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Numero 67 ArteeCritica

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InMobility #1
Intervista a Maria Domenica Rapicavoli a cura di Alessandra Ferlito

Maria Domenica Rapicavoli, Load Displacement, 2012, installazione di video e diapositive.

AF:Load Displacement è il titolo del tuo ultimo progetto (una installazione di video e diapositive), nato durante il programma di studi Whitney Independent Study Program 2012, al quale hai partecipato nel corso dell'ultimo anno. Mi piacerebbe che mi raccontassi tutto di questa tua esperienza americana; possiamo partire dal modo in cui hai avuto accesso al programma e dalle tue aspettative iniziali?
MDR: La prima volta che ho sentito parlare del Whitney Program è stato nel 2005, dopo la mostra di fine anno del Goldsmiths College, quando una curatrice inglese me ne parlò perché riteneva che il mio lavoro fosse adeguato per quel tipo di studi. Allora, a conclusione di un intenso anno di studi all’estero, non me la sentivo di spostarmi a New York e di rimettermi a studiare di nuovo.
Lo scorso anno, nonostante sapessi che la selezione fosse alquanto competitiva, decido di provare. Mi sentivo pronta a lasciare Londra ed ero affascinata dalla possibilità di poter dedicare un anno intero alla ricerca pratica e teorica. Ho quindi risposto a una open call e, superata la preselezione, sono stata invitata per un colloquio durante il quale ho capito che sarebbe stata un’esperienza arricchente che mi avrebbe offerto importanti spunti critici. E così è stato. Dal primo seminario ho avuto la conferma che sarebbe stato un anno intenso di studio e ricerca teorica che avrebbe posto delle basi solide per una pratica artistica politicamente più impegnata. E questo era esattamente quello di cui avevo bisogno.
AF: Puoi raccontarmi com'era strutturato il programma di studi e che relazioni si sono instaurate tra i partecipanti – artisti, ma anche critici e curatori?
MDR: Il Whitney ISP è una residenza nata più di quarant’anni fa grazie alla volontà del direttore Ron Clark che ha dedicato la sua vita al programma e che ancora oggi, nonostante l’età e le continue lotte per mantenerlo indipendente da ogni forma di condizionamento politico e economico, lo gestisce con incredibile dedizione. Ogni anno partecipano al corso circa 25 studenti, fra curatori, artisti e storici dell’arte, con un ricco numero di parteciparti internazionali che nell’arco di nove mesi assistono a più di 50 seminari tenuti da storici d’arte, artisti, economisti, fra cui Hal Foster, Benjamin Buchloh, Yvonne Rainer, Mary Kelley, Hans Haacke, e molti altri. È un corso di studi prevalentemente teorico che attraverso un approccio multidisciplinare (cultural studies) si propone di porre le basi per una analisi critica della pratica e della ricerca artistica. I temi trattati durante l’anno riguardano il post-strutturalismo, il femminismo, le teorie post-colonialiste, la psicoanalisi, l’attivismo, con una visione analitica prettamente marxista.
Abbiamo a disposizione uno spazio a Downtown Manhattan che diventa la nostra “casa” per tutta la durata del corso, in cui condividiamo interessi comuni, con uno scambio costante di opinioni e di idee che, insieme agli studio visit previsti dal corso, crea le basi per un dialogo fra gli studenti che spesso continua anche dopo il termine del programma.
Alla fine del corso gli artisti organizzano una mostra in cui presentano dei lavori che sono in qualche modo il risultato dei mesi trascorsi in residenza, gli storici dell’arte organizzano un simposio e i curatori si occupano della curatela di una mostra che di solito si svolge al The Kitchen, a Chelsea, e della pubblicazione del catalogo relativo alla mostra.

Maria Domenica Rapicavoli, Load Displacement, 2012, part.

AF: Mi pare che il tuo entusiasmo iniziale abbia trovato conferme in una soddisfazione complessiva che deriva, fondamentalmente, proprio dal carattere multidisciplinare e “collettivo” del programma. Ti era mai capitato, in Italia o altrove, di vivere esperienze di confronto e condivisione simili a questa?
MDR: Credo che il Whitney Program sia unico nel suo genere per il tipo di persone invitate a tenere i seminari e per il tipo di studenti selezionati – in gran parte internazionali, con diversi background ma tutti accomunati dagli stessi interessi. Purtroppo non c’è mai stata una forte rappresentanza italiana: Gaia Tedone (attualmente Curatorial Assistant for Photography alla Tate Modern) mi ha preceduta lo scorso anno nel Curatorial Program. Prima di lei Luigi Fassi (direttore di ar/ge kunst, Bolzano) nel 2009, anche lui come curatore, e Annie Ratti (artista e presidente della Fondazione Ratti) nel 1979 sono stati fellow student del Whitney ISP.
Il programma, come ho già detto, ha un taglio nettamente politico e filosofico.
Nell’arco dell’anno si instaura un clima di dialogo e confronto che inizia durante i seminari e che continua dopo negli studi o mentre si cena tutti insieme in uno dei tanti ristoranti cinesi della zona e dove si commenta o critica quello che è stato detto durante le lecture. È una theoretical full immersion experience.
In questo senso non ho mai fatto esperienze simili né in Italia né altrove.
AF: Sei arrivata a NY dopo un lungo periodo di permanenza a Londra, costantemente intervallata da brevi visite al tuo paese di origine, che hai lasciato ormai diversi anni fa. Puoi parlarmi di questa scelta? E perché ti sei spostata verso il Nord Europa?
MDR: Dopo aver preso il diploma all’Accademia di Belle Arti di Catania, ho fatto un trimestre di studi presso il Chelsea College of Art, grazie a una borsa di studi vinta in Accademia. Londra non mi è piaciuta subito, tante difficoltà legate alla lingua e al costo della vita mi hanno spesso fatto desiderare di tornare in Italia, ma l’urgenza di confrontarmi con una grande città e le differenti esperienze culturali che essa offriva sono state un importante incentivo nel decidere di rimanere. Nel 2005 ho preso un master al Goldsmiths College e da allora ho deciso, con mille sacrifici, di rimanere nella capitale britannica. Credo che l’esigenza di mobilità, legata alla mia condizione di isolana, la curiosità di confrontarmi con una realtà tanto diversa e la tenacia nel migliorare l’inglese per non avere barriere nella comunicazione mi hanno portata a lasciare la Sicilia. Ho scelto Londra perché allora era, a mio parere, la città europea più interessante per l’arte contemporanea per le opportunità offerte e per la quantità di stimoli culturali che offriva. La parità fra uomini e donne, che in Italia non vedevo, né nell’ambiente artistico né altrove, è stata importante nella mia scelta.
AF: In che modo l'esperienza del viaggio e della permanenza in luoghi diversi (per cultura e non solo) ha cambiato la tua ricerca? Puoi parlarmi di Load Displacement e del suo rapporto con l'esperienza che hai vissuto al Whitney?
MDR: Load Displacement significa "spostamento di carico" ed è il peso dello spostamento di una nave a pieno carico. Il progetto è in realtà iniziato in Sicilia, a Lampedusa, pochi giorni prima che partissi per New York. Sono stata sull'isola per una notte e mentre ero là è arrivato un gruppo di 150 immigranti, nord africani, probabilmente tunisini. Le riprese sono tutte in notturna e mostrano le navi che partono e arrivano nel porto, insieme a delle scene di una giostra, non distante dal luogo dove avvengono gli sbarchi, e quindi una lunga fila di uomini in lontananza che sbarcano dalla nave della Guardia di Finanza. Insieme al video, si alternano due proiezioni di diapositive con uno script composto da frasi tratte da diversi brani di Brecht, Omero, Melville, Marx, Ellison e altri ancora.
Attraverso l’uso di due diversi media ho cercato di creare una struttura dialettica in cui lo spettatore è tenuto a seguire un dialogo scandito da diversi tempi – la fluidità dell’immagine in movimento e l’alternanza rigorosa delle diapositive. Le diapositive non giustificano le immagini anche se si riferiscono ad esse, ma in qualche modo le complicano portando lo spettatore a creare delle connessioni che non sono immediatamente evidenti in quanto il video e le diapositive, nonostante abbiamo la stessa durata, non sono in sincro.
Come dicevo, il video è stato girato a fine agosto ma la realizzazione finale del lavoro è stata scandita da un lungo processo di ricerca e di sintesi avvenuto durante l’anno. Dal punto di vista della crescita intellettuale e umana posso infatti dire che l’ISP è stato fondamentale per la quantità di spunti teorici e critici che hanno certamente contribuito a cambiare la mia pratica artistica. Negli ultimi anni ho focalizzato la mia indagine su argomenti legati sempre alle mie origini o alla mia cultura, nonostante vivessi all’estero. Questa esperienza newyorkese mi ha portato ad estendere la mia ricerca a un più ampio raggio d’azione. In Load Displacement, infatti, sono partita da una specifica situazione che interessa il mio paese, per raccontare un fenomeno che coinvolge l’intero pianeta.
Il mio non è un progetto sull’emigrazione ma è un’osservazione sul perché questo costante spostamento delle persone accade. Grazie alle citazioni ho così potuto sviluppare diverse tematiche, a partire dalla condizione di spaesamento e di invisibilità che hanno le persone che affrontano un lungo viaggio in cerca di fortuna, per essere poi spesso rimpatriate subito dopo, a una critica al libero mercato che ha prodotto questo infinito movimento di merci e di persone che, rese oggetto dal sistema economico, sono in balia delle leggi dei paesi più ricchi i quali determinano le migrazioni e poi respingono i migranti.

Maria Domenica Rapicavoli, Load Displacement, 2012, installazione di video e diapositive.

AF: Questo aspetto della tua attuale ricerca mi porta a riflettere, quasi inevitabilmente, sulla tua stessa esperienza/condizione di artista “migrante”. Al di là della necessità e della voglia – legittima e sacrosanta – di spostarsi per venire a contatto con la “diversità” di cui è fatto il nostro mondo, se l'Italia ti avesse offerto le stesse opportunità, gli stessi stimoli e le stesse condizioni che hai trovato in contesti come quello londinese o newyorkese, avresti comunque lasciato il tuo paese?
MDR: Mi sono spesso posta questa domanda. Sicuramente avrei avuto comunque l’esigenza di fare esperienze in altri paesi, di viaggiare e confrontarmi con altre culture, ma il mio punto di partenza e ritorno sarebbe stato l’Italia. Invece ho fatto base a Londra, da cui mi sono spostata spesso per visitare il mio paese. Lo dico con amarezza anche se spesso lavoro in Italia e ne sono fiera, ma mi rendo conto che viverci è un’altra cosa. Posso comunque dire che la carriera dell’artista non è facile da nessuna parte, si sopravvive a stento, e questo è uguale in America come in Italia.
AF: Quali sono, ad oggi, i canali “commerciali” che ti permettono di sopravvivere a stento (es. gallerie, fiere, collezionismo pubblico o privato, ecc.)?
MDR: Principalmente le residenze e il collezionismo privato.
AF: Pensando ad un confronto tra l'Italia e i paesi in cui hai vissuto, puoi parlarmi delle differenze più evidenti che hai notato in riferimento al tipo di approccio alla ricerca artistica e in riferimento al mercato dell'arte emergente?
MDR: Per quel che riguarda il mercato non credo ci siano grosse differenze, le gallerie importanti continuano a vendere, quelle piccole hanno problemi a sopravvivere in Italia come all’estero. Forse in America è diverso, il sistema sta crollando ovunque, ma qui rispetto all’Europa sembra sia più stabile.
Dal punto di vista della ricerca è difficile dire quali sono le differenze, in una città cosmopolita come New York c’è davvero di tutto. Ma posso dire che ho notato un’attenzione all’arte socialmente impegnata che manca in questo momento in Inghilterra e che forse è più visibile in Italia.
AF: Sentirti dire che il sistema americano, rispetto a quello europeo, sembra più stabile, mi spinge ad aprire una parentesi che ha a che fare con la mia percezione delle cose e che riguarda l'evolversi di fenomeni come Occupy Wall Street e tutte le sue “derivazioni”, sparse nel mondo ma anche in Italia. Secondo la tua esperienza, quali effetti pensi abbia avuto, o possa avere, un simile tentativo di “rilettura” del sistema economico sull'attuale mercato dell'arte contemporanea?
MDR: Dico che il sistema sembra più stabile in America ma non lo è. Al momento l’Europa sta vivendo un gravissimo periodo di recessione che sta costringendo tutti a sacrifici enormi e quindi le conseguenze sono più tangibili. Ma questa è una crisi globale. Il punto è che chi paga per primo sono i paesi più poveri o quelli che sono stati gestiti da un malgoverno (l’Italia o la Grecia, ad esempio). Se siamo arrivati a questo è perché il sistema non funziona e nel nostro caso anche perché la corruzione gioca da anni un ruolo importante nella gestione economica delle nostre risorse.
Sono arrivata a New York pochi giorni prima che iniziasse Occupy Wall Street e ho seguito attivamente parecchi degli eventi che si sono svolti nel corso dei tre mesi, e posso dire che quello che sta cambiando davvero grazie a questo movimento è la presa di coscienza da parte dei cittadini di valori quali l’uguaglianza, la solidarietà o i diritti dei lavoratori. Ne è una prova lo sciopero dell’1 maggio che per la prima volta si è svolto quest’anno a New York: centinaia di lavoratori sono scesi in piazza nonostante rischiassero il licenziamento. Non so dire se tutto ciò abbia ripercussioni sul mercato dell’arte. Se guardiamo alle fiere d’arte sembra che non sia cambiato nulla.
AF: Un altro aspetto del tuo lavoro che vorrei affrontare riguarda il rapporto con il pubblico/spettatore; vorrei capire se questo rapporto è cambiato in relazione ai luoghi nei quali ti sei trovata a vivere e, se sì, in che modo.
Più genericamente, mi incuriosisce sapere quale idea ti sei fatta del pubblico italiano e in cosa questo pubblico differisce da quello internazionale.
MDR: Il pubblico non ha mai influenzato la mia ricerca, intendo dire che non ho mai pensato ai miei lavori in relazione a un audience specifico ma ho sempre cercato di fare dei lavori che potessero arrivare a tutti e fossero soggetti a diverse chiavi di lettura.
Il pubblico italiano credo sia assetato di cultura. Lo capisco ogni volta che torno in Sicilia e vedo la passione con cui si organizzano eventi e mostre d’arte o concerti, nonostante i pochissimi soldi – spesso a budget zero – e noto la partecipazione e l’attenzione che il pubblico ha nel seguire tali eventi. Questo è un aspetto che non sempre noto nelle metropoli, dove ci sono decine di inaugurazioni ogni settimana e dove la gente va solo per bere un drink o per farsi una chiacchierata, ma alla fine è poco interessata alle opere in mostra.
AF: Infine, verso quale direzione ti sembra stia muovendo il sistema dell'arte? E in che direzione andrà la tua ricerca, a partire da domani?
MDR: Non voglio essere retorica, ma purtroppo devo dire che vedo spesso poca ricerca e molte opere facilmente vendibili. Per fortuna esistono ancora gallerie e spazi istituzionali che puntano sulla sperimentazione nonostante i rischi economici. Molti spazi no-profit e programmi di residenze sono spesso costretti a chiudere (soprattutto in Italia) perché non hanno più fondi. Questa significa fine della ricerca, significa centralizzare il sistema dell’arte nei paesi più ricchi e impoverire la crescita in posti dove magari ci sarebbe molto potenziale. Significa anche costringere gli artisti, i curatori, gli storici dell’arte a spostarsi per poter sviluppare la propria ricerca dove ci sono maggiori opportunità di sviluppo.
Riguardo alla mia ricerca, mi sono spesso interrogata sulle potenzialità dell’arte politicamente o socialmente impegnata come vettore per possibili cambiamenti. Quale è la reale differenza fra rappresentare e “fare” politica e come tutto ciò può essere tradotto in pratica? La risposta è forse nascosta in una frase di Gramsci che, rivolgendosi agli intellettuali, dice: "La maggior parte degli uomini sono filosofi in quanto operano praticamente e nel loro pratico operare è contenuta implicitamente una concezione del mondo, una filosofia". Mi piace credere che l’arte come pratica artistica possa provocare una risposta sociale e possa essere un’espressione trasformativa, e mi piace pensare che da domani la mia ricerca possa seguire questa linea.

Maria Domenica Rapicavoli è nata a Catania. Vive e lavora a New York.
Ha appena terminato il Whitney Independent Study Program – Studio Program a New York.
Nel 2005 ha conseguito un Master in Fine Arts presso la Goldsmiths University of London e nel 2001 si è diplomata presso l’Accademia di Belle Arti di Catania. Nel 2011 ha vinto la borsa di studio DE.MO./Movin’Up. Nel 2008 ha vinto il premio Renaissance Prize Awards 2008 presso l’Istituto Italiano di Cultura a Londra e sempre a Londra nel 2004 ha ottenuto un Postgraduate Award in Arts and Humanities presso l’AHRB.
Il suo lavoro è stato presentato in diversi spazi espositivi in Italia e all’estero, fra cui: Palazzo Reale a Milano (2011), Riso a Palermo (2010), Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino, Rotonda della Besana a Milano (2010), CCC Strozzina a Firenze (2009), Sala Rekalde di Bilbao (2008),RAUM500 Gallery, Monaco di Baviera (2007), Whitechapel Gallery, Londra (2006),The LAB, San Francisco (2006).
Attraverso l’uso della fotografia e del video affronta tematiche socio-politiche legate alle diverse identità culturali.


www.mdrspace.com

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