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Numero 68 ArteeCritica

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IL TRATTORE ROSSO. SULLA VIA DELLA SETA
THE RED TRACTOR. ON THE SILK ROAD
di / by Marco Scotini

È quasi mezzogiorno e, di fronte all’ex parlamento, la cerimonia sta per cominciare. Il 30 agosto in Kazakistan è il “giorno della Costituzione”. Ma, da quando la capitale è stata spostata nella spettacolare e high-tech Astana, nella città dove mi trovo il discorso del presidente Nazarbaev arriva ormai solo via cavo. Più che presidente del Kazakistan, Nazarbaev è una sorta di monarca assoluto (così mi hanno spiegato di fronte ad un ottimo plov più tardi) e il giorno del mio arrivo coincide con quello in cui si celebra l’anniversario della nuova costituzione, varata nel ’95. Strana costituzione parlamentare, non c’è dubbio, visto che ha permesso di prorogare la fine del mandato presidenziale sine die.


Gulnara Kasmaliyeva & Muratbek Djumaliev, Racing, 2007. Courtesy Laura Bulian Gallery, Milano

La cerimonia è uno sventolio di bandiere turchesi e gialle portate da giovani reclute dai tratti mongoli in tenuta grigio militare, distribuiti in gruppi simmetrici e ordinati, di fronte ad una tipica facciata monumentale classico-sovietica. Una infilata di pilastri coperti di drappi turchesi con un grande stemma centrale color oro. Il teatro di queste operazioni è la vecchia capitale sovietica Almaty e, al momento, la mia compagnia (non so se per destino o per caso) è quella giusta. Yelena Vorobyeva e Viktor Vorobyev sono infatti una coppia di artisti che lavorano insieme dall’inizio degli anni ’90 e che sono già noti al pubblico dell’arte. Proprio loro hanno dedicato un intero lavoro al codice semiotico dell’identità nazionale e alle relazioni “socio-cromatiche” della nuova bandiera kazaka, l’indomani dell’indipendenza. Quando cioè un blu turchese che chiamano kok ha soppiantato il rosso canonico dell’era sovietica. Tutto quanto era rosso è stato ridipinto con questo colore dalle valenze semantiche e simboliche precise: dal cielo alle cupole delle antiche moschee islamiche. Con il ciclo fotografico Kazakhstan. Blue Period, dal 2002 al 2005, i Vorobyev hanno realizzato una tassonomia incongrua ma perfetta di tutti gli oggetti che circondano il quotidiano dei kazaki: abiti, panche, recinzioni, lastre tombali, interi quartieri, dettagli ordinari. Il turchese è ora il segno dell’identità e dell’ubiquità della nuova ideologia sotto Nazarbaev. L’ironia di Blue Period dunquenon può non ricordare, a rovescio, quella di Shades of Red della coppia polacca Kwiekulik, un lavoro del ’71 dove i due artisti avevano registrato, in centinaia di diapositive, situazioni performative con la presenza di elementi rossi.


Said Atabekov, Journey into a Country of the Orient, 1995, azione con Said Atabekov, Smail Bayaliev, Moldakul Narymbetov, Vitaliy Simakov. Monte Kazgurt, Kyryk Shilten Village, Kazakistan. Courtesy Laura Bulian Gallery, Milano

Il motivo per cui mi trovo ad Almaty è però un altro, di natura archeologica: inseguire le rotte disperse del gruppo Kyzyl Traktor (Trattore Rosso) sulla Via della Seta, tra il 1991 e il 2006. O meglio a partire dal 1985, data in cui si forma il primo raggruppamento d’avanguardia dell’Asia Centrale che poi confluirà nel Kyzyl Traktor. Le ricerche partono dall’Hotel Kazakhstan dove alloggio. Una torre di 26 piani di cemento armato che è un tipico landmark del Modernismo sovietico anni ’70, come l'Hotel Viru a Tallinn o il rimpianto Rossiya Hotel di Mosca, demolito nel 2007. Qui Arystan Shalbayev, il membro più giovane di Kyzyl Traktor, ci viene a prendere per condurci in periferia, dove ancora si trova la casa-studio di uno dei membri fondatori, Moldakul Narymbetov. Lui è fuori città, in Russia ad installare un suo lavoro al Museo di Perm, ma è una delle mogli ad aspettarci. Più che una casa, il luogo dove andiamo è stato nel passato una colonia artistica comunitaria dove gli artisti del gruppo, in una ripresa di istanze fluxus e sciamaniche, avevano cercato di fondere arte e vita. In mezzo alla campagna troviamo una yurta fatta di pietra, che è una sorta di merzbau con al suo interno strumenti musicali, korpeshe, foto, abachi e libri. All’interno della casa riusciamo a trovare invece uno straordinario archivio (foto, flyer, ritagli di giornale) di tutte le azioni di Kyzyl Traktor. La tappa successiva è quella di raggiungere tutti gli ex rappresentanti a Shymkent, un’antica città carovaniera nel sud del Kazakistan, ad un’ora di volo da Almaty. Di fronte al piccolo museo regionale, sotto il piedistallo su cui poggia un trattore rosso (un esemplare originale della collettivizzazione degli anni ’30), scattiamo una foto ricordo in cui compaiono Vitaliy Simakov, Smail Bayaliev, Said Atabekov e Arystan Shalbayev.


Yelena Vorobyeva & Viktor Vorobyev, Kazakhstan. Blue Period # 4, 2002-2005. Courtesy Laura Bulian Gallery, Milano

È difficile definire Shymkent una città per quanto grande essa sia, è piuttosto un luogo magnetico, un complesso incrocio di culture, tradizioni e religioni nel cuore della steppa. Rispetto ad Almaty, qui si percepisce ancora in modo molto forte la sensazione di un recente passato nomade, non ancora estinto. Questo patchwork pare proprio all’origine delle differenti temporalità del grande lavoro di Atabekov. È qui che nasce il gruppo Kyzyl Traktorattraverso una riscoperta dell’eredità dell’Avanguardia russa. La formazione artistica dell’ideologo del gruppo, Vitaliy Simakov, che terrà negli anni ’80 un seminario presso la Scuola d’arte di Shymkent sul Modernismo russo, avviene a Mosca alla scuola dell’allievo di Pavel Filonov, Nazarov. Sarà tipico del Kyzyl Traktor recuperare l’improvvisazione come autonomo metodo creativo rispetto al professionismo del Realismo socialista. Come la sua cifra sarà un mix di nuovi media, “Quadrato nero su fondo bianco”, istanze locali e premoderne: la tradizione performativa sciamanica innanzitutto e l’intervento all’interno di comunità. Il Kazgurt, la montagna dove si sarebbe arenata l’Arca di Noè, e la distesa della steppa sono i due poli (simbolici e materiali) della loro azione.
Proprio la steppa ci si apre di fronte in un viaggio a Turkistan che ha come meta il mausoleo sufi di Yasaui del tempo di Tamerlano: il suo piatto e basso orizzonte, il campo vuoto, l’assenza di tracce, la perdita di coordinate sicure. Lo sfondo ideale, cioè, della staged photography di Atabekov. Uno sfondo che ritorna nelle dieci ore di viaggio fino al confine kirghiso in compagnia di un tassista che ci ha ingannato, dicendoci di condurci fino a Bishkek, quando invece ci ha fermato e fatto scendere prima del confine. Uscire dal Kazakistan ed entrare nel Kirghisistan fa uno strano effetto. Sembra di superare una barriera temporale. Qui la nuova Cina è davvero vicina. Anche le strutture per la produzione dell’arte contemporanea sembrano meno periferiche e improntate su un modello più occidentale. Penso alle varie edizioni della Biennale di Bishkek, ad esempio.


Alimjan Jorobaev, 2008. Courtesy Laura Bulian Gallery, Milano

Sono ospite dello studio di Gulnara Kasmaliyeva e Murat Djumaliyev, gli artisti che hanno lavorato sulla nuove missioni carovaniere lungo la Via della Seta nell’era post-sovietica. Nel loro studio incontro Ulan Djaparov e il giovane Marat Raiymkulov, presente all’ultima edizione della Biennale di Venezia. E soprattutto il fotografo Alimjan Jorobaev. In Jorobaev la trasformazione si misura con lo spazio pubblico e il collettivismo sociale. Nelle sue foto nuovi processi di militarizzazione si mescolano alle immagini di masse di musulmani in preghiera sulla piazza Ala-Too. Prima di partire riesco a vedere anche questa immensa piazza con al centro la statua equestre di Erkindik (libertà) e al fondo il parallelepipedo marmoreo del Museo Storico di Stato, una struttura che ricorda gli immensi spazi urbani e vuoti del regime coreano. Sto camminando alle spalle della piazza, tra il Parco Dubovy e il Panfilov Park, e sono in procinto di lasciare l’Asia Centrale quando vedo – completamente imprevista – una statua in bronzo di Lenin, alta sul suo piedistallo: il braccio e la mano tesi in avanti, lo sguardo fisso, la fronte calva, il cappotto al vento. Lo pensavo un genere che avevamo perduto. Eppure Bishkek, mi dicono, è la sola città dell’ex Unione Sovietica a conservarne una copia. Anche se il suo asse è rovesciato di 180 gradi. E il suo volto sembra guardare il passato. O forse è la visione di un altro futuro.


Kyzyl Traktor (Said Atabekov, Smail Bayaliev, Moldakul Narymbetov, Vitaliy Simakov), Shymkent, Kazakistan. Courtesy Laura Bulian Gallery, Milano


It is almost noon and in front of the former parliament the ceremony is about to begin. On 30th August Kazakhstan celebrates the “Constitution Day”. But since the capital city has been moved to the spectacular and hi-tech Astana, the speech of the president Nazarbaev arrives to the city I am in only by cable. More than just president of Kazakhstan, Nazarbaev is rather a sort of absolute monarch (people told me this later in front of a very good plov) and the day of my arrival coincides with the celebrating of the anniversary of the new constitution passed in 1995. A strange parliamentary constitution, undoubtedly, since it has allowed postponing the end of the presidential mandate indefinitely.
The ceremony is a waving of turquoise and yellow flags brandished by young recruits with Mongolian features wearing military grey outfits, divided into symmetrical and ordered groups, in front of a typical monumental classical-Soviet façade. A row of pillars covered with turquoise drapes with a big central gold coat of arms. The theatre of these operations is the former Soviet capital Almaty and, for now, my company (I don’t know if by destiny or by chance) is the right one. Yelena Vorobyeva and Viktor Vorobyev are in fact a pair of artists who have worked together since the early 90s and are already known to the art public. It was precisely these two that dedicated an entire work to the semiotic code of national identity and to “socio-chromatic” relations of the new Kazakhstanflag the day after independence. That was when turquoise blue that they call kok replaced the typical red of the Soviet era. Everything that was in red was repainted with this colour of precise semantic and symbolic meanings: from the sky to the domes of the ancient Islamic mosques. With the photographic series Kazakhstan. Blue Period, from2002 to 2005, the Vorobyevs developed an incongruous but perfect taxonomy of all the objects that surrounded Kazakhstanis’ daily life: clothes, benches, fences, tombstones, entire neighbourhoods and ordinary details. Turquoise is now the sign of identity and ubiquity of the new ideology under Nazarbaev. The irony of Blue Period, therefore, recalls, in reverse, that of Shades of Red by the PolishduoKwiekulik, a work from 1971 in which the two artists had recorded with hundreds of slides, performance events featuring red items.
But the reason I have come to Almaty is another one of an archaeological nature: to follow the lost routes of the Kyzyl Traktor (Red Tractor) group on the Silk Road, between 1991 and 2006. Or rather, starting from 1985, when the first avant-garde group from Central Asia was formed that was then to merge with Kyzyl Traktor. The search starts from Hotel Kazakhstan where I’m staying. A reinforced concrete tower of 26 floors, which is a typical landmark of Soviet Modernism of the 70s, like the Hotel Viru in Tallinn or the late lamented Rossiya Hotel in Moscow, demolished in 2007. Here Arystan Shalbayev, the youngest member of Kyzyl Traktor, comes to take us to the periphery, where there is still the home studio of one of the founding members, Moldakul Narymbetov. He is out of town, in Russia to install one of his works at Perm Museum, but one of the wives is waiting for us. More than a house, the place we are going was once an artistic community colony where the artists of the group, reviving fluxus and shamanic aspirations, sought to combine art and life. Amid the countryside we find a yurt made of stone, which is a sort of merzbau with musical instruments, korpeshe, photographs, abacuses and books inside. Within the house we manage to find instead an extraordinary archive (photos, flyers, newspaper cuttings) of all Kyzyl Traktor’s actions. The next stop is to reach all the former members in Shymkent, an old caravan route city in southern Kazakhstan, an hour’s flight from Almaty. In front of the small regional museum, under the plinth on which a red tractor stands (an original example of the 1930s collectivisation) we take a souvenir photo of Vitaliy Simakov, Smail Bayaliev, Said Atabekov and Arystan Shalbayev. It is difficult to define Shymkent, a city that however big, is a rather magnetic place, a complex crossroads of cultures, traditions and religions in the heart of the steppe. Compared to Almaty, one still strongly gets the feeling here of a recent nomadic, still unfinished, past. This patchwork appears to be precisely at the origin of the different temporal dimensions of Atabekov’s great work. It is here that the Kyzyl Traktor group started up through the renewed interest in the heritage of the Russian Avant-garde. The artistic education of the ideologist of the group Vitaliy Simakov, who in the 80s was to give a seminar on Russian Modernism at Shymkent Art School, was undertaken in Moscow, at the school of Pavel Filonov’s pupil Nazarov. It was to be typical of Kyzyl Traktor to retrieve improvisation as an autonomous creative method with respect to the professionalism of Socialist Realism. Just as its key feature was to be a mix of new media, the “Black square on a White background”, with local and pre-modern aspirations: first of all the shamanic performance tradition and the intervention within the community. Kazgurt, the mountain where Noah’s Ark would have run aground and the expanse of the steppe are the two (symbolic and material) poles of their action.
It is the steppe that opens up before of us during a trip to Turkistan whose destination is the Sufi Yasaui Mausoleum of Tamerlane’s time: its flat and low horizon, the empty field, the absence of traces, the loss of certain coordinates. The ideal background to Atabekov’s staged photography. A background that accompanies us on the ten-hour trip up to the Kyrgyzstan border in the company of a taxi driver who tricked us, telling he was taking us up to Bishkek, while instead he stopped and let us off before the border. Leaving Kazakhstan and entering Kyrgyzstan has a strange effect. It seems to surpass a temporal barrier. Here, the new China is really close. Also the structures for contemporary art production seem less peripheral and marked by a more western model. I’m thinking for instance of the various editions of the Bishkek Biennale.
I’m a guest at Gulnara Kasmaliyeva and Murat Djumaliyev’s studio, the artists who have worked on the new caravan missions along the silk road in the post-Soviet era. In their studio I meet Ulan Djaparov and the young Marat Raiymkulov, present at the latest edition of the Venice Biennale. And above all the photographer Alimjan Jorobaev. In Jorobaev’s work, transformation tackles the public space and social collectivism. In his photographs, new processes of militarization are mixed with images of masses of Muslims praying in Ala-Too square. Before leaving, I also manage to see this huge square with the equestrian statue of Erkindik (freedom) in the centre and the marble parallelepiped of the State Historical Museum on the far side, a structure that recalls the vast and empty urban spaces of the North Korean regime. I’m walking behind the square, between Dubovy Park and Panfilov Park, and I’m going to leave Central Asia when I see – totally unexpected – a bronze statue of Lenin, high up on its pedestal: the arm and hand held out forward, with fixed stare, bald forehead, his coat in the wind. I thought it was a genre we had lost. And yet Bishkek, people tell me, is the only city in the former Soviet Union to keep a copy of it. Even though its axis is inverted 180 degrees. And his face seems to be looking to the past. Or perhaps it is the vision of another future.


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