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SWISS MADE.
ALBERTO ALESSI E LE SCUOLE DI ARCHITETTURA SVIZZERE

Intervista a cura di Luca Galofaro

Alberto Alessi è un architetto che si divide tra pratica professionale, ricerca ed insegnamento, ha vissuto per molti anni a Roma, ha insegnato in diverse scuole di architettura in Italia. Oggi vive a Zurigo. Ha curato diverse rassegne, una mostra ed un volume sull'architettura italiana, Italy Now? Country Positions in Architecture,per la Cornell University negli Stati Uniti. È la persona più adatta per cercare di tracciare in poche righe una mappa sulle scuole di architettura svizzere, ed indirettamente segnare quelle che sono le differenze con l'università italiana.


LC: Mi puoi descrivere quella che secondo te è la più grande differenza tra la scuola di architettura svizzera e quella italiana?
AA: Ci sono a mio avviso alcune differenze cruciali.
Uno: a fianco dei due politecnici federali di Zurigo e Losanna (e in parte dell’Accademia di Architettura di Mendrisio), tutte le scuole di architettura in Svizzera sono università di arti applicate, cioè centri didattici caratterizzati da un taglio formativo indirizzato principalmente al saper fare, alla competenza tecnologica sicura e costantemente aggiornata.
Due: lo studio e i luoghi del sapere non sono considerati in Svizzera come spazi altri e sganciati dalla realtà sociale e produttiva che li circonda, ma ne costituiscono una parte integrante. Le scuole di architettura svizzere sono cioè in grado di mantenere un rapporto forte e progettuale con il territorio nel quale sorgono e operano. Questo rapporto intenso è conseguenza del regime giuridico cantonale delle scuole (con esclusione dei soli politecnici di Zurigo e Losanna che invece sono federali). Ciò significa che le università sono finanziate direttamente (e cospicuamente) da uno o più cantoni di un’area geografica (per esempio la HSLU Università di Arti Applicate di Lucerna, dove insegno in questo periodo, riceve i propri finanziamenti dai cantoni della Svizzera interna), cosa che permette e sollecita un dialogo intenso e costante fra le aspettative della regione e l’offerta didattica della scuola.



Tre: la dimensione delle scuole è molto ridotta rispetto a quelle italiane. Se i politecnici di Zurigo e Losanna contano rispettivamente circa 1500 e 1000 studenti di architettura, nelle altre scuole il numero si aggira sui 500. Questo a fronte di una grande dotazione di infrastrutture, di spazi di lavoro, e di una grande flessibilità nel loro uso: ogni studente ha un suo badge a disposizione e può quindi decidere di rimanere 24 ore al giorno, lavorando e discutendo costantemente a fianco degli altri studenti.
Quattro: un’altra caratteristica chiave risiede nelle modalità di scelta e nelle caratteristiche dei docenti selezionati. Ogni scuola ha una completa autonomia decisionale e, quando si presenta la necessità di assumere un nuovo docente, questo avviene attraverso un bando di concorso ampiamente pubblicizzato sulle pagine delle riviste di settore. I candidati selezionati per un colloquio finale devono sostenere una lezione, normalmente aperta al pubblico. In particolare, per quanto riguarda la selezione dei docenti di progettazione, vi è quasi l’obbligo a che il docente sia architetto attivo nel campo della progettazione, secondo la filosofia che solo chi opera e si confronta con la costruzione possa consapevolmente insegnare a progettare.



LC: Esiste una geografia delle scuole e che differenze ci sono fra quelle in cui hai insegnato?
AA: Direi che la differenza è piuttosto fra i politecnici federali e l’Accademia di Mendrisio rispetto alle altre università. Mentre nei primi si può svolgere un curriculum di studio fino al PhD, nelle altre università l’iter di studio giunge fino al conseguimento del master in architettura. In tutte le scuole comunque si fa molta ricerca, di taglio più storico-teorico presso i politecnici e più applicata nelle altre scuole.
LC: Perché in Italia secondo te si fa poca ricerca?
AA: Riprendendo quanto già accennato, posso sottolineare piuttosto quale è il motivo principale per cui si fa molta ricerca in Svizzera: è la convinzione e la consapevolezza sociale che proprio le scuole universitarie sono fra i luoghi preposti alla sperimentazione e alla verifica di nuove idee e proposte, sia teoriche che pragmatiche, di utilità collettiva. Da ciò ne consegue: finanziamenti mirati, adeguati, costanti. E discussione allargata sui risultati.

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