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Numero 68 ArteeCritica

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DOMINIK LANG. OPERA COME STRATIFICAZIONE
Intervista a cura di Massimiliano Scudieri

Figlio d'arte, è uno tra gli artisti più interessanti del momento. Utilizza nel suo approccio al lavoro processi classificatori e stratificazioni con una grande attenzione allo spazio architettonico e al contesto in cui lavora


The Sleeping City, veduta della mostra, Padiglione ceco, 54. Biennale di Venezia, 2011. Courtesy Krobath, Vienna / Berlino e Hunt Kastner, Praga. Foto Martin Polak.

MS: Come è iniziato il tuo percorso da artista?
DL: Nonostante fossi cresciuto respirando l’atmosfera dello studio di uno scultore, ripetendomi fin dalla prima infanzia che sarei diventato proprio uno scultore come mio padre, non avevo idea di cosa ciò significasse davvero. Ho studiato al liceo artistico e poi all’accademia, ma per me è stato molto più importante rendermi conto, lentamente e con difficoltà, delle differenze, del modo in cui fosse mutato il ruolo dell’arte rispetto a quando mio padre era attivo. Iniziai a trovare un mio punto di vista, interessi e lessico, ma a quel punto purtroppo era già tardi per un confronto diretto con lui.

Wardrobe, 2008. Courtesy Krobath, Vienna / Berlino e Hunt Kastner, Praga. Foto Archivio dell’artista.

MS: All’ultima Biennale di Venezia hai presentato The Sleeping City. In questa occasione hai installato alcune opere di tuo padre Jirí, scultore come te, creando un mix stratificato con l’aggiunta di altri elementi al fine di generare nuove sculture. Ce ne parli?
DL: The Sleeping City è stato un modo per riflettere sul proprio passato, sui metodi scelti per interpretarlo, sulle possibilità e i limiti della ricostruzione insieme al relativo problema dell’identificazione retrospettiva e della classificazione, sull’impossibilità pratica di una libera manipolazione di un materiale troppo personale, offrendo al contempo (alla stregua di un reperto archeologico) un’immagine sorprendentemente integrata e precisa, non solo della personalità dell’autore ma anche dei tempi che hanno fatalmente segnato la sua vita e determinato il contesto del suo lavoro. Il progetto tentava di mettere in relazione due approcci differenti alla scultura, con diversi contesti storici sullo sfondo di un rapporto familiare intimo, quello padre-figlio. L’atmosfera opprimente dello studio di mio padre ingombro di statue “dormienti”, l’isolamento sociale, la rinuncia, l’apatia, ma anche uno specifico rilievo del 1960intitolato The Sleeping City sono state le fonti per il titolo del progetto. Ho cercato di proporre un ipotetico modello di una mostra mai realizzata, utilizzando i lavori di un artista della generazione precedente come materiale utile alla mia esperienza, rimuovendoli dal proprio contesto storico, come fantasmi di tempi passati inseriti all’interno di nuove scenografie e costellazioni. L’esposizione che ne è derivata è una biografia spaziale, una visualizzazione del rapporto tra due artisti e anche un ritratto della specifica condizione del popolo ceco sia prima che dopo la caduta del Comunismo. La disposizione architettonica del padiglione, le opere, i documenti, gli oggetti tipici del tempo e quelli personali così come i frammenti dell’habitat, dello spazio di lavoro come anche dell’ambiente che circondava mio padre, le fotografie documentarie, modelli e criteri espositivi tratti sia dal passato che dal presente, erano tutti elementi introdotti intuitivamente all’interno di un complesso collage di relazioni, che permeava e incrociava vari contesti storici e ideologici.

Documentation, veduta della mostra, Hunt Kastner, Praga, 2012. Courtesy Hunt Kastner, Praga. Foto Ondrej Polak.

MS: Qual è il tuo rapporto con lo spazio architettonico e col contesto?
DL: Le scelte spaziali influenzano sempre, se non addirittura determinano, l’aspetto finale di ogni mio lavoro. E ciò costituisce spesso anche un punto di partenza del mio pensiero. Mi interessa il modo in cui un particolare spazio, la sua disposizione così come la sua storia e la sua funzione sociale, dà forma all’opera esposta al suo interno e cosa invece un nuovo elemento può aggiungere a una struttura già esistente. L’architettura è una prova del passato; ogni volta che visito uno spazio che ha una lunga storia, sono attratto da ciò che non è più visibile – le tracce impercettibili sulle pareti, i segni lasciati dalle opere appese in precedenza, le strane trasformazioni dello spazio attuate senza rispettare le disposizioni del progetto originario (qui mi riferisco soprattutto alle violente ricostruzioni socialiste). Sono sempre interessato al modo in cui l’osservatore guarda e percorre lo spazio, a quali possano essere le sue aspettative, e cerco di mostrargli come ciò che vede o che è in grado di percepire è solo una parte di ciò che è lì realmente. Svelo i segmenti dello spazio, sposto l’attenzione sulle parti dimenticate, costruisco impalcature per guardarlo da una prospettiva diversa. In un'occasione, ad esempio, ho riaperto uno spazio espositivo chiuso, una ex galleria con un lungo passato. Era l’ultima possibilità per il visitatore di accedervi, ma anche la prima opportunità di vedere proprio quello spazio vuoto. Chi una volta aveva conosciuto quello spazio colmo di opere in mostra poteva così vederlo vuoto, riempito dalla propria memoria.

Documentation, veduta della mostra, Hunt Kastner, Praga, 2012. Courtesy Hunt Kastner, Praga. Foto Ondrej Polak.

MS: Quali sono i tuoi progetti futuri?
DL: Sto lavorando a una personale per Art Statements ad Art 43 Basel, che è una continuazione del progetto The Sleeping City. La nuova installazione ha un approccio più metodico e si concentra sullo studio del processo creativo. Attraverso l’uso di schizzi frammentari ritrovati nel vecchio studio di mio padre, cerco di realizzare dei lavori che per un motivo o per un altro erano esistiti solo come idea allo stato embrionale, abbozzata su un pezzo di carta. Data l’assenza generale di informazioni, è ovvio che le mie costruzioni plastiche sono lontane dalle intenzioni originali di mio padre. Oltre ad altre mostre e progetti, presto sarò impegnato in una personale presso la Secession di Vienna, e per l’occasione mi piacerebbe sviluppare un corpus di opere completamente nuovo. In questo caso lo straordinario e particolare spazio della galleria giocherà ancora una volta un ruolo assai importante.
MS: Alcune delle tue opere, come ad esempio Moving Walls, evocano lavori dell’Arte Minimal e Concettuale, come quelli di Robert Morris. Come ti relazioni alle opere di altri artisti?
DL: Questo intervento è stato concepito come parte di una situazione precisa, una presentazione collettiva di finalisti del premio per il quale quell’anno ero tra i candidati. La mia intenzione era quella di agire sulle piante degli spazi della galleria mutandone la disposizione ogni cinque minuti, nascondendo o svelando la vista su alcune delle opere esposte. Certamente ero consapevole delle connotazioni che questo poteva apportare rispetto alle opere minimaliste e concettuali, e non nego che queste mi ha molto influenzato. Mi piace molto il lavoro di Michael Asher come anche quello di Robert Morris, che hai appena menzionato. Ho realizzato anche lavori che "commentavano" volutamente alcune opere storiche fondamentali. Altri aspetti che caratterizzano la mia pratica sono le frequenti collaborazioni con artisti in opere o esposizioni collettive, e il mio impegno nell'allestimento delle mostre.

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