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L'ARCHIVIO COME ATTO DI RESISTENZA
VERSO LA PERDITA DI MEMORIA STORICA COLLETTIVA
Intervista a Bridget Baker a cura di Anna Santomauro

Una conversazione con Bridget Baker per entrare nel lavoro The Remains of the Father, esposto al MAMbo e curato da Elisa Del Prete, in cui l'artista sudafricana investiga il passato coloniale italiano e il suo impatto architettonico e sociale in Eritrea

AS: Ho sempre ritenuto che in ogni tipo di ricerca, in particolar modo nella ricerca artistica e curatoriale, esista una particolare lente, una prospettiva più o meno visibile agli occhi dell'osservatore o del ricercatore stesso: l'esperienza e il background culturale che ci appartengono guidano, secondo me, ogni tipo di investigazione in cui ci imbarchiamo. Credi che la tua identità abbia un impatto nel tuo lavoro di artista? Come gestisci tale relazione?
BB: All’interno dell’indagine speculativa che conduco coinvolgo la mia storia personale, ipotizzo di pormi come chi presenta, chi “legge” la ricerca anziché scriverla. Mi interessa mostrare la ricerca ponendola senza addentrarmi nella sua comprensione, lasciando che i documenti dell’indagine vivano di vita propria, anziché offrirne una loro lettura definitiva. Penso che ci sia molto della mia storia personale e visione delle cose in questo metodo di lavoro performativo, che ammette la fallibilità e la capacità dell’ “oggetto dell’indagine” di parlare per se stesso, o di non parlare. È questo il motivo per cui la protagonista di The Remains of the Father arriva nella stanza per ritrovarsi all’interno della narrazione visuale. Non è limitata nell’azione, procede di pari passo all’opera, si apre alla narrazione visuale che si dispiega in un discorso proprio in quanto lei vi si trova in mezzo. Mi interessano le esperienze relazionali che nascono dal trovarsi sostanzialmente all’interno della ricerca, in modo tale che questa risulti del tutto speculativa e anonima, come fosse sempre lì, anche se noi non l’abbiamo mai vista o letta nel modo in cui lo facciamo in quel momento. Tale prospettiva post-coloniale è una risposta diretta e una reazione alla mia esperienza personale di ragazza cresciuta nel Sudafrica dell’apartheid negli anni settanta e ottanta e al fatto di aver studiato in un tempo in cui i sistemi educativi coloniali e egemonici erano già saldamente istituiti.


The Remains of the Father. Courtesy l’artista e Nosadella.due, Bologna. Foto Alessandro Trapezio.

AS: Cosa ti ha spinto ad affrontare una tematica così complessa e controversa come il passato colonialista italiano?
BB: Da alcuni anni rifletto sugli influssi del colonialismo nei paesi africani e sulle architetture come migliori esempi degli effetti della presenza coloniale. Mi interessa richiamare lo sguardo eurocentrico sull’Africa costruendo aspetti del sistema modernista attraverso film e performance, per poi riportarlo indietro. L’ingresso in una fase di indagine sul passato coloniale italiano in Africa è stato innescato dagli incredibili esempi di architettura “futurista” modernista di Asmara, in particolar modo dall’edificio Fiat Tagliero progettato nel 1938 per la capitale eritrea da Giuseppe Pettazzi, struttura che con le sue ali a sbalzo somiglia a un aereo o a una navicella spaziale pronta a decollare. Palazzi probabilmente meno dinamici ma simili a treni e navi in movimento si aggiungono alla pletora di edifici costruiti durante il colonialismo italiano in Eritrea, costituendo simboli culturali pubblici di un’alterità straordinaria. Queste strutture, create come sistemi visivi di alterità che generano supremazia, mi hanno incuriosito. Esse rimandano a sistemi simili presenti nel Sudafrica dell’apartheid contro cui ancora oggi lottiamo. Dopo una prima fase di dialogo con Elisa Del Prete, direttore artistico di Nosadella.Due a Bologna, mi ha colpito sapere come il periodo del colonialismo italiano in Africa non rientri nel programma di storia contemporanea delle scuole italiane. Questa mancanza di legittimazione di un certo passato della storia e dunque il “dimenticare” ciò che è stato ha una stretta relazione con il mio conseguente interesse post-coloniale in campo artistico. Credo di essere stata attratta da una affinità, considerando la tendenza a dimenticare anche nel mio paese, che ha continuato a persistere nonostante l’operato della Commissione per la Verità e la Riconciliazione. Il desiderio di dimenticare attraverso il contenimento della memoria anche da parte del sistema scolastico sembra essere insito nell’anima sociale italiana e sudafricana, per ciò che riguarda sia la nostra che la vostra storia contemporanea.
AS: L'archivio e la documentazione sono due strumenti ricorrenti nel tuo lavoro. In che modo ti sei avvalsa di questi mezzi nella tua ricerca e in particolare nel lavoro The Remains of the Father? 
BB: L’approccio verso gran parte del mio lavoro è di tipo speculativo. Quando comincio una ricerca non ho già un risultato in mente, considero questo un processo mobile, ma dal momento che mi incuriosiscono le micro narrazioni, le storie marginali, porto avanti la ricerca incontrando la gente, conversando o leggendo anche il materiale direttamente in archivio (o nel caso del materiale italiano affidandomi a traduzioni). In tutto ciò utilizzo l’esperienza visiva come attivatore di idee.
Quando all’inizio ho cominciato la mia ricerca per The Remains of the Father, ho visto una serie di film di guerra italiani realizzati in Africa come Squadriglia bianca e Bengasi Anno '41, nonostante le drammatiche narrazioni di guerra fossero congegnate in modo da eliminare ogni discorso attinente al luogo e alla gente.
Contemporaneamente incontravo gli eritrei delle comunità di Milano, Roma e Bologna, chiedendo di raccontare le loro storie e le abitudini italiane in Eritrea, e informandoci circa la possibilità di accesso agli archivi visivi provenienti dal loro paese. Nella maggior parte dei casi, quelli conservati dalla comunità eritrea sono archivi orali o “archivi viventi”, ancora una volta un modo itinerante di mantenere le tradizioni attraverso la conversazione e l’esperienza vissuta all’interno delle comunità.
Dopo un lungo periodo trascorso nel tentativo di avere accesso a documenti provenienti da fonti non occidentali sul passato italiano in Eritrea, io e Elisa siamo pervenute all’archivio di Giovanni Ellero, presso il Dipartimento di Storia dell'Università di Bologna, grazie a ricerche su internet e alla lettura di raccolte etnografiche di lettere originali conservate da questo funzionario italiano durante la sua esperienza in Eritrea e in Etiopia (la maggior parte redatte da Irma Taddia e Gianni Dore). Io e Elisa siamo riuscite a consultare questi documenti originali per larga parte non ancora pubblicati. Sono rimasta incuriosita dal metodo di Giovanni di documentare ogni attività quotidiana della società eritrea: l’apprendimento della lingua, la verifica del comportamento migratorio in agricoltura attraverso la cartografia, la registrazione di discorsi circa le norme di relazione e i riti matrimoniali, l’elencazione di proverbi e la raccolta dei simboli di famiglia che sarebbero serviti per scopi burocratici. Il suo approccio rimaneva visivo, il che mi coinvolgeva, tracciava un segno che indicava una strada e accanto c’era disegnata la lunga linea di un albero genealogico. Nell’archivio di Giovanni Ellero abbiamo scoperto tanto del suo desiderio di informare la comunità italiana delle possibilità alternative di design e architettura che lui considerava importanti da realizzare come “architettura coloniale”. Queste scoperte necessitano di essere fatte, al di là della loro marginalità, danno voce a una narrazione singolare e allo stesso tempo sottolineano il desiderio di connettersi a un passato che resta parte di un presente.

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