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REM KOOLHAAS A VENEZIA.
VERSO UNA NUOVA TABULA RASA?

di Gianfranco Toso e Fabrizio Ronconi

Il dibattito sugli spigolosi raccordi che legano antico e nuovo in architettura ha recentemente visto protagonisti anche Rem Koolhaas, Franco Purini e Bernardo Secchi. La conferenza, tenutasi negli spazi dell’Aula Tafuri allo IUAV, ha preso le mosse dall’intervento di recupero statico e funzionale, sotto la direzione artistica dell’olandese Koolhaas, del Fondaco dei Tedeschi a Venezia. L’edificio del XIII secolo, sede nel corso del tempo prima dei commerci della repubblica veneziana con i tedeschi, poi degli uffici doganali ed infine più di recente di Poste Italiane, potrebbe vedersi oggi trasformare in un nuovo megastore commerciale. Il progetto prevede l’inserimento di scale mobili – che a detta del progettista stabiliscono una continuità dei piani urbani e rendono indifferenziati i livelli –, nuovi accessi all’edificio, demolizione di partizioni interne a favore di una maggiore commercialità dello spazio, e per finire l’apertura di un’enorme terrazza sul tetto che possa offrirsi come privilegiato punto di vista sulla città. Di fronte alle accese proteste che il progetto ha visto rivolgersi da parte della popolazione residente e non solo, Koolhaas ha ribattuto tentando di dimostrare quanto l’intervento su una preesistenza, pur mediato da principi di conservazione, debba costituirsi sempre come operazione di modifica e di cambiamento, pena la perdita di senso dell’operazione stessa: la discussione sul progetto è divenuta pretesto per un’analisi generale sull’architettura delle città allo stato attuale e sull’uso che di esse si potrà fare nei decenni a venire.

Rem Koolhaas OMA, progetto per il Fondaco dei Tedeschi, Venezia. Copyright e courtesy OMA.

La difficoltà incontrata nelle resistenze italiane era stata già riscontrata in senso più ampio da Koolhaas agli inizi del 2000, quando l’olandese rilevava la presenza, nel repertorio degli architetti contemporanei, di una incapacità nel concepire l’idea di una nuova tabula rasa dell’architettura, individuando egli invece in questa la condizione indispensabile per l’inizio di una nuova promettente stagione. Al termine di alcuni studi condotti nella frontiera architettonica globale del Sud-Est asiatico, OMA elaborava pertanto un nuovo catalogo concettuale. Settantacinque nuovi termini – custoditi prontamente da copyright quasi a voler sottolineare la riscoperta di un prezioso status disciplinare – concepiti come un’urgenza proveniente dalla triste constatazione dell’inadeguatezza delle nozioni urbanistiche ed architettoniche ereditate dal passato. Una situazione, quella di fronte alla quale si trova secondo Koolhaas l’architetto di questo tempo, in cui nessuna attività di composizione formale ed urbana è in grado di reggere una simile accelerazione di fenomeni ed il rapido succedersi dei cambiamenti in corso. Un intero complesso di antichi valori inefficace e controproducente, quello in possesso attualmente, non solo ormai inutilizzabile, ma paralizzante per chi si trovasse a dover pensare il futuro delle città.
A fronte di una sempre maggiore tendenza a classificare tutto quello che viene fatto come inferiore a modelli storicamente consolidati, Koolhaas auspica una maggiore emancipazione del contemporaneo, senza che ciò comporti necessariamente la rinuncia a porsi in relazione con il passato. L’ammissione di un’Europa destinata a diventare macchina per il turismo di massa, a uso e consumo del mondo intero, porta in effetti ragione ad una celebrazione più evidente del segno del contemporaneo. Tutte le città del mondo in cui transitano oggi milioni di turisti non sono più visitate da tempo esclusivamente per il loro patrimonio storico, ma anche per quello moderno. Il ruolo di centro turistico mondiale sempre più opprimente, presente e determinante per il nostro modo di considerare la città storica e l’uso che intenderemo farne condurrebbe dunque alla conclusione che le città antiche non si possono conservare tali e quali, perché esse devono svolgere un’infinità di nuovi compiti, destinate come sono ad una continua trasformazione e modernizzazione. Tutto questo dovrà però avvenire, come hanno affermato ripetutamente Purini e Secchi, non dimenticando che senza dialettica tra continuità e discontinuità, tra nuovo ed antico non c’è speranza di poter aggiornare le città alla nostra vita. Il necessario avvicendarsi di nuovi interventi all’interno dei contesti storici consolidati deve per forza di cose trarre origine dalle forme e dai contenuti esistenti, ma deve altresì contraddirli, in una rinnovata e vitalistica visione plasmata sulle esigenze attuali dell’abitare.
Del resto l’oscillare del pendolo architettonico fra continuità e discontinuità nei tessuti storici delle città italiane ha già visto animare nel corso dell’ultimo secolo un serrato dibattito che, a partire da Gustavo Giovannoni, Marcello Piacentini e dalle visioni più avanzate di Saverio Muratori, si è spinto verso una formulazione teorica sempre più precisa e netta attraverso la figura di Ernesto Nathan Rogers. Le “preesistenze ambientali” rogersiane, come essenziale riferimento da cui gli architetti non possono prescindere nell’elaborazione delle loro idee progettuali, hanno portato l’architettura italiana a vivere sul compromesso storico tra conservazione del passato e innesto dell’antico. L’antico ha tuttavia subito un processo di mediatizzazione per cui non risulta essere attualmente più se stesso, ma il suo simulacro. Come noto, la stessa Venezia si è vista clonare ben oltre le acque della propria laguna. I canali e le facciate riprodotte nel celebre parco a tema di Las Vegas pongono il visitatore di fronte ad un doppio più vero del vero, in cui all’artificiosità materiale della ricostruzione si contrappone l’offerta di una visione puramente autentica, quasi tramandata direttamente dall’iconografia storica, priva di qualsiasi superfetazione del presente che avvolge l’immagine urbana. Contro tale rassicurante finzione, contro la musealizzazione delle città opponiamo allora oggi una mutazione incessante dell’antico nel nuovo, un rinnovato spirito con il quale la città possa continuare ad esercitare ancora il proprio ruolo: l’essere sede di ogni innovazione architettonica, scientifica e politica, sociale ed istituzionale, dove si incontrano le diversità in uno scambio reciproco di saperi.

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