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Numero 65 ArteeCritica

INTERVISTE

VLATKA HORVAT. RIORGANIZZARE E RE-IMMAGINARE LO SPAZIO
REORGANISING AND RE-IMAGINING SPACE

JAMES BECKETT. LA SCIENZA DEL DISCORSO
THE SCIENCE OF DISCOURSE

ARTICOLI

FRANCESCO SIMETI. NATURALIA, MIRABILIA ET ARTIFICIALIA COME STRUMENTI DI DENUNCIA

MICHAEL LIN. L'ARTE DI SAPER DONARE AL PUBBLICO UNO SPAZIO PER IL DISCORSO E PER L'INTERAZIONE UMANA
THE ART OF OFFERING THE PUBLIC A SPACE FOR DEBATE AND HUMAN INTERACTION

PIÙ SICURI, MENO EMPATICI?

LUCI E OMBRE SUL FUTURO DEL MADRE

SANTASANGRE. SURREALE MULTIMEDIALE

JEANNE VAN HEESWIJK. NON CREDO IN UN'ESTETICA SENZA ETICA
I DO NOT BELIEVE IN AN AESTHETICS WITHOUT ETHICS

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articoli
NON SI CAMBIA L'ARTE PER DECRETO
di Roberto Lambarelli

All’indomani dell’apertura di questa crisi economica, con il desiderio di vederci qualcosa di buono, venne spontaneo pensare che avrebbe alleggerito l’eccessiva offerta artistica, colpevole spesso di ripetizioni inutili, se non perniciose, prive comunque di una reale ragione culturale e artistica. Insomma, l’idea era che, in qualche modo, ne avrebbe giovato l’arte. Venuti meno gli opportunisti, gli approfittatori e gli speculatori, sarebbero rimasti soltanto i più motivati, quelli che avevano qualcosa da dire, quelli che, resistendo e insistendo, alla fine ce l’avrebbero fatta.
Un atteggiamento tutto sommato positivo, che però lì per lì non tenne conto della pericolosa deriva ideologica che rischiava di prodursi di fronte all’allentamento della pressione da parte delle forze che tradizionalmente sostengono le posizioni più avanzate dell’arte contemporanea.
Ben presto ci si avvide che si andava facendo spazio un inedito atteggiamento da parte di certe forze governative che vorrebbero rispolverare vecchie abitudini autoritarie. Una tendenza già registrata in un precedente editoriale e che trova oggi conferma in personaggi non sospetti come Marc Fumaroli, accademico di Francia e noto intellettuale, autore de Lo Stato culturale: una religione moderna (Adelphi, 1993), nel quale si discuteva tra le altre cose della colpevole politica culturale sostenuta all’epoca da Jack Lang, “che allargava la sua responsabilità patrimoniale a rock, rap, graffiti e altri prodotti commerciali”: così dichiara Fumaroli in un’intervista rilasciata a Stefano Montefiori per il “Corriere della Sera” (14 ottobre) alla vigilia della sua partecipazione al convegno milanese Idee italiane. Un osservatorio sulla cultura del paese. L’articolo si presenta con un titolo gratificante, Italiani, indicate all’Europa un nuovo Rinascimento, e con un occhiello provocatorio, L’accademico di Francia propone un percorso per arginare il modello pop americano.
Fumaroli afferma che l’Italia è il paese con il più ricco giacimento culturale e che per sfruttarlo non si deve ricorre alla low culture, che poi vuol dire sottoporlo alle leggi del profitto di mercato, che è un’invenzione degli americani, o comunque da loro fatta propria: “considerati il passato e l’immensità del suo patrimonio – egli suggerisce – sarebbe normale che fosse l’Italia oggi a mostrare al resto dell’Europa la via per uscire dalle sabbie mobili della cultura di massa”.
Il giorno dopo, sempre sul “Corriere della Sera”, appare un articolo in cui l’autore, Alessandro Piperno, lo contesta domandandosi: “Davvero basta investire soldi sulla cultura per modificare le persone? Davvero basta celebrare e ripristinare? Conservare o restaurare? Insegnare e ammonire? La cultura è questa cosa qui? Una roba un po’ noiosa che viene dall’alto? Non si tratta di un’idea un tantino antiquariale della cultura? Forse la cultura, più che di soldi, ha bisogno di trasgressione. Ecco perché è il singolo individuo a fare cultura, non certo l’istituzione”. Una visione alquanto romantica che fa eco del resto all’ammonizione, contenuta nel risvolto di copertina del libro prima citato, che bisogna ridare valore all’intuizione di Jacob Burckhardt secondo cui lo Stato e la cultura sono potenze naturalmente nemiche e tali devono rimanere, per il bene di entrambe. Un’affermazione che non trova molta considerazione nell’attualità; lo stesso Fumaroli sembra non crederci più quando afferma: “mai stato ostile all’intervento dello Stato”, solo che secondo lui deve “preoccuparsi della Comédie Française e di restaurare le cattedrali, invece di rincorrere l’hip-hop”.
Affermazione che sembra premonitrice del crollo della Casa dei Gladiatori a Pompei di tre settimane dopo. Verrebbe di dire, ora, che almeno si pensi a conservare quello che abbiamo, ma in quelle settimane quegli articoli avevano un’altra attualità legata agli annunciati tagli alla cultura e, leggendo tra le righe, anche alle polemiche che si sono sviluppate in questi ultimi tempi attorno alle istituzioni museali preposte all’arte contemporanea. Le più recenti il MAXXI e il MADRE. Due settimane dopo appare su “La Repubblica” (28 ottobre) un articolo dello stesso Fumaroli, Se i musei dimenticano l’arte per inseguire il mercato. Tra gli obiettivi dell’articolo c’è quello di perorare la causa contro i tagli alla cultura previsti dalla prossima finanziaria: “il Beaubourg riceve fondi per 75 milioni, il doppio di quanto ottengono, tutti insieme, i 26 musei pubblici associati in AMACI”. Ma quel che preme all’autore è invitare i musei ad evitare la commistione di generi: “Non possiamo ridurre a una semplice differenza di gusti la mostra di giocattoli giapponesi contemporanei, di gran marca e di gran prezzo, in corso al castello di Versailles, trattata come una vetrina pubblicitaria”. Sarebbe anche una posizione in generale condivisibile se non fosse che, pari pari, il concetto viene trasposto all’arte contemporanea. Se è condivisibile infatti quando afferma che “si vantano a ragione i meriti recenti del National Trust, ma si omette di ricordare che la mano invisibile del mercato immobiliare inglese, tra il 1945 e il 1974, ha demolito senza intralci la bellezza di 1153 country houses, spesso di grande valore storico e artistico”, non lo è più quando, proseguendo, afferma: “Eppure, nessuno espone Tracey Emin alla Frick Collection o al British Museum”. Insomma, gli inglesi avranno anche l’impudenza di demolire manufatti di valore storico e artistico ma almeno non contaminano i loro musei con l’arte contemporanea.
Fumaroli non ama particolarmente l’arte contemporanea, lo dice apertamente, per lui sta sullo stesso piano dell’hip-hop o dei giocattoli giapponesi: “Perché nascondere ai cittadini il fatto che l’arte cosiddetta «contemporanea», questa immagine di marca inventata di sana pianta dal mercato finanziario internazionale, non ha più niente in comune né con tutto quello che fino ad oggi abbiamo chiamato «arte» né con gli autentici artisti viventi, ma non quotati in questa Borsa?”
Non l’ama e nemmeno la conosce, al punto di non vedere che le sue matrici culturali, in buona misura, sono proprio francesi. Mentre dimostra dei francesi, quale lui è, tutto il proverbiale sciovinismo: “Perché mettere sullo stesso piano un artista come François Morellet che, invitato al Louvre, studia lo spirito del palazzo e lo abbellisce, e un Koons o un Murakami di cui ci vorrebbero far credere che il loro kitsch, trasportato a Versailles, dialoghi con lo sfarzo magnificente di Le Brun, Le Nôtre o Lemoyne?”
Verrebbe voglia di rispondere che Morellet, come tanti altri bravi artisti francesi ed italiani, non ha un sistema artistico (culturale, economico e politico) alle spalle, tale da permettergli di entrare ai livelli più alti del borsino internazionale dell’arte, ma non è certo espungendo l’arte contemporanea dai musei che si potranno ottenere maggiori risultati.
Bisogna riconoscere che egli ha ragione da vendere quando afferma che “il sentimento di identità e di appartenenza nazionale, l’attaccamento a una memoria storica e alle sue stratificazioni successive sono inconcepibili senza un riferimento visivo, tangibile e inalienabile, a un patrimonio pubblico e privato, (ma sotto tutela pubblica) che quei sentimenti incarnano permanentemente e localmente”. Un’affermazione, però, che vale anche per l’arte contemporanea, perché non è più pensabile di rimanere dentro i vecchi schemi campanilistici o nazionalistici o tanto meno ritornarci rivisitandoli alla luce delle difficoltà culturali ed economiche di oggi.
Facciamo valere la nostra storia e la nostra memoria, ma che serva, come dicono i francesi, a reculer pour mieux sauter, cioè per conquistare migliori posizioni nel panorama internazionale dell’arte contemporanea. Se i Morellet sono migliori dei Koons o degli Hirst, lo si faccia valere, si provveda a stabilire le condizioni che rendano incontestabili i propri valori di riferimento.
La posizione di Fumaroli lascia spazio al fraintendimento, al punto da apparire non così distante da quella di Bondi, seppure interpretata attraverso le spesso stupefacenti affermazioni di Sgarbi, l’uomo forte che dovrebbe risolvere i tanti problemi nostrani dell’arte contemporanea (si veda anche il ruolo che si vorrebbe egli giocasse nella vicenda napoletana del MADRE). Tra la posizione di Fumaroli, che vorrebbe isolare la cultura alta da tutto ciò che la inquina, che vorrebbe preservarla dalla contemporaneità, e quella di Sgarbi, più equivoca e gigionesca, che vuole dimostrare la contemporaneità degli artisti del passato a scapito degli stessi artisti contemporanei, non c’è in fondo molta differenza.
Ambedue vorrebbero cambiare le cose, così, di colpo, con un atto d’ufficio, come se bastasse un decreto governativo o ministeriale a dare nuovo corso alle cose dell’umanità.

Non si buttano via più di cent’anni di tradizione moderna, non si cancella una memoria storica soltanto perché c’è un’inflazione d’arte cosiddetta contemporanea in corso. Non è difficile ammettere che molte volte ci si trova di fronte a degli eccessi, a degli errori di sistema e che questi possono chiamarsi Koons, Hirst o Cattelan, ancora impregnati del gusto per la provocazione, ma bisogna stare attenti a non buttare via il bambino con l’acqua sporca. È vero che nella proliferazione degli eventi espositivi, degli spazi pubblici e privati, delle biennali internazionali, delle case d’aste, del pubblico dell’arte contemporanea, si è prodotta anche una quantità di inutilità, che creano un fastidioso rumore di fondo, ma questo vuol dire che bisogna ricreare le condizioni (culturali economiche e politiche) per poter distinguere il buono dal cattivo.



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