Logo Arteecritica

Il contenuto di questa pagina richiede una nuova versione di Adobe Flash Player.

Scarica Adobe Flash Player

Numero 67 ArteeCritica

spacer
articoli
ANNA FRANCESCHINI. DI LUOGHI E DI COSE
UNDER A SHARED ROOF
di / by Daniela Voso

Di residenza in residenza Anna Franceschini, attiva tra Amsterdam, Bruxelles e l’Italia, usa il registro cinematografico e definisce il suo tratto artistico a partire dall’osservazione neutra della realtà, restituita ne “i luoghi e le cose”

From one residency to another Anna Franceschini, active in Amsterdam, Brussels and Italy, uses the cinematographic medium and defines the traits of her artistic practice starting from the neutral observation of reality shown in “places and things”



Untitled (Almost Lost), 49”, loop, 2010.
Courtesy Musée National d’Art Moderne/Centre Georges Pompidou, Parigi.

La scelta del punto di vista. Parte tutto da qua. Mobile o statico, unico o molteplice, interiore o esteriore, dalla letteratura al cinema, l’opera d’arte e il video d’artista non fanno eccezione: anche loro definiti da questo incipit. E qualcuno ne fa una questione di stile, un tratto distintivo. È il caso di Anna Franceschini, per ora di base ad Amsterdam e solo nel 2011 residente a Fosdinovo, Friesland e Milano, rispettivamente al Castello Malaspina, alla Kunsthuys SYB e in Viafarini-in-residence, dopo aver già trascorso due anni presso la Rijksakademie di Amsterdam.
Il suo bagaglio è internazionale e la sua opera coniuga cinema e arte, soffermandosi sul potenziale narrativo degli oggetti, in relazione ai vissuti delle persone e al linguaggio. Nella relazione tra luoghi e memoria, gli oggetti hanno una valenza di primo piano: custodi dei segreti e delle anime dei posti. Dopo la formazione tecnica presso la Scuola Civica di Cinema, Televisione e Nuovi Media, e quella teorica presso l’Università IULM, Anna Franceschini si libera, per poi riavvicinarvisi, dell’impostazione e delle accortezze del mestiere, in quella che lei stessa chiama una “fuga dai canoni”. Il movimento diventa narrazione e s’incontra con la suggestione dei luoghi per un’ “antropologia degli oggetti”, come in Casa Verdi (2008), documentario su un’anziana musicista. Lo studio sul linguaggio prosegue fino all’abbandono del montaggio nei lavori successivi. Qui il contenuto entra in relazione con la forma. Il binomio è quello tra la “spontaneità tecnica” e la “ripetizione dell’autentico”; “cose e luoghi” si mostrano nel loro essere mentre “l’occhio neutro e rivelatore della camera ne svela il valore cinematico”.

Casa Verdi, 50’, 2008. Courtesy l’artista e InvisibileFilm, Milano.

Punto di svolta: due opere. Untitled (Almost Lost), 2010 e Nothing is more mysterious. A fact that is well explained (2010). Nel primo film, girato in una moschea del Cairo ed esposto alla Rijksakademie nel 2010, un drappo stellato si muove animato da un soffio d’aria, pur restando fermo ancorato ad un filo. La soggettiva è statica e il movimento è quello oscillatorio del drappo, lirico e poetico. Diversamente in Nothing is more mysterious è la camera che si sposta e ruota nella stanza, fino ad imbattersi in una pianola di quelle che funzionano con i rulli perforati, che inizia a suonare. Il movimento si sposta dalla camera all’oggetto automatico dotato di vita propria: “l’atto del vedere si fa narrazione e lascia che le cose si mostrino”.

Nothing Is More Mysterious. A Fact That Is Well Explained, 2010. Courtesy l’artista.

Nothing Is More Mysterious. A Fact That Is Well Explained, 2010. Courtesy l’artista.

Da Epstein a Godard a Pessoa, Anna Franceschini guarda al cinema e alla letteratura, e sposa l’idea per cui “le cose non significano, ma esistono”; non sono rappresentate come metafora o allusione ad altro da sé, ma come esse stesse nella loro presenza nel mondo; e ricorda l’aneddoto della ragazza siberiana narrato da Béla Balázs in un articolo pubblicato ne Il Film (1952), dove le persone sono “fatte a pezzi” come automi che ne contengono le emozioni, e il cui movimento è una magia. Come nell’ultimo film a cui sta lavorando, ispirato a Le Tempestaire (1947) di Jean Epstein, dove una nave automatica ondeggia sulle onde in una bolla di vetro. Quasi invertendo la parafrasi surrealista di Magritte che nel ritrarre una pipa avverte: “questa non è una pipa” e sottende “è la sua rappresentazione”, Anna Franceschini ritrae con “sguardo neutro” l’oggetto barca-in-tempesta nel suo essere, moltiplicando i piani narrativi, descrittivi e di lettura, in una matrioska di immagini e rappresentazioni.

Nothing Is More Mysterious. A Fact That Is Well Explained, 2010. Courtesy l’artista.

The choice of viewpoint. Everything starts from here. Moving or static, single or multiple, interior or exterior, from literature to cinema, the artwork and video are no exception: they are too defined by this incipit. And someone makes this a matter of style. It is the case of Anna Franceschini, now based in Amsterdam and just recently in 2011 resident in Fosdinovo, Friesland and Milan, respectively at Castello Malaspina, at Kunsthuys SYB and at Viafarini-in-residence, after having already spent two years at the Rijksakademie in Amsterdam.
Her background is international and her work combines cinema and art, focusing on the narrative potential of objects, in relation to people’s experiences and to language. In the relationship between places and memory, objects have a prominent value: keepers of the secrets and souls of places. After technical training at the Civic School of Film, Television and New Media, and a theoretical education at IULM University, Anna Franceschini freed herself, to then take them up again, from an approach and skill of the trade, in what she calls a “flight from the canons”. Movement becomes narration and encounters the impression of places for an “anthropology of objects”, as in Casa Verdi (2008), a documentary about an elderly musician. The research into language continued until abandoning editing in successive works. Now the content relates to the form. The combination is between “technical spontaneity” and “repetition of the authentic”; “things and places” show themselves in their being, while “the neutral and revelatory eye of the camera discloses their cinematic value”.
The turning point: two works. Untitled (Almost Lost), 2010 and Nothing is more mysterious. A fact that is well explained (2010). In the first film, shot in a mosque in Cairo and exhibited at the Rijksakademie in 2010, a star-spangled cloth moves animated by a puff of air, though remaining still, anchored to a wire. The point-of-view shot is static and the movement is the lyrical and poetic oscillatory motion of the cloth. On the contrary, in Nothing is more mysterious it isthe camera that moves and revolves in the room, until it comes across a pianola, operated by perforated paper rolls, which begins to play. The movement shifts from the camera to the automatic object endowed with its own life: “the act of seeing becomes narration and allows things to show themselves”.
From Epstein to Godard and Pessoa, Anna Franceschini draws on cinema and literature, and embraces the idea that “things do not mean, rather they exist”; they are not represented as metaphor or allusion to something else, but as themselves in their being in the world; and she recalls the anecdote of the Siberian girl told by Béla Balázs in an article published in The Film (1952), in which people are “sliced apart” as automata that contain their emotions and whose movement is a spell. As in the latest film she is working on, inspired by Le Tempestaire (1947) by Jean Epstein, in which a mechanical ship is rocking on the waves within a glass bubble. Almost inverting the surrealist paraphrase by Magritte who on portraying a pipe warned: “this is not a pipe” and implied “it’s just a representation”, Anna Franceschini depicts with a “neutral gaze” the ship-in-storm object as it is, multiplying the narrative, descriptive and reading planes in a matryoshka of images and representations.


TOP

Il contenuto di questa pagina richiede una nuova versione di Adobe Flash Player.

Scarica Adobe Flash Player