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REORGANISING AND RE-IMAGINING SPACE

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SANTASANGRE. SURREALE MULTIMEDIALE

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Jeanne Van Heeswijk
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Dwaallicht, Rotterdam
The Blue House
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articoli

JEANNE VAN HEESWIJK. NON CREDO IN UN’ESTETICA SENZA ETICA
I DO NOT BELIEVE IN AN AESTHETICS WITHOUT ETHICS

di/ by Anna Santomauro

Jeanne van Heeswijk (Rotterdam,1965) è tra i finalisti, insieme a Mel Chin e Pablo Helguera, del Premio Internazionale d’Arte Partecipativa curato da Julia Draganovic con la collaborazione di Claudia Löffelholz, e promosso dall'Assemblea Legislativa della Regione Emilia Romagna

Jeanne van Heeswijk, Dwaallicht, Rotterdam

Trasformando il lavoro dell'artista olandese Jeanne van Heeswijk in una word cloud, si incontrano parole come impegno, collaborazione, piattaforma, comunità, interazione. O meglio, "campo d'interazione", inteso come struttura aperta all'interno della quale condividere saperi, in cui all'idea di comunità legata ai particolarismi nazionali, religiosi, familiari o politici si sostituisce un processo di scambio, dove si predilige il confronto al senso di appartenenza, e la creazione di immagini e immaginari è completamente rivolta alla continua ridefinizione di spazi fisici e mentali.
Da circa vent'anni l'artista lavora creando relazioni e connessioni in progetti che danno vita a nuovi contesti e nuovi scenari nello spazio pubblico. Grazie ai suoi interventi, i luoghi diventano incubatori di contenuti e generatori di cambiamenti sociali.
The Blue House ha visto l'artista coinvolta per quattro anni nella nascita di un intero quartiere di Amsterdam ancora in fase di realizzazione, la cui vita sembrava essere già riassunta in fase progettuale. In questa sorta di laboratorio temporaneo nell'area residenziale di IJburg, artisti, architetti, autori di diversa provenienza, insieme ai residenti della zona, hanno messo in atto un processo culturale e sociale che ha iniziato a scrivere la storia del non-previsto.
Il lavoro di Jeanne Van Heeswijk si situa negli interstizi, in quegli spazi che la progressiva specializzazione a cui la nostra società sottopone i saperi lascia incontaminati, nei territori in cui il dialogo e la molteplicità possono abitare perché risparmiati a quel fenomeno che l'artista chiama super-differenziazione, una forma di controllo sociale i cui principali strumenti sono la separazione, la negazione, l'isolamento.
Innescando il confronto e invitando all'azione, van Heeswijk costruisce ponti tra diverse discipline e culture, sperimenta nuove possibili configurazioni della società e dell'ambiente. Grazie alle immagini. "Attraverso l'arte la gente è in grado di pensare a come la società e il proprio ambiente debbano essere rappresentati". Ridisegnando il proprio habitat e ridefinendo i modi di percepirlo, il cambiamento si fa possibile. Qui risiede il legame imprescindibile tra estetica ed etica, nel processo critico e riflessivo che permette di ricreare e ri-rappresentare la società e i modi di rapportarsi ad essa. E qui risiede il ruolo dell'artista, nel fornire le strutture e gli strumenti per porre domande e dar vita a incontri ed intersezioni.

Jeanne van Heeswijk (Rotterdam, 1965) is one of the finalists, together with Mel Chin and Pablo Helguera, of the International Award for Participatory Art curated by Julia Draganovic in collaboration with Claudia Löffelholz, and promoted by the Legislative Assembly of the Emilia Romagna Region

Jeanne van Heeswijk e Paul Sixta, Talking Trash, 2010

On transforming the work by the Dutch artist Jeanne van Heeswijk into aword cloud, one encounters words such as engagement, collaboration, platform, community and interaction. Or better, a “field of interaction”, meant as an open structure where to share knowledge, in which the idea of community linked to the national, religious, familiar or political specificities leaves room for a process of exchange in which dialogue is preferred to a sense of belonging, and the creation of images and imagined scenarios is entirely aimed at the continuous redefinition of physical and mental spaces. For about 20 years the artist has worked creating relations and connections in projects that generate new contexts and new scenarios in the public space. Thanks to her interventions, places become incubators of contents and generators of social changes.
The Blue House saw the artist involved for four years in the construction of an entire quarter in Amsterdam, not yet completed, whose existence already seemed summed up in the planning stage. In this sort of provisional laboratory in the residential area of IJburg, artists, architects, scholars of various nationalities, together with local residents, started a cultural and social process that began to write the history of the unforeseen.
Jeanne van Heeswijk’s work is set in interstitial spaces, in those places that the progressive specialisation to which our society subjects knowledge, leaves uncontaminated, in those territories in which encounter and multiplicity can exist because they are free of that phenomenon that the artist calls super-differentiation, a form of social control whose main instruments are separation, denial and isolation.
By activating dialogue and inviting action, van Heeswijk creates bridges between different disciplines and cultures, experimenting new possible configurations of society and environment. Thanks to images. “Through art people may have a greater understanding of how society and their own environment should be represented”. By redefining one’s own habitat and rethinking the ways of perceiving it, change becomes possible. Here lies the unavoidable link between aesthetics and ethics, within the critical and reflexive process that allows to recreate and re-represent society and the ways of relating to it. And herein lies the artist’s role, that consists in providing structures and instruments in order to raise questions and activate encounters and points of intersection.

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