più che alla crisi economica ad una scelta politica: del resto è stata la politica (Bassolino) a volere il MADRE e, dunque, potrà essere sempre la politica (Caldoro) a dismetterlo.
Ma in realtà le intenzioni non sembrano essere proprio quelle che sembrano. La riprova è che a ingarbugliare la faccenda è stato mandato il commissario Sgarbi, l’uomo forte del regime governativo, chiamato a Venezia da Bondi, da lì partirà per riconquistare Napoli e unirla alle celebrazioni dell’Unità.
Ecco che si manifesta un’altra intenzione: far fuori l’attuale staff direttivo, sostituirlo con un altro più consono agli interessi attuali. Ora, al di là degli esiti della guerra in corso per la sopravvivenza dell’istituzione, che tutti auspichiamo si concluda positivamente, potremmo cogliere l’occasione per tentare di fare una riflessione su ciò che di positivo ma anche di negativo è stato fatto e su quello che si sarebbe potuto fare e che non è stato fatto.

1. Cosa ha fatto il MADRE per l’arte?
2. Cosa non ha fatto per l’arte?
3. Cosa ha fatto per il sistema artistico napoletano?
4. Cosa non ha fatto per il sistema artistico napoletano?
5. Quale sarebbe la giusta conclusione della vicenda attuale?

Abbiamo rivolto queste domande ad alcune importanti figure del sistema artistico napoletano cercando di cogliere le diverse specifiche competenze. Non tutti gli invitati hanno risposto. Non tutti se la sono sentita di esporsi con una dichiarazione. A ciascuno il proprio destino. Noi pubblichiamo senza remore il contributo di quanti hanno sentito il dovere morale e il senso civico delle proprie dichiarazioni. (R. L.)

FRANCESCO ANNARUMMA
Gallerista
1. Credo sarebbe più esatto chiedersi cosa ha fatto il MADRE per l’arte in Italia.
Ha dato la possibilità agli italiani di vedere mostre di artisti come Bruce Nauman, Georg Baselitz, Damien Hirst, Francesco Clemente, Thomas Struth etc... senza dover necessariamente andare all’estero.
2. In questi anni il MADRE non ha avuto la possibilità di costruirsi una collezione permanente degna di questo nome ed un museo, si sa, vale per le opere che può vantare nella propria collezione.
Se si escludono le opere finanziate dalla Comunità Europea e realizzate per essere parte integrante dell’edificio (vedi ad es. l’affresco di Clemente), tutto ciò che era ed è in esposizione al primo piano era (ed è) stato dato in comodato gratuito e temporaneo da diversi collezionisti italiani e stranieri. Prestiti che in alcuni casi sono durati molto poco, infatti nel corso di questi anni diversi importanti lavori sono stati ritirati dai prestatori.
3. e 4. Se per sistema artistico napoletano ci si riferisce alle gallerie presenti in città o a quelle poche fondazioni private per l’arte contemporanea, direi poco o nulla.
Non c’è stata alcuna sinergia con le gallerie napoletane. Non sto parlando di una politica di acquisti, visto che era notorio che il museo non aveva fondi a disposizione per poterli fare, mi riferisco invece ad una costruttiva collaborazione tra pubblico e privato. Ho avuto l’impressione in questi anni che il privato sia stato visto come qualcosa da tollerare o da tenere a bada, non come un soggetto con cui instaurare un dialogo.
5. Bisogna essere pratici. Se la attuale dirigenza del MADRE non risulta essere gradita alla amministrazione di centrodestra per ragioni politiche, la si cambi per puntare su un nuovo direttore ed un gruppo di curatori competenti in arte contemporanea per gettare le basi per una nuova stagione per il museo. Far morire un museo solo perché è stato voluto dalla precedente amministrazione di sinistra è una ragione di una tale stupidità che mortifica non solo i napoletani (e gli italiani) che si vedrebbero privare di una istituzione utile alla loro crescita civile e culturale, ma anche la stessa giunta Caldoro, perché confermerebbe il luogo comune di una destra ignorante e poco interessata alla cultura. Un’ultima nota riguardante Sgarbi, questi per studi e formazione è più legato all’arte antica, non mi pare la persona più adatta a guidare il museo.

SIMONA BARUCCO
Critico d’arte
1. Credo che il Museo MADRE abbia lavorato nel solco della tradizione istituzionale cercando di trasferire a Napoli il clima dei grandi musei internazionali. Non vedo straordinarietà in tutto questo, semmai un grave ritardo nella realizzazione di un museo per l’arte contemporanea in questa città.
Il Madre ha avuto sicuramente il merito di essere diventato comunque, negli anni, un punto di riferimento e di essersi saputo proiettare comunque oltre i nostri confini territoriali.
L’apertura alla giovane critica e ai giovani artisti di spazi sperimentali ha consentito un allungamento dell’orizzonte verso il futuro e forse, finalmente, un allargamento di quel ristretto ambito autoreferenziale nel quale Napoli tende a chiudersi.
2. Finché la cultura resterà espressione di gruppi di potere difficilmente si otterranno cambiamenti validi ed esaltanti. Il MADRE, dal suo esordio, è l’esempio più evidente di come tutto sia gestito politicamente in questo paese.
3. Non sono certa che abbia portato nuova linfa all’agonizzante collezionismo ma ha certamente retto il passo con l’attività delle gallerie napoletane da sempre le uniche realmente pronte, con i propri soldi, a mettersi in gioco. Aprendosi ad un dialogo dinamico con la sua platea è riuscito a coinvolgerla in alcune delle operazioni espositive messe in atto. L’interazione con la città è stata abbastanza positiva: il MADRE ha cercato, a fatica, di non proporsi esclusivamente come contenitore riservato ed elitario. È il minimo che ci si potesse aspettare da un museo che ha un costo pubblico.
4. Rimando a quanto già detto prima sulle condizioni della cultura gestita esclusivamente dalla politica. Il sistema artistico napoletano continuerà a muoversi su due livelli diversissimi: quello del privato e quello del pubblico. La differenza è nell’enorme divario di risorse economiche a disposizione.
5. La chiusura di un museo è un pessimo segnale. Le istituzioni pubbliche dovrebbero garantire il pluralismo e non diventare territorio esclusivo di conquista. Speriamo che il MADRE possa vedere nel proprio futuro non solo il proseguimento della sua attività ma anche cambiamenti più frequenti e autorevoli della sua direzione. L’avvicendamento consentirebbe anche un maggiore controllo sulla gestione dei fondi.

UMBERTO DI MARINO
Gallerista
1. e 3. Ritengo che il MADRE costituisca, incontestatamente, un’eccellenza nel suo campo oltre ad essere un grande attrattore internazionale, come tra l’altro riconosciuto dalla stampa di tutto il mondo. È quasi superfluo ricordare che il MADRE contribuisce a dare un volto diverso della città, oltre i facili stereotipi, e che per questi motivi debba essere tutelato e messo in grado di continuare la sua attività, seppure tenendo conto della nuova, sopraggiunta contingenza finanziaria.
Malgrado in passato ci siano state divergenze ed incomprensioni tra la direzione del museo e le gallerie d’arte contemporanea operanti sul territorio, è indubbio che il MADRE ha svolto una funzione importante e complementare alla nostra attività nel riaffermare la posizione centrale che Napoli riveste nel sistema dell’arte contemporanea nazionale e internazionale e che un suo drastico ridimensionamento sarebbe un grave danno per l’immagine di Napoli sia in Italia che all’estero, oltre a portare bruscamente la nostra amata città indietro al tempo in cui noi eravamo gli unici, nella latitanza delle istituzioni, a difendere, a Napoli, le ragioni dell’arte del presente e del futuro.
2. e 4. Sarebbe semplice stilare un elenco delle “eventuali mancanze”, ma in questo momento, ritengo necessario non esporre il fianco a facili e sterili critiche e/o polemiche per non alimentare interpretazioni di parte.
5. Ovviamente mi auguro che si continui a finanziare il Museo MADRE e l’arte contemporanea, con qualche piccolo miglioramento, evitando i contrasti e le sterili discussioni tra le istituzioni culturali della città.

PEPPE MORRA
Presidente della Fondazione Morra
Sin dagli anni Settanta Napoli ha avvertito l’esigenza forte di un museo per l’arte contemporanea che con la giunta Bassolino, l’11 giugno del 2005, è stato alla fine inaugurato. Voluto e desiderato nel cuore del centro storico e popolare di Napoli, anche perché riqualificasse una zona della città martoriata dall’assurda indifferenza istituzionale.
Il MADRE a Napoli si è inserito nello scenario europeo come fra i più importanti musei d’arte contemporanea. Qui si sono tenute antologiche di sicura qualità critica dedicate a Kounellis, Fabro, Boetti, Clemente, West, oltre che a esposizioni tematiche stimolanti come Barock. Una realtà che ha raccolto e sviluppato l’eredità del lavoro svolto sin dagli anni Sessanta da galleristi come me, Amelio, Trisorio, Carola, Rumma, che in una realtà conservatrice come Napoli abbiamo avuto il coraggio di portare il nuovo dell’arte, sopperendo a un vuoto istituzionale. Considero il MADRE un bene comune da difendere, il frutto di energie intellettuali. Non bisogna ridimensionarne le ambizioni, trasformandolo in un contenitore con prospettive localistiche, non giudicarlo come un peso non redditizio.
Ciò detto, voglio riflettere, però, su come il progetto di gestione del MADRE (troppo spesso messo in discussione) non abbia avuto uno slancio che andasse oltre quello della realizzazione di una collezione permanente e di spazi atti all’avvicendamento di mostre temporanee che, se da un lato si sono presentate di notevolissimo valore, dall’altro si sono mostrate assai discutibili sotto il profilo economico. È un museo che ha avuto enorme e meritato consenso ma che nella sua programmazione non si è proposto come innovatore rispetto alle altre istituzioni museali d’arte contemporanea. La valenza dell’innovazione e il valore del cambiamento non hanno sollecitato la direzione artistica a progettare quel quid che offrisse la differenza. Parlo, ad esempio, della assoluta mancanza dell’esigenza di dialogo fra il MADRE e tutte le parti interessate alle questioni artistiche presenti a Napoli. Lavorare in sinergia, pur secondo le proprie specificità, è la strada migliore da intraprendere – in momenti critici e non – per lanciare la grande sfida dell’innovazione. Sarebbe auspicabile che il MADRE abbandonasse la sua inclinazione poco lungimirante di sola funzione istituzionale e che si allargasse a un processo di apertura anche a soggetti privati che ne interpretino la possibilità di una gestione continuata e protetta fuori da schemi politici limitati da tempi e da condizioni ideologiche che frenano la progettualità. Su questa scia, siamo stati noi della Fondazione Morra, ad esempio, a chiedere a voce alta la costituzione di un Polo dell’Arte Contemporanea a Napoli che desse avvio ad una progettazione comune, tra tutte le parti di pertinenza, per trovare dentro la città una dimensione fatta di nuove attività.
Oltremodo auspicabile è che il MADRE si apra al territorio che, come da intenti, avrebbe dovuto avere l’investitura di luogo privilegiato di osservatorio e conseguente riqualificazione. Questa necessità deontologica è esattamente ciò che mi propongo ormai da tempo. Come già per la Fondazione Morra, il Museo Hermann Nitsch è inserito in un contesto sociale dimenticato, seppure denso di storia. Proponendolo come nucleo di irradiazione culturale, può influenzare l’utenza non solo dal punto di vista della attività artistica, ma da ciò che attorno all’arte si può fare. Il mio progetto – dichiarato da tutte le mie scelte già operate in passato – è accedere alle maglie di questo tessuto culturale dimenticato e attivare un dialogo con chi vive in questi luoghi più trascurati. Un intervento utile alla riqualificazione di queste zone anche dal punto di vista urbanistico, e in parte ci sono riuscito con il Museo Nitsch, che è il centro della mia idea di Quartiere dell’arte: un progetto animato dalla forte passione di chi crede nella cultura e nella sua capacità di fabbricare idee e dialogo. Si tratta di un disegno ampio che vuole investire il tessuto entro cui è collocato il museo ma anche tutta la città in cui è posto il quartiere. Dall’anno della sua apertura il Museo Nitsch è sede work-in-progress di importanti e fondamentali incontri che vedono il coinvolgimento, attivissimo e internazionale, di docenti, esperti, artisti, associazioni, fondazioni, con cui abbiamo dibattuto intorno al concetto di arte e società, etica, urbanistica, architettura, fruizione di spazi liberi, ri-locazione. Lo scopo è quello di strutturare a poco a poco un insieme di nodi d’arte fino a farli riconoscere come tessuto innovativo della città. È dunque urgente che tutte le forze della città concorrano perché esiti di progettualità di così grande portata riescano a produrre risultati validi.
La speranza del possibile e la fiducia della metamorfosi come salvezza devono alimentare il progetto fino a far rivivere le arti e la pratica delle arti come processo necessario al progresso generativo e rigenerativo della città.

ANGELA TECCE
Direttore di Castel Sant’Elmo
Le istituzioni culturali che svolgono un rilevante ruolo pubblico, come è stato per il Museo MADRE nei cinque anni trascorsi dalla sua nascita, vanno stimate e difese come un bene da salvaguardare. Le Amministrazioni pubbliche devono rafforzare gli strumenti con i quali fanno cultura e fanno crescere il territorio; certo, nessun museo è esente da critiche o da possibili miglioramenti della propria attività, ma renderli fragili con una costante opposizione e polemizzare su questa o quella mostra, su questo o quel curatore significa far ripiombare l’arte contemporanea in una minorità che finalmente sembrava superata anche in Italia. Le Guardie rosse cinesi erano convinte di operare per un bene comune, che aveva un valore superiore a quello delle singole istituzioni, ma mi pare che da molto tempo nessuno sia più d’accordo con il loro metodo di metodica cancellazione delle opinioni diverse. O non è così?

ANGELO TRIMARCO
Docente universitario / Presidente Fondazione Menna
In nome del MADRE. Il crollo, a Pompei, della Domus dei Gladiatori – “una vergogna per l’Italia”, è il severo monito del Presidente Napolitano – meglio di ogni altra considerazione dice del collasso del patrimonio storico-artistico, dei musei e delle istituzioni dell’arte nel nostro Paese. Certo, il MADRE, per il ruolo e il prestigio di cui gode nel mondo dell’arte contemporanea e per la conseguente, inevitabile, mobilitazione internazionale che ne sostiene la linea culturale e la sua sopravvivenza, è, oggi, di questa situazione, a Napoli, un altro sintomo non meno inquietante. Al tempo stesso, non si possono dimenticare, di questo sfacelo, in Campania, anche il declino del Festival di Ravello e il triste destino dell’Auditorium, opera di straordinaria intensità architettonica disegnata da Oscar Niemeyer, né, francamente, la fine che minaccia il Festival del cinema per ragazzi di Giffoni, a pochi chilometri da Salerno, o la precarietà in cui vive la collezione Le Opere e i Giorni pensata da Bonito Oliva per la Certosa di San Lorenzo, a Padula.
Per tornare al MADRE, dico da tempo che ha segnato il compimento di un circolo virtuoso: di un articolato sistema dell’arte, a Napoli, affiancando musei di grande valore simbolico, quali l’Archeologico e Capodimonte, e, insieme, consolidando il lavoro sul presente dell’arte che, dai primi anni Sessanta e nei decenni successivi, le gallerie private – i nomi di alcune gallerie sono perfino leggenda –, surrogando prerogative pubbliche, hanno svolto con energia e lungimiranza. Il MADRE, così, ha anche restituito al pubblico ruolo e funzione di promozione e di valorizzazione delle strutture e delle risorse dell’arte che, al tempo stesso – è bene sottolinearlo di questi tempi –, sono luoghi di formazione o, come si dice ora, di educazione all’arte.
Il MADRE, nato nel 2005, proprio per la sua forza propulsiva, ha sollecitato, magari indirettamente, anche altre iniziative istituzionali: ad esempio – e non è un esempio marginale – l’apertura, a Castel Sant’Elmo, di Novecento a Napoli 1910-1980 per un museo in progresso, voluto da Nicola Spinosa e ora curato da Angela Tecce. Così, il MADRE si è posto anche come epicentro di una più adeguata articolazione interna del sistema dell’arte contemporanea a Napoli, che ha intrecciato, in una fitta trama, il vicino e il lontano, la più sensibile tradizione artistica locale con le esperienze più aperte dell’Artword internazionale.
Comunque, per un museo, cinque anni sono pochi per assumere un’immagine e un ruolo definiti. Sono, a mio modo di vedere, solo l’avvio – un avvio ricco di eccellenza e di speranze – per disegnare un progetto di lungo termine: credo in un profilo che, incentrato su un’organizzazione snella, ma stabile, possa prevedere una collezione, annunciata per adesso dallo splendore di alcune opere site specific, e che sia sorretto da una più forte spinta a intercettare il pubblico, vero protagonista del museo globale o, se si preferisce, del post-museo. E, insieme, confido anche in una sua più incisiva presenza vivificatrice nel corpo urbano in cui si colloca, frammentato da sofferenze sociali e da disperazioni individuali.
È mia convinzione che, a questo punto, ribaltoni e ribalderie non possono servire a dare impulso e nuovo slancio al progetto-MADRE. Temo, piuttosto, che, nel tira-e-molla delle decisioni che mancano, si possa perdere il filo del discorso naufragando nel morbido della chiacchiera, politica e culturale, di cui, grazie a Dio, siamo maestri. E il MADRE, a ragionare con serenità, almeno questo non lo merita.

MARINA VERGIANI
Direttore del Pan
1. Ha “creato” una grande ulteriore opportunità, ampliando e riqualificando un imponente sistema museale cittadino, incrementando il patrimonio d’esperienza e di conoscenza dell’arte contemporanea.
2. Trattandosi comunque di un progetto culturale, il MADRE ha sviluppato i propri temi e contenuti, in una dimensione spazio-temporale ovviamente “finita”, mi sembra un’ovvietà. I progetti contribuiscono, favoriscono, stimolano... ma non possono e non devono esaurire le domande che, semmai, provocano.
3. e 4. Il MADRE ha occupato un enorme spazio vuoto, rilanciando di fatto relazioni pratiche ed opinioni.
Quello che ha scelto di non fare, legittimo quando si governa un’impresa culturale.
5. Assolutamente evitare di neutralizzare e disperdere i forti contenuti costruiti. Nuove imprese sono certamente possibili, altrove, lavorando negli spazi vuoti però, che comunque sono tanti: ma anche cercarli e partire da zero evidentemente costa fatica. Dare principio ad un’opera non è semplice. Il MADRE è un’opera già nata.

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