Alberto Iacovoni e Luca Galofaro sono coautori di due libri usciti recentemente per Libria: Playscape (Alberto Iacovoni e Davide Rapp) 2009; Modelli (Carmelo
Baglivo e Luca Galofaro) 2010
AI: Ci sono delle frasi che si leggono una volta e che rimangono impresse nella memoria come un monito... una di queste è di Franco Raggi che scrisse che gli architetti sono alla continua ricerca di pretesti che giustifichino le proprie scelte progettuali...
Ecco, io credo che i nostri testi, anche se spesso elaborati ex-post, sono anch’essi dei pretesti, attraverso cui ricomponiamo le esperienze passate in un quadro organico, e prepariamo il terreno per ulteriori sperimentazioni.
In una disciplina come quella dell’architettura, dove il gap tra le intenzioni e i risultati del progetto assume spesso dimensioni drammatiche, credo si debba riflettere sulla natura delle narrazioni che utilizziamo come pretesti.
Playscape sceglie per questo una forma narrativa specifica, in cui ad una prima parte ove si definisce l’orizzonte teorico in cui si scrive segue un racconto nella forma del diario di viaggio in un territorio immaginario: l’obiettivo è cercare di parlare delle sue architetture con un linguaggio diretto ed onesto, che parla non tanto delle loro intenzioni, dei loro pretesti, del significato della loro forma, quanto piuttosto delle loro qualità concrete, relazionali. Modelli sceglie una forma narrativa completamente differente, anche se altrettanto originale, che mi piacerebbe, in questo avvio di partita, ci raccontassi alla luce del monito che solleva Raggi sulla pretestuosità dei testi degli architetti...
LG: Una ricerca progettuale non segue sempre una linea continua, ma vive di interruzioni e si alimenta della realtà che ci circonda, dei libri che leggiamo, degli architetti che frequentiamo e delle diverse letture della realtà filtrate da altre discipline. Questo è quello che abbiamo cercato di descrivere in Modelli. I modelli sono in un certo senso le contaminazioni che di volta in volta hanno influenzato il nostro modo di pensare all’architettura. Ungers definisce l’uso dei modelli di riferimento come la base di un processo di pensiero che si applica a tutte le aree che hanno una progettualità di fondo. I modelli costruiscono una struttura e danno un ordine ai nostri pensieri e ci aiutano a costruire i nostri progetti. Per tornare a Franco Raggi possiamo affermare che quelli raccontati nel libro sono i pretesti attraverso i quali raccontiamo l’architettura.
La base comune tra i due libri forse è proprio quella di riflettere su alcune tematiche o meglio su alcune parole che sono la chiave per definire un’idea di architettura.
Nel tuo libro si leggono con chiarezza due parti, la prima descrive un immaginario culturale pieno di riferimenti diversissimi tra loro (veri e propri modelli di riferimento), cinema, fumetti, letteratura, che creano la struttura del tuo pensiero; ed una seconda pensata per frammenti che mostra come questo pensiero si traduce in architettura.
L’immagine di quest’architettura (interpretata dai disegni di Davide Rapp) sembra volutamente uno sfondo più che un modello di lavoro sulla città, nel quale si legge una volontà di indebolire il progetto rispetto alla sua componente funzionale e d’uso, è una scelta progettuale o una scelta stilistica? Mi spiego meglio, è una scelta dell’architetto o una scelta dettata dalla struttura narrativa del testo?

AI: In realtà la seconda parte è assai più ambiziosa della prima, che va oltre un cut&paste analogo a quello del vostro Modelli, ma tenta di costruire attraverso la narrazione un intero paesaggio dalla scala territoriale a quella dell’oggetto, nel solco impegnativo di molta letteratura utopica...
La forma del diario di viaggio nasce da una considerazione pura e semplice: non c’è – e non ci deve essere – sfasamento alcuno tra progetto e componente funzionale e d’uso. I nostri progetti hanno la presunzione di potersi raccontare per quello che sono, ovvero per le azioni ed interazioni che accolgono e generano. Il pretesto Playscape si fa dunque cronaca immaginaria, descrizione degli effetti concreti sulla vita di tutti i giorni di un’architettura che non aspira altro che a colmare quel vuoto, spesso insostenibile, tra le intenzioni (quello che tu chiami il progetto) e la realtà.
Ma forse non ho capito la domanda...
LG: Hai capito bene, e la risposta è molto chiara.... il nostro cut&paste invece è solo una forma narrativa, infatti i progetti sono utilizzati per rispondere a dei temi più generali, a delle problematiche che affrontiamo nel quotidiano, anch’essi diventano modelli di lavoro sul territorio. Appropiandoci di una definizione di John Hejduk possiamo affermare che il modello è un gioco o piuttosto un dispositivo di giochi urbani che noi abbiamo trasformato in un dispositivo narrativo.
I diversi capitoli del libro partono da un’analisi molto generale di alcune tematiche del fare architettura, raccontano la città contemporanea, e il sistema di relazioni che la caratterizza. I progetti sono usati per chiarire il modo in cui intervenire sulla realtà stessa, raccontano le nostre Intenzioni e definiscono le nostre azioni. Il nostro immaginario è infatti diviso in due: lo sguardo analitico e la risposta progettuale che innesca relazioni con esso. Il progetto cerca un’autonomia formale e definisce gli spazi di cui i fruitori si devono impossessare con la loro immaginazione. Forse invece che continuità cerchiamo di creare una discontinuità capace di provocare delle reazioni. Marie Ange Brayer nella sua introduzione al libro la definisce “una dimensione evolutiva del fare architettura dove si producono processi piuttosto che oggetti”.
Quando ti interrogavo sulla debolezza dell’architettura mi riferivo invece alla tua volontà di ricondurre tutto ad uno spazio continuo indifferenziato nel quale il progetto definisce uno spazio apparentemente senza fine, e così facendo nelle tue descrizioni si perdono i confini tra il mondo che immagini e la realtà.
Una similitudine tra i due libri è data secondo me dall’utlilizzo della forma grafica attraverso la quale sono rappresentati i progetti, i plastici in modelli, le illustrazioni in playscape, due modi per trasformare il progetto in una forma astratta.
“Il modello di architettura si trova all’incrocio di un itinerario tra desiderio e ricerca. È un qualcosa che pretende di aprirsi… un destino. È previsione e utopia… zona di sospensione, vero e proprio territorio dove si dà corpo a configurazioni e assemblaggi, a metà tra scultura e architettura…” (Germano Celant).

Ogni modello è in continuità con quello che lo precede, ne raccoglie l’essenza e la ripropone con dispositivi spaziali sempre diversi.
Il modello non è esclusivamente un metodo per rappresentare un edificio prima che venga realizzato, ma un’anticipazione di una realtà in continua evoluzione e va utilizzato come vera e propria matrice creativa, spesso capace di riportare un’idea in modo allegorico, con richiami astratti.
I progetti attraverso i modelli e la loro materialità acquistano una nuova dimensione, costituiscono un paesaggio animato aperto all’interpretazione che di fatto li differenzia dall’edificio che deve essere realizzato.
La scelta di scrivere un libro che racconta il proprio modo di lavorare è oggi una scelta controtendenza, i libri di architettura sono sempre di più un elenco di progetti, corredati da belle immagini che li descrivono, grandi formati, copertina patinata, il fatto di essersi fermati a riflettere sul proprio lavoro è stato per noi importantissimo, che effetto avrà l’aver scritto questo libro sui tuoi prossimi progetti?
AI: Sì, è senza dubbio una scelta in controtendenza. Sicuramente ha giocato a favore il fatto che fosse stata pubblicata da poco la monografia dello studio da Damdi, nella collana DD, ma in generale credo che in un momento in cui la visibilità ed accessibilità ai progetti è stata moltiplicata dal web, in cui si consuma architettura rapidamente e a volte anche superficialmente attraverso questo ed altri media, sia importante restituire una centralità alla parola, al discorso. Anche perché il testo può raccontare quello che l’architettura – la sua forma, i suoi spazi – da sola non può, ma per cui viene pensata e costruita: la vita dei suoi abitanti.
Per questa ragione il primo capitolo, Space Fiction, avrebbe potuto dare il titolo al libro intero; poiché se si sposta l’attenzione dalla forma alla performance dell’architettura, ci si spinge inevitabilmente dalla forma del saggio a quella del romanzo, fuori dallo specifico disciplinare, in una narrazione in cui si svolgono storie ed eventi previsti, auspicati ed imprevisti dagli strumenti progettuali.
E quei progetti, quei luoghi che con più naturalezza si sono per così dire dissolti in questa narrazione, emergono per me come segnali importanti che indicano e rafforzano la direzione di un percorso futuro. Uno di questi, reale, è ad esempio la Place Jemaa el Fnaa di Marrakech. Un altro, più progetti in uno, è quello che chiamiamo il museo perfetto.
LG: Sono contento che lo abbia detto tu... Space Fiction sarebbe stato un titolo perfetto perché avrebbe sintetizzato perfettamente le due parti in cui è diviso il libro, due tipologie spaziali, quella mentale e quella fisica dell’abitare.
AI: E per IaN+, quale progetto emerge come modello più degli altri dopo questo libro?
LG:
Ne voglio evidenziare due, Falcognana, in fase di realizzazione a Roma (sarà completato a giugno), e Teheran (concorso 2009), entrambi, pur con dimensioni e programmi funzionali diversi, sono una riflessione sul significato di spazio pubblico. Il primo è uno spazio urbano alla periferia di Roma dove lo spazio pubblico si fonde e confonde con il paesaggio, a Teheran immaginiamo invece un edificio piazza, un contenitore neutro nel quale le singole tipologie per il commercio, il lavoro e l’abitare vengono scomposte e perdono i loro contorni e spazi definiti per creare un habitat totale che solo attraverso l’uso assume un significato.
AI: Mi puoi raccontare perché hai scelto il museo perfetto?
LG: Perché il museo perfetto è una architettura che mobilizzando i suoi elementi archetipi – muri, porte, finestre – porta a compimento quello che io chiamo playground e che tu invece chiameresti architettura come sistema vivente: un organismo capace di adattarsi, trasformarsi, respirare, comunicare, in tempo reale, fuor di metafora, e senza ricorso alcuno ad improbabili e costosi innesti tecnologici.
Quella che sembra un’utopia si realizza in questo edificio fatto unicamente dei componenti naturalmente interattivi e performativi dell’architettura.