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Numero 68 ArteeCritica

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THE OTOLITH GROUP. ARTE COME IBRIDIZZAZIONE DEI LINGUAGGI
ART AS HYBRIDISATION OF LANGUAGES
di / by Paola Ugolini

Frammenti di storia passata recuperata negli archivi e immagini dimenticate della nostra storia più recente, riferimenti a filosofi e intellettuali non convenzionali, fantascienza e fotografia si intrecciano e si sovrappongono nei video del collettivo di artisti inglesi in mostra al MAXXI

Fragments of past history found in the archives and forgotten images of our recent history, references to philosophers and unconventional intellectuals, science fiction and photography interweave and overlap in the videos by the collective of British artists on show at MAXXI

Otolith, 2003, still da video. Courtesy gli artisti e LUX, Londra.

Un otolite, dal greco oto, orecchio, e lithos, pietra, è una minuscola concrezione di carbonato di calcio inglobato in una matrice gelatinosa contenuta nell’orecchio interno. Gli spostamenti degli otoliti, che nonostante la piccolezza sono relativamente pesanti, conseguenti alle modificazioni della posizione della testa e alle accelerazioni lineari, stimolano le sinapsi delle terminazioni nervose determinando le sensazioni statiche di equilibrio. Per cause solo in parte conosciute gli otoliti possono a volte staccarsi e viaggiare nei canali semicircolari dell’orecchio dando luogo ad una particolare sensazione conosciuta come Vertigine Parossistica Benigna. In pratica lo spostamento degli otoliti provoca uno stato di non equilibrio, di sfasamento spazio-temporale e quindi una impossibilità di movimento e di coordinazione. Otolith 1 del 2003 è la prima opera del gruppo, fondato nel 2002 a Londra da Anjalika Sagar e Kodwo Eshun, ed è l’episodio iniziale della Trilogia Otolith, opera che giustifica il nome del gruppo e racconta in maniera fantascientifica un momento di vita reale: ovvero quando gli Stati Uniti e la Gran Bretagna decidono di ignorare le proteste pubbliche globali contro la programmata invasione dell’Iraq nel 2003. Questo inizio di malfunzionamento politico e scollamento fra le istituzioni governative e la voce del popolo è rappresentato, come in un racconto di science fiction, spostando il punto di osservazione dal presente ad un futuro lontano il 2103, anno in cui un’esoantropologa immaginaria, discendente diretta della Sagar, ricostruisce l’evoluzione degli esseri umani nati durante le missioni interplanetarie fra la Terra e una fantomatica ed inquietante Stazione Spaziale Internazionale.

Be Silent for the Ear of the god are everywhere, 2006, still da video.
Courtesy gli artisti e LUX, Londra.

La microgravità e l’acceleramento dovuto alla propulsione dei mezzi spaziali ha alterato i loro otoliti al punto che questa nuova razza umana non è più in possesso degli strumenti di equilibrio per sopportare la gravità del nostro pianeta. È un’umanità mutante e deprivata che è costretta a vivere in un non luogo. Il film è arricchito da immagini di documentari degli anni ’60 e ’70 che ci mostrano fotogrammi del programma spaziale sovietico e delle lotte femministe, momenti storici di grande ottimismo per il futuro con nuove conquiste scientifiche e sociali che contrastano nettamente con le angoscianti scene delle proteste contro l’invasione dell’Iraq della Londra del 2003. In questo affascinante melting pot di presente, passato e futuro si gioca la filosofia degli Otolith, artisti che sono anche scrittori, registi, teorici e produttori.
Il gruppo, i cui lavori si sviluppano sempre da una base di denuncia sociale e politica, opera trasversalmente fra fotografia, video, cinema, letteratura e filosofia in un volontario annullamento dei generi per realizzare una totale e difficile ibridizzazione dei linguaggi espressivi.
Per la loro prima personale italiana al MAXXI The Otolith Group si presenta con un’esposizione dal titolo La forma del pensiero rifacendosi al libro Thought Forms, scritto nel 1901 dai teosofi Annie Wood Besant e C. W. Leadbeater, in cui gli autori teorizzano la potenza creativa del pensiero che non è più una semplice astrazione ma una forma concreta plasmabile, uno strumento di ancora sconosciuta potenza con cui rileggere il passato per reinterpretare il futuro.

Communists Like Us, 2006, still da video. Courtesy gli artisti e LUX, Londra.

An otolith, from the Greek oto, ear, and lithos, stone, is a tiny concretion of calcium carbonate incorporated in a gelatinous matrix contained in the inner ear. The movements of otoliths, which despite their smallness are relatively heavy, due to changes in head position and linear accelerations, stimulate the synapses of nerve endings causing the sensations of static balance. For reasons only partly known, otoliths can sometimes break loose and migrate into the semicircular canal of the ear, giving rise to a peculiar sensation known as Benign Paroxysmal Vertigo. In practice the displacement of otoliths causes a state of non-equilibrium, of space-time lag and therefore the impossibility for movement and coordination. Otolith 1 from 2003 is the first work of the group, founded in London in 2002 by Anjalika Sagar and Kodwo Eshun, and it’s the starting episode of the Otolith Trilogy, a work which explains the name of the group and narrates a moment of real life in a science-fictional way: namely when the United States and Great Britain decided to ignore the global public protests against the planned invasion of Iraq in 2003. This beginning of political malfunctioning and disconnection between the governmental institutions and the voice of the people is represented, as in a science fiction story, moving the point of observation from the present to a distant future, the year 2103, when an imaginary exoanthropologist, direct descendent of Sagar, reconstructs the evolution of human beings born during the interplanetary missions between the Earth and a mysterious and disquieting International Space Station. The microgravity and acceleration due to the propulsion of spacecrafts has altered their otoliths to the point that this new human race is no longer in possession of the instruments of balance to withstand the gravity of our planet. It’s a mutant and deprived humanity that is forced to live in a non-place. The film is enriched by images from documentaries of the 60s and the 70s that show us pictures of the Soviet space program and feminist struggles, historical moments of great optimism for the future with new scientific and social achievements that clearly contrast with the distressing scenes of the protests against the invasion of Iraq in London in 2003. The philosophy of the Otolith Group, artists who are also writers, directors, theoreticians and producers, is played out within this fascinating melting pot of present, past and future. The group, whose works always develop from a basis of social and political denunciation, operates transversally with photography, video, cinema, literature and philosophy in a deliberate cancellation of genres in order to create a complete and difficult hybridisation of expressive languages.
On occasion of their first Italian solo show at MAXXI The Otolith Group appear with an exhibition entitled Thoughtform, referring to the book Thought Forms written by the theosophists Annie Wood Besant and C. W. Leadbeater in 1901, in which the authors theorise the creative power of thought that is no longer a mere abstraction but a concrete malleable form, an instrument of still unknown power with which to reread the past in order to reinterpret the future.


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