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DELLA RELAZIONE:
L’ARTE SECONDO ALBERTO GARUTTI

di Federico Florian

Parlare del lavoro di Alberto Garutti impone una riflessione sul ruolo che oggigiorno ricopre la cosiddetta “arte pubblica”. Un terreno poco battuto, dalle frontiere indefinite, al confine con i territori dell’arte relazionale e della pratica sociale. Cosa significa, per un artista contemporaneo, realizzare un intervento di arte pubblica? Entro quali limiti la creatività dell’artista – abbandonato lo spazio dello studio o del museo – è libera di operare? In gioco vi è l’intreccio tra aspirazioni private – la libertà creativa dell’autore – e istanze pubbliche – l’esigenza di ordinamento e l’imposizione di specifiche limitazioni: un tema antico che interessa tutta quanta la storia dell’arte, quello della committenza “istituzionale”.


Alberto Garutti. Veduta dell’allestimento della mostra “DIDASCALIA/CAPTION” PAC, 2012.


Alberto Garutti. Veduta dell’allestimento della mostra “DIDASCALIA/CAPTION” PAC, 2012.

Ma “arte pubblica” non significa soltanto questo. È un’arte profondamente radicata nel territorio e inserita nel tessuto sociale della comunità, un’arte capace di contribuire alla definizione dell’identità culturale di un luogo. È in questo secondo senso che va intesa la pratica di Alberto Garutti: un’ode – o meglio, un sonetto in versi sciolti, nulla di grandioso o magniloquente – all’arte della relazione, quella tra artista, pubblico, città.
Ce lo dimostra l’ultimo intervento dell’artista lombardo, la “scultura” installata nella nuovissima piazza Cesar Pelli all’interno del quartiere milanese di Porta Nuova: una grande voragine scavata nel cemento e sviluppata su quattro livelli sottostanti la piazza, dalla quale spuntano le bocche di 23 tubi di ottone – e tutto questo ai piedi del grattacielo più alto d’Italia, la Torre Unicredit. Ha l’aspetto di un trombone dalle mille campane, sembrerebbe appartenere a una surreale orchestra Fluxus – mi torna alla mente il Self-Made Instrument di Lynn Foulkes, la diavoleria musicale ideata dall’artista americano per Documenta 13. I tubi collegano i diversi piani dell’edificio alla piazza, creando una rete fognaria attraversata dai suoni della città: avvicinando l’orecchio alle bocche d’ottone possiamo ascoltarne la voce. Relazione, dunque: l’opera pubblica come tessuto connettivo, sistema venoso che collega il cuore della città ai suoi abitanti. A terra, accanto al cerchio disegnato dalle estremità delle condutture dorate, leggiamo: “Questi tubi collegano tra loro vari luoghi e spazi dell’edificio. Quest’opera è dedicata a chi passando di qui penserà alle voci e ai suoni della città”.


Alberto Garutti. IL CANE QUI RITRATTO APPARTIENE A UNA DELLE FAMIGLIE DI TRIVERO. QUEST’OPERA E’ DEDICATA A LORO E ALLE PERSONE CHE SEDENDOSI QUI NE PARLERANNO. 2009 Cemento e ferro zincato, 4 elementi. Courtesy Fondazione Zegna.

Didascalia è il nome della retrospettiva di Alberto Garutti al PAC di Milano. La mostra traccia l’evoluzione della pratica dell’artista, radunando lavori storici e produzioni inedite: un ruolo di primo piano è occupato dagli interventi di arte pubblica, raccontati dai progetti disposti nelle bacheche, dai video, dalle fotografie e dagli oggetti-installazioni – le panchine di Trivero, le lampade alogene di Temporali, i vasi di cristallo di via dei Prefetti. Il titolo della mostra prende il nome da uno dei lavori concepiti appositamente per il PAC: pile di centinaia di fogli colorati, su cui l’artista ha stampato le didascalie delle proprie opere. Un’architettura di Lego di carta, che il visitatore è invitato a esplorare, raccogliendone i tasselli e rimodellandone così le fattezze. Un omaggio al potere illuminate della parola, sotto forma di didascalia appunto, ovvero lo strumento della relazione tra l’artista e il suo pubblico. In questo Garutti rivela la grande fiducia tipica dell’uomo moderno nei confronti del linguaggio scritto: crede nell’infallibilità comunicativa della parola, nella sua capacità di spiegare e dare forma all’immateriale.
Alberto Garutti concepisce l’opera pubblica come il risultato di un’attività esplorativa. Esplorazione intesa come operazione preliminare e necessaria, che si svolge in due tempi: la perlustrazione fisica del territorio – la tensione verso la natura, di cui l’opera d’arte conserva il “senso mistico” – e l’incontro con chi ci vive – l’irrinunciabile dimensione socio-culturale. L’arte di Garutti unifica, risolve la scissione romantica tra uomo e natura instaurando una dinamica relazionale capace di colmare le distanze e ricomporre ogni frattura: l’artista “scende dal suo piedistallo”, si mischia tra la gente e materializza l’idea attraverso il linguaggio visuale di oggetti-simbolo. Pensiamo all’intervento realizzato a Trivero, in occasione del progetto All’Aperto lanciato dalla Fondazione Zegna nel 2008: l’artista produce una serie di panchine in ferro e cemento distribuite in diversi punti della cittadina, sulle quali posiziona i calchi dei cani delle famiglie triveresi. Ai fini della realizzazione del lavoro, imprescindibile è la perlustrazione preliminare del luogo, nonché l’incontro con gli abitanti del paese e i loro cani; la trama impalpabile delle relazioni tra artista, cittadini e animali domestici costituisce la vera opera d’arte – l’oggetto ne è il mezzo, l’impronta. “Quello che mi interessa è che l’opera in qualche modo si propaghi come una miccia nel tessuto sociale”, dichiara Garutti. “Spero e immagino che i proprietari dei cani si parlino tra loro [...], che i racconti della gente si diffondano lentamente nel territorio in modo spontaneo, costruendo un nuovo paesaggio”: un processo di ri-conoscimento, da parte della comunità di Trivero, della mappa dei legami della città.


Alberto Garutti. TEMPORALI, 2009. 30 stativi metallici, 120 lampade a incandescenza e materiale elettrico vario, computer, connessione a internet.
In collaborazione con CESI e ZUMTOBEL. Courtesy dell’artista Esposizione: Fondazione Remotti, MAXXI, RAM, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.

L’oggetto, nell’arte di Garutti, rappresenta il volto materico di tale dinamica relazionale: è allo stesso tempo pretesto e traccia dell’intervento dell’artista. Esemplare è il caso di Recinzione, parte del progetto commissionato nel 2004 dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, che consisteva nel realizzare un grande recinto per il giardino antistante la Fondazione. L’opera finale traduce in un abaco di forme e colori – un codice espressamente elaborato dall’artista – le conversazioni tra lui e gli operai che, anni prima, si occuparono di ripulire quella che un tempo era stata un’area dismessa. Conversazioni che possiamo soltanto immaginare, perché criptate in un formulario visivo dall’estetica briosa, un po’ alla De Stijl (proprio in questo risiede la freschezza dell’arte di Garutti: nel sottrarre ogni gravità intellettualistica a una certa tradizione di arte concettuale, facendo librare dolcemente l’opera nell’aria, privandola di peso e caricandola di contenuto poetico – penso alle circonvoluzioni dei fogli bianchi che piovono dall’alto, installazione presentata all’Hangar Bicocca nel 2010 e intitolata Opera dedicata a chi guarderà in alto).
La luce è uno dei motivi più ricorrenti negli interventi pubblici di Garutti. La luce è connessa al giorno e all’azione, diviene rivelazione e racconto della realtà. Ai nati oggi – intervento realizzato a Bergamo, Gent, Roma, Istanbul e Mosca tra il 1998 e il 2012 è un omaggio alla vita: ogni volta che in città nasce un bambino, la luce di alcuni lampioni collocati in punti strategici del tessuto urbano – ponti, piazze, strade – comincia a pulsare per mezzo di un collegamento elettrico con i reparti maternità degli ospedali cittadini. L’opera dal titolo Temporali (2009), installata al MAXXI di Roma, prevede l’accensione di duecento lampade alogene nell’istante in cui la scarica di un fulmine spezza i cieli d’Italia; o ancora, nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Buonconvento è possibile accendere una delle mille lampadine posizionate lungo la navata sinistra facendo una chiamata a un preciso numero telefonico, il costo della quale viene devoluto alla realizzazione di impianti di depurazione idrica in Sri Lanka. Dedicato agli abitanti delle case (2002), infine, consiste in un insieme di lampadine collocate sulle facciate di alcune abitazioni di Kanazawa in Giappone: dei sensori posti nelle stanze delle case determinano l’accensione delle luci a seconda dei movimenti di coloro che ci abitano. La luce, così come la didascalia, diviene quindi lo strumento della relazione tra le persone: le azioni, gli spostamenti o le intenzioni di pochi appaiono ora visibili agli occhi della comunità intera – mentre, per le strade della città, si avverte sullo sfondo la presenza invisibile dell’artista.


Alberto Garutti, questi tubi collegano tra loro vari luoghi, 2012.

La mostra al PAC rivela una seconda declinazione del concetto di relazione: quella tra luoghi e punti della città. Il tema della distanza tra due o più elementi – ovvero il motivo del passo, del “percorso di vita” dell’artista – caratterizza opere come i Campionari (2007-2012), stampe digitali su fondo monocromo su cui si snoda una linea continua e ininterrotta che riproduce l’esatta distanza percorsa dall’artista tra luoghi e istituzioni cittadine – mappatura delle relazioni economiche e politiche all’interno del sistema dell’arte contemporanea. Similmente, i gomitoli colorati di Matasse (1997-2004) avvolgono su se stessi fili di nylon lunghi tanto quanto la distanza tra due luoghi (ad esempio, la distanza tra la casa di Milano dell’artista e la porta di via dei Prefetti a Roma). Relazioni topografiche dunque, che si traducono in relazioni affettive ed emotive.
La retrospettiva milanese ha il merito di svelare come il leitmotiv della relazione – il legame affettivo tra l’artista, gli oggetti e le persone della sua vita – infonda anche i primi lavori di Garutti, quelli precedenti alla svolta avvenuta nei primi anni Novanta verso l’arte pubblica. Ne è prova un’opera giovanile come Credo di ricordare (1974), una serie di fotografie in bianco e nero che ritraggono l’artista nella propria stanza insieme agli oggetti della sua quotidianità, accompagnate da brani tratti dagli Essais di Montaigne. È incredibile come un lavoro tanto privato – il racconto in immagini delle relazioni tra il corpo dell’artista e gli oggetti della propria esistenza – sia il preludio a una visione fortemente pubblica del fare artistico, caratterizzata dall’urgenza di penetrare nella realtà del mondo esterno e nella vita della comunità. (Cambiamento di rotta – questo verso la dimensione pubblica dell’arte – dettato da una nuova concezione della geografia e dello spazio, in seguito alla Prima Guerra del Golfo e all’avvento del World Wide Web, come dichiara Garutti stesso.) Pensiamo anche alla serie degli Orizzonti, realizzata a partire dal 1987, in cui l’artista trasferisce su lastre di vetro bicolori la linea dell’orizzonte della propria carriera, punteggiata dalla galassia di incontri e relazioni con i collezionisti e i galleristi che hanno apprezzato e sostenuto il suo lavoro negli anni.
Per concludere, volgiamo un ultimo sguardo all’intervento che Garutti ha concepito appositamente per la mostra al PAC: nelle stanze dello spazio espositivo l’artista ha collocato 28 microfoni che registrano tutte le parole, i sussurri e i commenti pronunciati dagli spettatori; un libro a loro dedicato raccoglierà tali “testimonianze”. Un lavoro che si confronta con il tema della memoria, dell’archivio – sintomo di una certa propensione archeologica. Ancora una volta l’impalpabile presenza dell’artista penetra nello spazio pubblico – questa volta non più la città ma il luogo deputato all’arte per eccellenza: il museo. Una presenza che diviene ingombrante, perché induce il visitatore a modificare la propria condotta. Un intervento che gioca, questa volta, sulla responsabilità dello spettatore in quanto “creatore” dell’opera finale. Ancora relazione, dunque: quella tra artista e il suo pubblico, il vero “oggetto d’amore” di ogni lavoro che possa definirsi opera d’arte.

 

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