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articoli

IL LÖWENBRÄU ZURIGHESE.
ETICA DI CONDIVISIONE E SPIRITO DEL CAPITALISMO

di Lisa Pedicino

C’è un luogo, un prototipo di luogo nella città post-storica dove, magicamente e spesso con non poco investimento, la distanza tra vita e arte si compensa: laddove sorge uno spazio dismesso, figlio di quella rivoluzione industriale oggi scalzata da nuove fonti di ricchezza (e di perdita), la sua destinazione d’uso abdica ormai ad altre forme di esistenza, ad altri linguaggi.


Veduta della mostra La Demeure Joyeuse II. da sinistra a destra: Caroline Achaintre, Betty Woodman, Mai-Thu Perret, Josef Strau. Galerie Francesca Pia, Zürich


Veduta della mostra Sturtevant «Image over Image», Kunsthalle Zürich, 2012 © Stefan Altenburger Photography Zurich

Il Löwenbräu è probabilmente uno dei luoghi più “radicali”, in tal senso, nel rassicurante contesto urbano che Zurigo offre. C’era un tempo anche qui forte l’industria, concentrata nel distretto che dalle sponde del Limmat si estende fino all’Hardbrucke, al confine col rinato Escher-Wyss. Nella vecchia fabbrica di birra spuntano oggi come funghi – a seguito di un ingente intervento di recupero finanziato dalla città (quindi dai cittadini) e dal grande establishment dell’arte zurighese rappresentato dalla privata Löwenbräu Kunst AG – nuove sedi di aggregazione e offerta culturale. E i lavori non si fermano, perché l’obiettivo è preciso. Anche (ma non solo) in termini economici: “Thanks to the acquisition of the art complex by Löwenbräu Kunst AG, the work of these resident institutions and private galleries can be guaranteed on a long-term basis through reasonable rental conditions for all partners”.



Löwenbräu-Areal in costruzione, Zürich West, giugno 2012


Ann Veronica janssens, Light Painting, 2004

Entrando nelle sale si capisce immediatamente che qualcosa, nel concetto stesso di mostra e di museo, sta cambiando. E cambia nel momento in cui l’occupazione dello spazio è, come tutto qui, istituzionalizzata, e servita al pubblico come un bene fruibile, da masticare. L’ultimo grande opening, quello del Migros Museum für Gegenwartskunst che riapriva i battenti nella rinnovata sede, sottolineava l’assenza di scarto tra i termini di questo scambio: a novembre Ragnar Kjartansson, esplosivo al microfono, coinvolgeva una quantità incredibile di visitatori in una performance musicale accompagnata dalla sua The All Star Band.


Una veduta del lavoro di Ragnar Kjartansson



Una veduta del lavoro di Ragnar Kjartansson



Una veduta del lavoro di Ragnar Kjartansson

Tutto intorno, in una sala enorme messa al buio, fino a poco prima del concerto campeggiava sui video la proiezione a 9 canali girata in una villa nell’Upstate New York. Per ogni video un componente del gruppo, inquadrato in una stanza della casa, suonava la sua parte di melodia e la musica poteva davvero scavalcare i muri: una suggestione intima e condivisa che The Visitors (curata dalla direttrice Heike Munder) ha determinato nonostante la confusione e l’affollamento delle ore seguenti, quando la musica è partita live. Contemporaneamente la Kusthalle dava il là alla Sturtevant, un’artista di difficile comprensione ma di grande appeal, che ha riflettuto sulla ripetizione e la falsificazione dell’opera proprio nel momento il cui l’arte americana virava verso la serialità, verso il confronto con la mercificazione e la massmediaticità. Nel ’65 Sturtevant, che già osava essere donna, copiava pure Andy Warhol con verso satirico, suscitando nella critica e nel pubblico reazioni violente di opposizione che da sole giustificavano il senso del suo gesto. Molti riferimenti 1:1, dalle lampadine di González-Torres alle tre sedie di Kosuth, conducono lentamente il visitatore all’espiazione di una colpa: con rifiuto iniziale egli tenta una strenua accettazione dello scippo, della depredazione, arrivando infine a condividerli in virtù della vertigine e di una temporanea perdita di conoscenza.



Gabriel Kuri, Untitled (Platform 2), 2011

La critica alla critica dei beni di consumo ha fatto ancora più impressione quando, all’uscita, un enorme banchetto offerto al pubblico dai supermercati Migros metteva tutti in fila, di fatto una sorta di involontario happening in cui il museo-azienda creava autonomamente il set per la sponsorizzazione del proprio brand. Nell’ex spazio industriale convivono di fatto proposta culturale e promozione del marchio. Tutti accettano serenamente l’idea che l’arte si vende anche, non solo si giudica o si guarda. E tutti lo hanno già interiorizzato, quando attraversano spazi come Hauser&Wirth o Eva Presenhuber, dirimpettai in una shared hause di libero mercato.
Anche Bob van Orsouw ha scelto di abitare lì, e per l’occasione ha aperto le porte fino a tardi con una collettiva che mostra le ricerche oggettuali di quattro artisti internazionali e le pone in relazione con l’Expanded Field: Ann Veronica Janssens, Werner Feiersinger, Navid Nuur e Gabriel Kuri assegnano allo spazio espanso il compito di rinominare, riposizionare, riformalizzare l’oggetto e il suo materiale mettendo in questione le istanze minimaliste legate al valore formale. Un discorso non lontano da quello esibito nel nuovo spazio di Francesca Pia, dove Anne Dressen, curatrice del Musée d'Art Moderne de la Ville de Paris, ha raccolto esperienze al limite tra oggetti d’arte e prodotti di design ne La Dameure Joyeuse II, esplicitando nel titolo il riferimento all’omonima mostra che il Museo di Arti Decorative di Parigi dedicò nel 1953 all’ “addomesticazione” dell’opera. Da spazio espanso quindi, a spazio abitato, in cui l’amaca del marchio Bless convive e si armonizza con il textile di Mai-Thu Perret e col vaso da interni “di manifattura” Betty Woodman.
Ma se il Modernismo non si salva, prepotentemente trascinato nella bagarre, è lo stesso Löwenbräu a dichiarare che la città postmoderna qui non esiste, e forse non è mai esistita. Sopravvive piuttosto alla storia un’immagine post-storica, oltre le categorizzazioni e le definizioni, dove la frammentazione estetica è uno spiraglio di salvezza da tutti i punti di vista. Il co-housing ospiterà presto, nei prossimi spazi risanati, nuovi residenti, a cui l’istituzione evidentemente promette di garantire quelle già citate “vantaggiose condizioni d’affitto”.

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