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Numero 67 ArteeCritica

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NEL FRIDERICIANUM DI dOCUMENTA (13).
LA SALVEZZA DELL'ICONA

Le migrazioni da Oriente segnano un tema, centrale, nell'assetto dato da Carolyn Christov-Bakargiev a questa tredicesima documenta. Se non che nel Fridericianum, sulla scia del vento di Ryan Gander, l'arte recupera una sua sostanza materiale e mostra la fisicità di una dislocazione del "pezzo da museo" che – con altrettanta forza – svela tutta la presenza di un'icona da Occidente. Khaled Hourani, insieme al filmmaker Rashid Masharawi, mostra con quali percorsi (geografici ed ideali) un ritratto di Picasso può attraversare l'Europa, dal Van Abbemuseum di Eindhoven all'International Academy of Art Palestine (IAAP) di Ramallah, superando confini segnati da checkpoint militari e altre volte, ahimé solo, da cortine mentali. Un viaggio per abbattere le frontiere, consentendo agli studenti e al pubblico palestinese il confronto ravvicinato con le forme "canoniche" dell'estetica modernista attraverso un processo di negoziazione durato ben due anni, con aggiustamenti legislativi e forzature diplomatiche. Una Camp David dell'arte, che racconta la speranza di esiti più efficaci e duraturi.

Kader Attia, The Repair from Occident to Extra- Occidental Cultures, 2012, commissionato e prodotto da dOCUMENTA (13) col supporto e courtesy di Galleria Continua, San Gimignano/Beijing/Le Moulin; Galerie Christian Nagel, Berlin/Cologne/Antwerp; Galerie Krinzinger, Vienna. Foto Roman März.

Iconica, dunque, l'impressione che si solleva dall'osservare quanto stia a cuore la sopravvivenza, oserei dire la salvezza, dell'icona stessa, che diventa vessillo politico ben più potente di mille bandiere quando consente all'artista di farsi portavoce di un'intera cultura: penso ai palinsesti di Mohammad Yusuf Asefi, il medico che ha acquerellato un'ottantina di olii della National Gallery di Kabul celando la figura umana sotto uno strato di paesaggio, e salvando così le opere di storici pittori afghani alla distruzione purificatrice dei Talebani. Non diversa, è chiaro, dall'operazione effettuata ad Ovest da Michael Rakowitz con What Dust Will Rise, quando riscolpisce nella pietra evangeliarii e testi antichi della Biblioteca di Kassel andati distrutti in un incendio divampato nel 1941 in pieno conflitto mondiale, e persi alla memoria come i Buddha di Bamiyan sessant'anni più tardi. E in fondo analoga è anche l'azione metodica di Horst Hoheisel, che procede mensilmente dal 1987 alla pulizia della fontana Aschrottbrunnen: una struttura idraulica costruita a Kassel nel 1908 grazie alla donazione di un imprenditore ebreo, distrutta dai Nazisti e ripensata all'epoca di documenta 8 dall'artista polacco come "icona in negativo", opposta e complementare alla sua prima facies. Monumento e monito di cui prendersi cura e, ancora, da salvare al disfacimento.

Michael Rakowitz, What Dust Will Rise?, 2012, commissionato e prodotto da dOCUMENTA (13) col supporto di Dena Foundation for Contemporary Art, Parigi, e Lombard Freid Projects, New York. Courtesy l'artista; Dena Foundation for Contemporary Art, Parigi; Lombard Freid Projects, New York. Foto Roman März.

Altri musei ed altre icone, altri passaggi da Oriente a Occidente e viceversa, nella grande installazione di Kader Attiache collaziona reperti etnici d'ascendenza "poliglotta" e manuali "sacri" di analisi transculturale in The Repair from Occident to Extra-Occidental Cultures. La funzione dell'icona assume qui i connotati di una spia accesa ad evidenziare il danno, la frattura, la distorsione, elementi da "sanare" servendosi della letteratura comparata occidentale: figure da leggere con attenzione nelle diapositive proiettate sul muro in coppia e destinate a dare definizioni lapidarie al rapporto controverso, e appunto iconico, con l'esotico. Deforme in quanto difforme.

Khaled Hourani con Rashid Masharawi, Picasso in Palestine, 2012. Courtesy gli artisti. Foto Roman März.

E alla fine di un elenco che potrebbe senz'altro proseguire, che sia arte o inventario, non si sfugge all'ansia classificatoria del prete pomicoltore Aigner Korbinian che, ignaro di produrre qualcosa da esporre in mostra, crea, imprigionato nel campo di concentramento di Dachau, una varietà di mela che riesce a sopravvivere alla distruzione e alla morte. Disegnata in repetitio su modello delle tavole botaniche, con fascino la forma arrotondata del pomo iconizza la sopravvivenza creativa dell'immagine oltre ogni ricaduta storica.
Lisa Pedicino

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