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articoli

SANTASANGRE. SURREALE MULTIMEDIALE

di Andrea Ruggieri

Una scena da Seigradi. Foto Laura Arlotti

Che il vivere porti a compiere passi sempre più affrettati verso una maggiore consapevolezza delle potenzialità relazionali è una sensazione amplificata dalle tecnologie, artefici di uno smisurato ampliamento delle occasioni di relazione. Che l’individuo si sia trasformato in un "multividuo" – come lo definisce Roberto Marchesini – è chiarificato dalla nostra esposizione quotidiana, che fa del vivere una performance diffusa nel reale. La realtà post-umana in cui viviamo, assottigliando il limite tra meccanismo cibernetico e organismo biologico, invita a dissolvere i confini del virtuale in funzione della produzione di un immaginario guardabile e acquistabile, a performare la nostra vita davanti ad una platea diffusa. Il grado di partecipazione dello spettatore aumenta in tal modo a dismisura, confondendo i ruoli e muovendo verso una nuova visione della realtà.
Bestiale Improvviso, l’ultima produzione dei Santasangre – che nell’energia atomica trova il suo pretesto –, coinvolge così lo spettatore in una installazione in tre dimensioni. La platea, inizialmente invasa da una spessa coltre di fumo, si insinua nella scena, confondendosi con essa. Il fruitore si trova a muoversi in un ambiente rarefatto, la cui atmosfera è sottolineata dallo shock prodotto dalle immagini che ad un ritmo vorticoso conducono verso l’azzeramento della forma, in una dimensione fatta solo di luce e musica sintetica. Tre performer occupano lo spazio lasciato vuoto e sembrano voler ricostruire da capo le dinamiche di un movimento generativo e degenerativo al tempo stesso.
Partiti da posizioni più affini alla Body Art, a quel filone della performance che trova nel Surrealismo di Breton le sue giustificazioni teoriche, i Santasangre trovano nell’ausilio della tecnologia la chiave per esprimere i mutamenti del nuovo millennio. Se ancora nel Faust, infatti, – nel quale il corpo segnato, frustrato, violentato ha la sua centralità, in aperta citazione degli Azionisti Viennesi –, sono evidenti le ascendenze espressioniste e surreali, è con gli Studi per un teatro apocalittico che il collettivo raggiunge una prima maturità espressiva. L’ispirarsi a Orwell e Huxley è dichiarato nei primi due episodi, nei quali la rappresentazione è legata ad un saldo rapporto tra la biomeccanica di Mejerchol’d, il movimento scenico, il suono, il video e la parola. I performer si muovono in spazi astratti e claustrofobici che sono trasposizioni metaforiche di suggestioni tratte da 1984 e Il mondo nuovo, affrontati con sguardo contemporaneo per la loro attualità. Ma è in Seigradi che si raggiunge un compimento possibile di ciò che sin dagli anni Sessanta Cunningham aveva reso evidente, con l’ausilio di Nam June Paik: il legame concreto tra movimento coreografato e installazione video. L’intento di “rivelare” le estreme conseguenze di uno scellerato utilizzo delle risorse naturali, che inevitabilmente condurrà alla distruzione del nostro pianeta, offre lo spunto per una sintesi tra performer e tecnologia. Come una estensione cyborg del corpo organico, la fusione tra movimento e proiezione video, ottenuta con un sapiente gioco di riflessioni, porta alla smaterializzazione dell’umano in una realizzabile successione alfanumerica di impulsi multimediali.

Due scene da Spettacolo Sintetico. Foto Laura Arlotti

Il corpo, come un organismo mutante, sembra così aver scelto di ibridarsi con la tecnologia per rendersi più adatto alla propria spettacolarizzazione, di fondersi con essa fino a lasciarle l’intero campo dell’azione. Il passo successivo è infatti Framerate 0_primo esperimento, nel quale soggetto della rappresentazione è la materia, e il suo passaggio dallo stato liquido a quello solido. Come ennesima evoluzione di un teatro astratto, l’attore scompare, la narrazione viene portata avanti dalla sola installazione scenografica multimediale che diviene impianto emozionale, visione apocalittica, ultima proiezione in fieri delle utopie distopiche.
Dopo questo azzeramento recuperare il corpo non può che voler dire collocarlo in una dimensione transumana, nella quale si tenti di superarne i limiti estetici ed espressivi, nella quale esso sia specchio di una trasformazione in atto, di una contaminazione tra linguaggi. Per tale motivo Sincronie di errori non prevedibili_secondo esperimento appare come un ulteriore tentativo di sintesi che colloca l’intero lavoro del collettivo sui binari della ricerca internazionale.

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