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Mark Manders
Room with Chairs and Factory
Livingroom Scene
Coloured Room with Black and White Scene
Self-Portrait as a Building
Parallel Occurrences
Clay Figure with Iron Chair
Finished Sentence
55. Biennale di Venezia
phantazo
etimologia

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articoli

PERCORSI NELL’ETIMOLOGIA.
GUARDANDO IL LAVORO DI MARK MANDERS

di Lisa Pedicino


Mark Manders, Ramble room chair, 2010. Courtesy Zeno x Gallery, Anversa.

La suggestione – percorsi nell’etimologia – è vivace, se ci si ferma a leggere il lavoro dell’olandese Mark Manders. Room, la sua frequenza, l’uso linguistico, ha suggerito una ricerca finita nei meandri di una parentela tra lingue di ceppo germanico.

Room with Chairs and Factory, Livingroom Scene, Coloured Room with Black and White Scene. Scopro infatti che il verbo – l’azione – crea una scissione destinata ad assumere un ruolo nella rappresentazione: da un lato to room all’inglese, come occupare, prendere possesso di un luogo, riempirlo; dall’altro räumen, dal tedesco Raum, evacuare, svuotare, liberare lo spazio.
La dialettica tra riempimento e svuotamento implica dunque un soggetto agente nella dimensione spaziale. Svuotare come prendere la distanza per rioccupare lo spazio… è, di fatto, una determinazione di se stessi, appunto un autoritrarsi nello spazio, come guardandosi da un “fuori”. Un Self-Portrait as a Building.

Parallel Occurrences. Ancora una suggestione, dall’olandese Ruim: un tempo stiva della nave. Per cui Room non ha a che fare solo con riempire/svuotare ma col navigare al chiuso, con uno “spazio chiuso di movimento” con cui il soggetto agente finisce inevitabilmente per scontrarsi. Il dilemma è dunque poter rappresentare il reale fissandone l’unitarietà… di per sé sempre un fallimento, come cercare di intrappolare un flusso in una cornice.
È un problema innanzitutto del soggetto psicologico, della possibilità di percepire se stessi come unitari? Ogni uomo, in quanto figura, è mutilato di un pezzo rimosso alla rappresentazione. Clay Figure with Iron Chair. È un problema legato non solo allo spazio, ma al tempo della rappresentazione. All’idea di parallelismo e simultaneità: fermare più elementi, contemporaneamente, nello stesso luogo.
Assunto il fallimento, l’artista è chiamato a trovare una soluzione. Allora crea la fiction, lo spazio finzionale, il tempo finzionale. Fino a costruire, secondo la logica del riempimento, il Self-portrait as a Building: ma se lo spazio costruito – il palazzo – è finto, cosa ne è di se stessi come corpo e termine di paragone? Il corpo si riduce, appunto, a figura, a oggetto di rappresentazione, a qualcosa di cui far uso. E per farlo bisogna uscire dal corpo – non solo dal proprio, ma dal corpo del mondo.

Finished Sentence. Nella dichiarazione con cui la 55. Biennale di Venezia ha annunciato la scelta di rappresentare il Padiglione olandese col lavoro di Manders si denunciano gli “aspetti fantastici della sua opera”. L’aspetto fantastico, che a primo acchito turba rispetto alla ricerca scientifica nel laboratorio-studio-in progress, desta interesse al ricordo di una curiosa somiglianza di famiglia: tra fantastico e finto, tra fantasia e fantasma. Fantasma: che vuol dire visione, ma anche figura.
E così phantazo, mostrare, ma anche “prendere la figura da qualcuno o qualcosa”. Si spiegano bene, col fantastico, le figure di Manders come autoritratti finzionali del reale, prelievi che esistono solo in quanto parziali. Tornando allora ad una possibile sentenza, lo strumento illusorio dell’arte può anche permettersi di agire come verifica del reale.

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