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Numero 67 ArteeCritica

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dOCUMENTA (13). ATTRAVERSO IL TRAUMA

Janet Cardiff and George Bures Miller, for a thousand years, 2012. Courtesy gli artisti, Galerie Barbara Weiss, Berlino, Luhring Augustine, New York e Galerie Koyanagi, Tokyo. Commissionato e prodotto da dOCUMENTA (13) con il supporto di Canada Council for the Arts, Luhring Augustine, New York; Galerie Barbara Weiss, Berlino e Galerie Koyanagi, Tokyo. Foto Nils Klinger.

Se Arnold Bode nell’ideare documenta nel 1955 vide nell’arte la principale opportunità di dare nuova linfa vitale a Kassel, così Carolyn Christov-Bakargiev, curatrice della tredicesima edizione, vede l’opportunità di travalicare ogni “confine” per riemergere dalle attuali “macerie”, materiali e non. Come Kassel, la principale produttrice di armi durante il Nazismo e perciò rasa al suolo dagli Alleati durante gli ultimi atti del secondo conflitto mondiale, era allora un cumulo di rovine, così l’Afghanistan e il Libano, ma anche la Siria e l’Egitto, in modo diverso, mostrano i segni di conflitti violenti. Attraverso quindi una reazione a catena di riflessioni e di libere associazioni, di cui non è sempre possibile prevedere le conclusioni, sono stati riconosciuti altri “momenti di trauma” e “di svolta”. E nella ricerca delle similitudini con un rapporto interdisciplinare, gli artisti invitati sono stati individuati, e presentati, seguendo delle specifiche “condizioni umane”, raggruppate in quattro distinti temi (“sotto scacco”, “in ritirata”, “in stato di speranza”, “sulla scena”). Travalicando i confini geografici, quattro sono anche i luoghi in cui “il museo dei cento giorni” si prolunga (Kassel, Kabul, Alessandria/Il Cairo, Banff National Park). Un attraversamento concettuale, geografico ma anche fisico, perché la mostra, come il trauma, non ha uno specifico luogo bensì i lavori – di artisti che hanno lavorato per e con lo spazio, provenienti da cinquantacinque paesi – letteralmente occupano tutta la città, collocandosi in oltre trenta siti, alcuni inaspettati e insoliti (come il Museo delle Scienze o la Casa Grimm), che rappresentano i diversi ambiti fisici, psicologici e storici di Kassel stessa. E, come non è possibile vedere il trauma in tutto il suo insieme, così sembra di non poter visitare l’esibizione nella sua interezza.

Lara Favaretto, Momentary Monument IV (Kassel), 2012. Courtesy l’artista e Galleria Franco Noero, Torino. Commissionato e prodotto da dOCUMENTA (13) con il supporto di Galleria Franco Noero, Torino; The Ban Centre, Alberta e Rennie Collection, Vancouver. Foto Henrik Stromberg.

Pertanto, tracciando una linea immaginaria che la percorre in tutta la sua lunghezza, si attraversa l’esposizione da nord a sud, fissando in questo modo alcune tappe, leggendo la personale inclinazione, interpretazione e taglio che distinti artisti prescelti hanno attribuito alla tematica di base, oscillando spesso tra uno o più argomenti. Nel punto più a nord, tra i capannoni dei depositi della stazione, Monumentary Monument IV (2012) di Lara Favaretto trasla nella monumentale installazione il concetto di maceria: un’immensa montagna di materiali metallici recuperati da discariche e centri di riciclaggio, scelti dall’artista per l’intrinseca forza espressiva, scaricati su un piazzale in disuso, senza alcun intento estetico, se non la volontà di farla sembrare un’ambigua apparizione. Parte integrante del lavoro è la “momentanea” ricostruzione che l’artista ha fatto di Kabul nel Bagh-e Babur, attraverso la ricerca di storie che Favaretto ha raccolto e intrecciato con la città stessa. Entrando nella stazione, e “dotandosi” dell’iPhone, ci si lascia trasportare dall’incantevole Alter Bahnhof Video Walk (2012) di Janet Cardiff & George Bures Miller, dove storia, poesia e realtà sono magicamente mixate creando una realtà altra.

Anna Maria Maiolino, HERE & THERE, 2012. Courtesy l’artista. Commissionato e prodotto da dOCUMENTA (13) con il supporto di Galeria Millan, São Paulo e Galleria Raffaella Cortese, Milano. Foto Nils Klinger.

Guidati dalla calda voce di Janet Cardiff, nella perdita completa del personale libero arbitrio, si rivive l’esperienza dell’artista e, attraverso i suoi occhi, si vede quello che lei ha visto, pensato, sentito. Si entra nel Fridericianum per ammirare una parte del lavoro di Goshka Macuga (l’altra parte è esposta nel Bagh-e Babur). Sul grande arazzo di circa cinque metri per diciassette Of what is, that it is; of what is not, that is not (2012) è riprodotto un collage fotografico in bianco e nero nel quale sono restituiti sfondi panoramici e riferimenti storici diversi come realtà coesistenti: le immagini di persone che partecipano a un banchetto organizzato dall’artista stessa nel Bagh-e Babur poste nell’innevato Parco Karlsaue, creando una falsa-verità per alludere alla falsa-verità dell’attuale Afghanistan. La grande videoinstallazione su tre canali di Mika Taanila è approntata nell’Orangerie. The Most Electrified Town in Finland (2004/2012) in pochi secondi evidenzia l’anacronistica costruzione del più potente impianto nucleare costruito nell’Occidente nella piccola cittadina di Eurajoki, dopo il disastro di Chernobyl. Immagini di vita quotidiana frammentate con quelle della costruzione dell’apparato per accentuare la distanza fra l’ottimismo insito nell’edificazione della centrale e la contemporanea prospettiva che lo fa apparire antiquato. Con l’installazione Here & There (2012) Anna Maria Maiolino occupa i tre piani della piccola abitazione posta ai margini del grande Parco Karlsaue, dove la natura, al contrario di quella di Taanila, non è piegata bensì prende il sopravvento nella parte conclusiva (l’attico) della sua installazione. Un’installazione a tutto tondo che, alla simbologia della dimora, fonde la manualità (nei manufatti di argilla), l’audio, con una forte carica evocativa.

Daniela Trincia

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