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Numero 67 ArteeCritica

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CINEMA, DANZA, PERDITA E MEMORIA.
PINA (BAUSCH) DI WIM WENDERS
di Silvia Tarquini

Recentemente presentato al Festival Internazionale del Film di Roma e poi uscito nelle sale italiane, il film di Wim Wenders su Pina Bausch aggiunge alla tristezza per la sua perdita un’altra tristezza, quella di tentare di rendere tangibile il non tangibile con il 3D.

Wim Wenders, Pina, 2011. In collaborazione con Tanztheater Wuppertal Pina Bausch.

Seguo da molto tempo il cinema di Wenders. Nel paesaggio cinematografico italiano degli anni ’80, già in forte tendenza alla desertificazione, le sue opere, come quelle di Fassbinder ed Herzog, arrivavano alla nostra generazione come prorompente forza vitale, come ricerca estetica radicata nella vita, nelle pieghe dell’ “umano”. Le sue straordinarie opere degli anni ’70, e poi quelle degli stessi anni ’80, si fondavano sui temi dello sguardo, dell’identità, sulla capacità/possibilità di “vedere”, di “vedere luoghi” prima di tutto, luoghi intesi come spazio fisico e come memoria, in opposizione alla crescente virtualizzazione della vita. Nel corso del tempo non aveva una sceneggiatura; le scene venivano scritte giorno per giorno a seconda delle “tappe visive” che si offrivano durante il viaggio della troupe lungo il confine Germania Ovest/Germania Est. E sulle orme dei maestri della visione; raccontando una scena girata davanti a un vecchio camion adibito a fast food, Wenders dichiarava: “Non ci avremmo mai fatto caso senza le foto di Walker Evans”. E altrove: “Forse (Walker Evans) non è stato il primo ad accorgersi del grande potenziale visivo presente nel paesaggio americano, ma è stato sicuramente il primo a trovare con le proprie foto un linguaggio capace di conferire una forma a quel paesaggio”. Anche Robert Frank, prosegue, “riesce a vedere molto; i momenti che a noi sfuggono, o che scopriamo solo successivamente, lui li vede immediatamente. [...] È straordinario, perché lui può, per così dire, fotografare con la coda dell’occhio”. E John Ford: “Orridi film di serie z si sono assicurati il futuro con le loro immagini che paralizzano la vista e con i loro suoni che ingannano. [...] Guardare diventa allora puro rimpianto: mi manca la gentilezza, la minuziosità, l’andamento disteso, la sicurezza, la gravità dei film di John Ford”. Ma sopra tutti i maestri della visione per Wenders c’è forse Edward Hopper. “Hopper ha sempre preso le mosse da un luogo preciso, anche là dove i suoi quadri assumono astrattezza e validità universale. C’è quello famoso della fila di case a New York, con al centro un negozio di barbiere (Early Sunday Morning). [...] Ti dà l’impressione che da un momento all’altro succeda qualcosa e si trasformi, che la luce si modifichi. È un’immagine in stato di attesa. E ha una grande affinità con la fotografia. Ma in realtà è meno rigida della fotografia”.
Insomma Wenders, come autore e come teorico del cinema, nelle sue numerose riflessioni e pubblicazioni, si è sempre schierato con quel fronte che alla fondamentale domanda “che cos’è il cinema?” ha risposto a favore delle caratteristiche analogiche della pellicola, a favore delle capacità della pellicola di cogliere le qualità atmosferiche, a favore dei valori dell’inquadratura, ovviamente bidimensionale, e della durata, e a favore di un linguaggio sviluppato a partire dall’ontologia del mezzo. Questo lungo percorso stride, sembrerebbe, con la recente adozione del 3D per il cortometraggio Il volo (2009) e per il film dedicato a Pina Bausch (2011). In Pina, come in tutti i film in 3D, le parti collocate più in basso nella tradizionale inquadratura bidimensionale sembrano uscire dallo schermo e materializzarsi nella sala cinematografica, sottotitoli e titoli compresi... L’emozione, allora, è puramente legata, ancora, al versante del trucco, dell’effetto. Il 3D, anche nell’opera di un grande autore, non mostra ancora nessuno spunto di linguaggio. Wenders dichiara il contrario e sembra usare la danza come “cavallo di Troia” per far entrare il 3D nel campo delle possibilità espressive. Racconta che voleva da molto tempo fare un film su Pina, dall’umanità delle cui opere teatrali era stato folgorato, ma che non riusciva a trovare la chiave giusta. E di averla trovata quando si è imbattuto nel 3D, perché questa tecnologia gli offriva la possibilità di immergersi nello spazio insieme ai danzatori, di sentirsi parte della loro danza. Ma, a ben vedere, laddove la danza fonde e mescola corpi, spazio, emozione, il 3D separa i corpi dallo spazio, trasformandoli in “figure”. Se il 3D è generalmente considerato, infatti, parte di quegli upgrade orientati a favore di una risposta sinestetica dello spettatore (dal muto al sonoro; dal bianco e nero al colore), in realtà la sua spettacolarità risiede nel suo anti-realismo. Le tecniche digitali oggi più diffuse (RealD e Dolby 3D) truccano lo spazio per reinterpretarlo come una serie di piani distinti e l’effetto volumetrico è dato da una “discretizzazione” della profondità di campo (cfr. Paolo Marocco, La visione in 3D: dalle origini a Wenders, in Spazio Wenders, LibrAre, 2009).

Wim Wenders, Pina, 2011. In collaborazione con Tanztheater Wuppertal Pina Bausch.

Wenders ha sempre mostrato attrazione per le sperimentazioni tecniche, come quella per l’uso dell’immagine elettronica, a fine anni ’70, e quella per l’immagine elaborata al computer, a inizio anni ’90, ma non si può oggi non sospettare una pressione di interessi economici. Interessi che stanno usando il 3D come “cavallo di Troia” attraverso cui far penetrare i sistemi digitali nelle tradizionali cabine di proiezione. Le major americane, dalla fine del 2013, smetteranno di produrre pellicola. Un’altra grande attrazione wendersiana, a volte interecciata a quella per la sperimentazione linguistica, si trova nel tema della morte, della perdita. E in questo aspetto Pina trova il suo vero interesse e la sua profondità. Nato come progetto quando Pina Bausch era viva e partecipe, il film si è rimodulato ed ha ascoltato la preghiera dei danzatori di “non lasciarli soli” dopo la morte improvvisa e inaspettata della coreografa. Più che un’opera su Pina, il film diventa un’opera sull’assenza di Pina e sul vuoto incolmabile che la sua morte lascia nei suoi danzatori, persone che hanno abbandonato i loro paesi e le loro vite alla ricerca di un qualcosa che hanno trovato grazie a Pina Bausch. La ricostruzione di quattro spettacoli – Café Müller, The Rite of Spring, Kontakthof e Vollmond – si mescola a interviste e testimonianze di questi danzatori.


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