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ENTE DA FARE. GIUSEPPE BUZZOTTA / VINCENZO SCHILLACI

Conversazione tra Giuseppe Buzzotta e Vincenzo Schillaci

1-Vincenzo-Schillaci-Reversible-Element_2013

Vincenzo Schillaci, Reversible Element, 2013, calce, gesso, polvere di marmo, pasta di quarzo, pigmenti, polveri spray e residui di sabbia su tela, cm 150 x 200.

GB: Giorni fa, mentre sfrecciavamo a 30 km/h sulla Salerno-Reggio e parlando del più e del meno viene fuori l’idea di iniziare a scrivere qualcosa sul modo di pensare al lavoro che ognuno di noi ha. È un’idea che rimbalzava nelle teste già da un po’, anche con Daniela Bigi ne parlavamo un paio di settimane fa, se ti ricordi. Beh, eccoci, questo è il momento per iniziare...
VS: Sì, certo. Ne avevamo parlato anche con Giallo. Partirei allora dalle lunghe riflessioni che ci hanno accompagnato negli ultimi mesi, legate anche alla mostra che stiamo preparando, dedicata al valore simbolico delle immagini. Un progetto che a sua volta nasce dopo una serie di scambi coi ragazzi di Cripta747 (dove sarà la mostra), tra passeggiate, visite a monumenti, frittura, polpi, il tutto nei panni di una improbabile delegazione internazionale di esperti per avere il nostro ingresso free. Parliamo dunque di cosa può significare oggi produrre immagini...
GB: Sì. Partendo dal fatto che anche l’essere umano è un simbolo, se le radici greche della nostra lingua ci suggeriscono che la parola “simbolo” (súmbolon, segno) ci viene dal verbo “symballo”, con il significato di “mettere insieme”, possiamo spiegarci la necessità di pensare e produrre le immagini, le vite e in generale le scelte che ognuno di noi compie. Oltre le radici, in questo momento, personalmente, trovo solo un mondo che si sgretola. Se passo un pomeriggio a studiare l’inglese, indiscutibilmente essenziale, mi sento produttivo e utile, se studio il greco mi sento a casa, e pur rimanendo nella tipica improduttività che caratterizza il Mediterraneo di adesso, vedo che le cose hanno ancora un senso profondissimo. Ho cercato di riflettere a lungo su questa, apparentemente banale, questione, dalla quale è nato un lavoro, Psicoanalisi delle acque, che vuole essere una traduzione in pittura dell’incontro tra la forza grafica delle lettere dell’alfabeto greco, il modo in cui il loro significato si è arricchito nei secoli, come è mutato, e la libertà di rendere a gesti una sensazione di “mediterraneità”, che simboleggia il paesaggio interiorizzato, cosa da cui spesso mi piace partire per costruire un’immagine.

1-Vincenzo-Schillaci-Reversible-Element_2013

Giuseppe Buzzotta, Saphium (TSNL), 2012, acrilici, tempera, gesso, tela cotone, cm 150 x 200.

VS: Parlando dei Greci tocchi una delle criticità del tempo che viviamo, un popolo che quando riscontrava dei problemi nelle città li rappresentava immediatamente nel teatro, che aveva una dimensione sacra. Penso che le immagini siano disponibili in diversi scenari di possibilità, cioè dimorano nel sacro, o meglio nell’oscillazione di tutti i significati, ed è solo una nostra convenzione quella di definirle stando alle regole razionali.
Produrre immagini, quindi, come distribuzione di un’entità; un insieme di segni che assumono valore simbolico in relazione a una connessione di significati generati arbitrariamente, costruiti sulla base della somiglianza, della contiguità, dell’immagine similare che una cosa può avere con un’altra, una sovrapposizione di significati che di per sé non starebbero insieme e che non appena si mettono insieme si fuoriesce dalla definizione, dalla determinazione, dalla differenza tra le parole e i significati, e si entra nella sfera simbolica o poetica. Ho in mente alcune sculture che ho iniziato nel 2010, Calchi, nate dall’osservazione di un movimento che ne diviene il soggetto. Il movimento in questione è quello che si compie zappando la terra, un gesto invisibile, considerato marginale.
Quello che mi interessava era l’incontro tra un oggetto sensibile e quello di pensiero o meglio quello di condurre l’oggetto di pensiero (quindi il movimento) al sensibile. Il movimento produce dei buchi, i buchi mantengono la memoria del movimento, i buchi vengono calcati, considerando che l’alternanza tra apparizione e scomparsa, tra visto e non visto, descrive a mio parere la struttura primaria delle immagini.
GB: Il sacro è anche la capacità di abbandonare il ci­nismo che a volte accompagna la ragione (senza dare di matto, chiaramente). C’è una intelligenza nel sacro, nella follia, che non è quella razionale. C’è una parola che per molti anni ho guardato con paura a causa dei miei pregiudizi: Tradizione. A mio avviso questa parola così terrificante è ad oggi una possibilità di progresso e di fertilità nel campo dell’ingegno umano, la collocherei nel posto che attualmente occupa la parola Rivoluzione, termine nauseabondo non per quello che voleva dire originariamente ma per come il suo significato si sia sfaldato con l’attraversamento delle ideologie politiche; tutte lontanissime dalla vita vera delle comunità (“revolutio” ci viene dall’astronomia e indica il ritorno di un corpo celeste allo stesso punto dopo una rotazione completa e viene dal lontanissimo desi­derio di innovazione dei latini, ma non per distruggere l’ordine delle cose della natura, bensì per compierle, attraversarle, esplorarle). Nel 2010 ho iniziato The seedlings need light (TSNL); è un progetto aperto, costituito da un insieme di lavori che ragionano sull’interdipendenza tra le varie forze e campi energetici presenti in natura e lo sviluppo della vita e delle forme.
Quando il seme di una pianta trova le condizioni di umidità e le temperature adeguate per attivarsi viene prodotto il germoglio. Questo processo di attivazione è il tema attorno al quale ruota questo piccolo universo di riflessioni: sono per lo più dipinti, mix patterning, linee e campi di colore che evocano immagini e azioni non ben definite. I dipinti possiedono la logica visiva di un sogno: sono senza motivo facilmente identificabili e hanno un senso nel momento (in cui si osservano) per poi cambiare rotta. Mi attrae l’idea di tradizione intesa non come una nostalgia per le ceneri ma come capacità di mantenere vivo il fuoco. Non a caso parlo di progresso e non di conservazione.

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Giuseppe Buzzotta e Vincenzo Schillaci, Noi non siamo mai esisti (la realtà sono queste forme nella sommità dei cieli), 2012, veduta dell’installazione, Maison Rouge, Parigi.

VS: Forse quello che tu chiami sgretolamento mi sta portando a riconsiderare il sistema di valori con cui ci relazioniamo alle cose, agli oggetti o alle immagini e mi chiedo se le cose possano cessare dall’essere costrette nella propria definizione attraverso una circolazione simbolica, per questo sento necessario riflettere sul senso della produzione delle immagini. Credo che ci troviamo in uno stato paradossale in cui non sappiamo esattamente cosa stia accadendo, una condizione temporale nuova, nella quale molte informazioni vengono perdute e in cui la realtà ci rimbalza addosso. Ad esempio ultimamente ho incominciato dei nuovi lavori, una serie dal nome Reversible Element, che ragionano sulla possibilità di riconvertire elementi divenuti scarti sia per condizioni naturali che per varie condizioni politiche o sociali. La reversibilità appartiene contemporaneamente a tutto ciò che noi abbiamo organizzato in valori opposti, antitetici, alternativi.
La messa in discussione dell’idea di valore è il campo di indagine su cui si generano queste tele di stucco marmorizzato, dove attraverso l’uso di polveri spray sono stati impressi dei detriti che ho prelevato dalla spiaggia.
GB: In una società in cui siamo ostaggio della comunicazione, si è un po’ stravolto il senso delle parole, non in modo sempre attento. Per esempio, vogliamo parlare dell’idolatria nei confronti delle emozioni? Film, libri, videogiochi, programmi televisivi e soprattutto opere d’arte, non fanno che parlare di emozioni. Perché non riportare questi moti interiori alla dimensione privata e intima e ricollocare le opere d’arte nella spigolosa dimensione del pensare? Potrebbe esserci un senso di colpa e una paura degli individui a generare, anche pensiero? Dico questo perché temo che una condizione anti-erotica ed autoreferenziale possa spingere gli individui verso un timore nell’avvicinarsi all’ “altro”, in qualsiasi forma esso si presenti. Qui l’arte torna a giocare un ruolo importantissimo, che però non saprei descrivere in alcun modo.
VS: Personalmente ho come l’impressione che si stia cadendo sotto la dittatura di una dimensione pubblica che decide preventivamente ciò che è comprensibile e ciò che deve essere rifiutato in quanto incompren­sibile. In questo scenario, mi sembra che le immagini perdano la loro bellezza poetica. A questo punto trarre delle conclusioni mi sembra veramente difficile, dunque mi fermerei riportando di seguito alcuni appunti che ho scritto qualche giorno fa e che forse hanno a che vedere con la tradizione. Sono il risultato di un viaggio fatto in macchina, insieme. “Politico e non politico, molte cose oscene ormai con troppo senso, si occupa troppo spazio, mi stanca; c’è molta strada… Eccola! L’illusione di essere qui alla vigilia dell’eruzione è il Vesuvio. Parlami con tutta la geometria sognante di Pompei, dove nessuna storia si interrompe poiché il congelamento del tempo è più acuto qui, nel calore del sud; e lo so bene”.
GB: Concluderei, dicendo Ente da Fare, che sarà il titolo della mostra di Torino.

Pubblicato in "Arte e Critica" n. 75/76, autunno 2013.

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