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Numero 71 ArteeCritica

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OLIVIER MOSSET. SISTEMA PITTURA
Intervista a cura di Caterina D'Alessandro

Implacabile ricercatore delle condizioni dell'oggetto dell'arte e del gesto pittorico, Olivier Mosset – in mostra a Roma presso Indipendenza Studio – lavora costantemente in viaggio tra Stati Uniti, Francia e Svizzera, dividendo il suo lavoro in fasi fatte di grandi collaborazioni e momenti di radicale ricerca solitaria, ribadendo la propria autonomia per resistere all'incorporazione del mondo dell'arte


Untitled, 2010, Indipendenza Studio, Roma, 2012. Foto Giorgio Benni.

CD:In che modo ti sei avvicinato all'arte?
OM: Non so, a scuola, se ricordo bene, mi sono interessato alla poesia e poi all'arte. Vidi una mostra di Rauschenberg e Johns alla Kunsthalle di Berna che mi colpì molto. Poi ho incontrato e lavorato, con Jean Tinguely e Daniel Spoerri.
CD:Nel 1966 e nel 1967 hai cominciato a lavorare insieme a Daniel Buren, Michel Parmentier e Niele Toroni (BMTP), opponendovi all'art establishment parigino. Perché lavoravate in quella direzione?
OM: Tra il '66 e il '67, con Daniel Buren, Michel Parmentier e Niele Toroni, volevamo mettere in discussione la natura e il significato dell'atto pittorico attraverso l'atto stesso del dipingere, e naturalmente eravamo molto critici nei confronti di qualsiasi altra prassi. Credo che avesse un senso mettere in discussione i valori culturali dominanti dell'epoca.

Veduta della mostra, Indipendenza Studio, Roma, 2012. Foto Giorgio Benni.

CD:Ho letto che ti definisci un pittore piuttosto che un artista: qual è la differenza?
OM: Direi che se qualcuno definisce una cosa come arte, allora è arte: dipingere è qualcosa di più specifico, è pittura applicata ad una superficie.
CD:La tua opera si basa su un forte apparato teorico e si sviluppa per cicli. In questa mostra romana la materialità delle superfici è molto forte, ci racconti come sono nati questi lavori?
OM: Mi interessano i colori, le forme e le superfici. In questi ultimi lavori c’è una forte enfasi sulla qualità della superficie.
CD:Il tuo lavoro è pieno di importanti collaborazioni con altri artisti, qual è il significato della collaborazione nel tuo lavoro?
OM: Rispetto quello che gli altri artisti fanno e sono stato fortunato ad aver potuto a volte collaborare con altri. Di questo sono loro molto grato.
CD:Se dovessi indicare i punti chiave del tuo lavoro?
OM: Punti chiave non saprei. Forse potrei dire che un buon dipinto aiuta a definire le modalità con cui è stato realizzato e distribuito e il sistema che gli consente di esistere.

Olivier Mosset ++. «Leaving the Museum», veduta della mostra, Kunsthalle Zürich at Museum Bärengasse, Zurigo, 2012 © Stefan Altenburger.

CD:Il tuo lavoro ha un'identità molto ben definita, nata da una tipica posizione degli anni '70, credi che quei temi siano ancora attuali e importanti oggi?
OM: È vero, ho lavorato negli anni '70. A mio parere quello è stato un buon periodo per l'arte: la pittura astratta, il Minimalismo, il Concettuale e le altre posizioni delle avanguardie. Certo può essere una questione di gusti, e a volte mi domando come sia possibile per me apprezzare tanto la Cappella dei Medici quanto Carl Andre, ma è così.
CD:Come è cambiato il sistema dell’arte oggi? In cosa differisce il contesto attuale da quello in cui hai iniziato a lavorare?
OM: La situazione è cambiata. All'epoca c'era una sorta di sistema dialettico, l'Espressionismo, il Pop, l'Arte Minimalista, la Colourfield Painting, l'Arte Concettuale, persino il Neo-espressionismo e il Neo-geo, poi c'è stata un'esplosione e ora tutto è possibile contemporaneamente. Potrebbe non essere un male, ma è diverso da allora. C'è anche una maggiore globalizzazione e decentralizzazione, il che non può essere che un bene.
CD:Quali sono le esperienze e le tendenze dei giovani artisti di oggi che ti sembrano più interessanti?
OM: Gli artisti più giovani, naturalmente, vengono dopo di noi: sanno cosa c'è stato prima. Non credo che siano in una posizione facile, ma è certamente interessante. Tu ne saprai certamente più di me sui giovani artisti...

Olivier Mosset ++. «Leaving the Museum», veduta della mostra, Kunsthalle Zürich at Museum Bärengasse, Zurigo, 2012 © Stefan Altenburger.

Olivier Mosset a Zurigo. Dal monocromo all'on the road

È singolare il passaggio compiuto da Olivier Mosset, che dalla pittura astratta dei primi circle paintings, a fianco di Buren, Parmentier e Toroni negli anni sessanta, ha virato con la secchezza del monocromo verso la radicalizzazione del gesto pittorico. Per poi tornare in qualche modo all’oggetto, in Arizona: nessun soggetto, però, per i suoi quadri, piuttosto una motocicletta “in carne ed ossa” che diventa simbolica ricerca di un artista on the road. Lasciando la sede temporanea del Museum Bärengasse, che ha ospitato per un anno e mezzo le mostre della Kunsthalle zurighese, la retrospettiva Olivier Mosset ++. Leaving the Museum è una ricostruzione cronologica che accoglie molti lavori storici dell'artista svizzero, dai cerchi 100 x 100 cm alle tele monocromatiche, ma è anche un tributo a grande partecipazione corale, perché racconta di collaborazioni durature con altri artisti, come quella singolare col cantante folk Al Perry, autore con Mosset di un disco in ascolto che recupera la retorica americana del viaggio in moto. La fimmaker Cristina Da Silva, ad esempio, registra su pellicola il suo memorabile motorbike tour nel 2009 attraverso la Svizzera, mentre è lo stesso Mosset che appone la sua firma su un lavoro di Michael Zahn, ricordando l'analogo gesto compiuto da Andy Warhol su una sua tela nel 1985. Rimandi e ricadute che segnano corrispondenze e influenzano epigoni di una pittura radicalmente astratta, e di un uomo mai astratto dal mondo.

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