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RAGNAR KJARTANSSON
Vladimir Putin
ABBA
S.S. Hangover, 2013

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articoli

RAGNAR KJARTANSSON, THE VISITORS

MELOROMANTICO O MELMOROMANTICO?

a cura di Vito Calabretta e Stefano Vittorini

RAGNAR KJARTANSSON, The Visitors, 2012

The Visitors, 2012, veduta dell’installazione presso HangarBicocca, Milano, 2013. Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano. Foto Agostino Osio.

Così come Vladimir Putin, Ragnar Kjartansson è un fan degli ABBA. La cosa in sé avrebbe poco interesse se entrambi non rivendicassero ciò come elemento legittimante della propria azione. Non avendo mai preso in considerazione gli Abba come riferimento culturale (né mai lo ho fatto con Vladimir Putin), ahimè, ho cercato esempi della loro produzione musicale.

RAGNAR KJARTANSSON, S.S. Hangover, 2013, 55

S.S. Hangover, 2013, 55. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, Il Palazzo Enciclopedico. Courtesy la Biennale di Venezia. Foto Francesco Galli.

Ho trovato un articolo di Marco Scrignoli: “è inutile girarci attorno: il capolavoro non c’è; le tracklist oscillano tra magistrali hit singles e sciropposi trionfi kitsch […] gli ABBA si facevano le ossa cercando di conquistare una finestra all’Eurovision Song Contest, accanto a Gigliola Cinquetti e Nicola Di Bari”. Interessante, visto dall’Italia, il paragone con quest’area della musica commerciale, che mi torna in mente quando ascolto Kjartansson che uccide (qualcuno potrebbe dire “interpreta”), a Torino per la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, una canzone scritta da Gino Paoli per Mina.
Non avendo qui luogo per indugiare sui motivi tattici o strategici e patologici per i quali una personalità come Putin rivolga il proprio spirito agli ABBA o ai loro imitatori, mi chiedo come un artista che opera nell’attualità possa rivendicare quel tipo di riferimento. È vero che Kjartansson cita come modelli anche Robert Schumann e Karlheinz Stockhausen, proprio a proposito dell’opera The Visitors, in mostra all’Hangar Bicocca di Milano, a cura di Andrea Lissoni e Heike Munder. Ma ciò complica ulteriormente le cose perché genera un cocktail impazzito: come si miscelano in un sistema di senso condivisibile realtà musicali siffatte? Lasciamo perdere gli Abba della cui produzione troviamo in effetti molte riprese nelle opere di Kjartansson, a meno della qualità acustica; ma se Schumann e Stockhausen sono riferimenti stimolanti, bisognerebbe capire cosa dell’uno e dell’altro è argomento di lavoro per l’artista islandese. Se il riferimento a Stockhausen concerne la spazialità, e pensiamo all’opera The Visitors, mi sembra che ci sia un grosso equivoco, perché non credo che la spazialità sonora di Stockhausen consista nel mettere in relazione meramente sonora, attraverso apparecchiature elettroniche, musicisti che emettono suoni in stanze diverse, ma nel generare attraverso il suono delle masse la cui consistenza corporea diventa praticamente riconoscibile a sensi ulteriori rispetto all’udito.

RAGNAR KJARTANSSON, S.S. Hangover, 2013, 55

S.S. Hangover, 2013, 55. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, Il Palazzo Enciclopedico. Courtesy la Biennale di Venezia. Foto Francesco Galli.

RAGNAR KJARTANSSON, S.S. Hangover, 2013, 55

S.S. Hangover, 2013, 55. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, Il Palazzo Enciclopedico. Courtesy la Biennale di Venezia. Foto Francesco Galli.  

Un altro concetto evocato a proposito dell’opera esposta a Milano e del lavoro generale dell’artista è quello di Neoromanticismo o di Neoromanticismo decadente. Quali elementi del Romanticismo troviamo nel lavoro di Kjartansson? La relazione con la natura e con un’idea mitica delle origini è molto filtrata e nega la spontaneità, l’immediatezza che il romanticismo perseguiva: se pensiamo alla raffigurazione della natura nella pittura (a Friedrich, Constable, Courbet) e al pianoforte nella neve circondato da microfoni che sta in The End del 2009 ci è difficile riconoscere punti in comune e la passeggiata scanzonata nel prato davanti alla villa americana, cioè la scena finale di The Visitors, ha piuttosto il sapore della rimpatriata goliardica nel bagno di birra. Quanto alle bevande alcoliche, se potremmo individuare elementi romantici nell’uso che Francesco Gennari fa del gin, è molto difficile farlo con la birra utilizzata in grande quantità da Kjartansson.
Il ruolo della birra e della bevanda alcolica sembra essere quello di incentivare la lascivia, la legittimazione, il compiacimento strutto per il proprio modo di fare anche quando esso supera i limiti della presentabilità, come succede nelle performance sonore. È una pratica molto contemporanea, non così tanto artistica. La lascivia che connota le esecuzioni musicali di Kjartansson è in effetti in significativo contrasto con la meticolosità del lavoro romantico, con la dedizione accanita posta a fondamento delle composizioni di Schumann, di Brahms, di Courbet, di Constable con la cura del dettaglio finalizzata al raggiungimento del risultato.

RAGNAR KJARTANSSON, S.S. Hangover, 2013, 55

The Visitors, 2012, still da video, Sammlung Migros Museum für Gegenwartskunst, Zurigo. Courtesy l’artista, Luhring Augustine, New York e i8 Gallery, Reykjavik.

RAGNAR KJARTANSSON, S.S. Hangover, 2013, 55

The Visitors, 2012, still da video, Sammlung Migros Museum für Gegenwartskunst, Zurigo. Courtesy l’artista, Luhring Augustine, New York e i8 Gallery, Reykjavik.

Bisognerebbe conoscere meglio le radici intellettuali del lavoro di Kjartansson; certo è che se a monte dei lavori degli artisti romantici troviamo Kant, Fichte, Caravaggio e a monte di quello di Kjartansson troviamo gli ABBA e Gino Paoli, ci chiediamo se Ragnar Kjartansson sia riuscito a rendere omaggio ai suoi modelli artistici (ho personalmente qualche riserva in più sugli ABBA rispetto a Mina che canta Gino Paoli) così come i romantici hanno fatto con i loro.
Contrastare la lascivia non vuole dire promuovere quella “perfezione del mestiere” che Baudelaire definiva il Rococò del Romanticismo, ma proporre di riflettere su come oggi potremmo tradurre il bello di Baudelaire (“Pour moi, le romantisme est l’expression la plus récente, la plus actuelle du beau”).
Il lavoro di Kjartansson non sembra mancare di mestiere: l’installazione di The Visitors è costruita con dispendio di apparati tecnici e le luci, le inquadrature, i tempi di azione, lo stesso modo di presentare i corpi (a Kjartansson piace spogliarsi e mostrare il proprio corpo con lascivia) rispondono alle richieste dell’attuale moda immaginaria, ricordando il modo in cui gli Abba componevano le proprie canzoni, senza mai “una nota fuori posto” (è “questa la ricetta fondamentale di tutti i successi planetari”, scrive ancora Marco Scrignoli). Non si capisce perché un’installazione di questo genere sia sistemata in una navata longitudinale e gli schermi non siano equidistanti da un fulcro di fruizione (non viene altra spiegazione che l’opportunità logistica) ma a dispetto di questa e di altre indulgenze al senso della forma il lavoro sembra rispondere a una spiccata sensibilità per il mestiere di comunicatore. Dote che non manca a Ragnar Kjartansson se pensiamo alla barchetta messa a fungere da basso continuo ai visitatori dell’Arsenale de La Biennale di Venezia (S.S. Hangover) o alle versioni di Me and my mother.

RAGNAR KJARTANSSON, S.S. Hangover, 2013, 55

The Visitors, 2012, still da video, Sammlung Migros Museum für Gegenwartskunst, Zurigo. Courtesy l’artista, Luhring Augustine, New York e i8 Gallery, Reykjavik.

RAGNAR KJARTANSSON, S.S. Hangover, 2013, 55

The Visitors, 2012, still da video, Sammlung Migros Museum für Gegenwartskunst, Zurigo. Courtesy l’artista, Luhring Augustine, New York e i8 Gallery, Reykjavik.

Purtroppo questa dote e gli aspetti interessanti di taluni suoi lavori, come la semplicità e brutalità degli ultimi due citati, si perdono poi nella costruzione del manufatto finale che resta convincente quando è in una versione primordiale come nel caso di S.S. Hangover, mentre The Visitors diventa, all’interno dell’ora di durata, ben presto noioso; mentre la violenza della forzatura domestica di Me and my mother, trasportata nel sistema evocativo della ripresa video, perde la propria efficacia e si riduce allo sguardo compiaciuto con il quale l’artista osserva la madre che si sforza a sputargli addosso.
Oscar Peterson un giorno ad Amsterdam suonò con il suo trio una canzone dal titolo You look good to me; non è né romantico né neo niente, è anche semplice nell’impianto generale e, si potrebbe dire, ripetitivo. Ma quale qualità in quegli accordi, già dai primi che accompagnano Ray Brown!
VITO CALABRETTA

RAGNAR KJARTANSSON, S.S. Hangover, 2013, 55

The Visitors, 2012, still da video, Sammlung Migros Museum für Gegenwartskunst, Zurigo. Courtesy l’artista, Luhring Augustine, New York e i8 Gallery, Reykjavik.

And once again I fall into my feminine ways

Partirei dalle conclusioni rimaste in sospeso di un islandese in dialogo con la natura; un dialogo che qualche anno fa avvenne tra un uomo ­– alla ricerca di nulla fondamentalmente, l’unica cosa che voleva era essere sollevato dai turbamenti della malinconia – e la natura che non dà risposte, anzi, sembra mettere davanti al suo umile interlocutore un muro di gomma. Da questo dialogo, raccontato da Giacomo Leopardi nelle Operette morali (1824-1832), sembra emergere un’unica conclusione: la malinconia è una condizione imprescindibile dell’uomo. Credo che Ragnar Kjartansson a distanza di anni con The Visitors, in mostra all’Hangar Bicocca, dia una risposta o quantomeno una “soluzione placebo” al problema: musicare, raccontare, condividere queste emozioni. Tutto avviene in un piano-sequenza composto da nove schermi o nove stanze diverse o nove individualità messe a nudo che, sole ma legate tra loro, sollevano un canto che sembra alleviare le sofferenze di ognuno e quindi di tutti; grazie soprattutto alla crescente consapevolezza di una solitudine condivisa e forse meno dolorosa. Amici che si trovano a stringersi in uno stesso luogo e in uno stesso stato d’animo.
Kjartansson ci ha abituato da sempre a questo tipo di arte dolce, intensa e malinconica; un modo di descrivere il mondo con un’ottica più profonda. A proposito, spero vivamente che voi abbiate sentito almeno per una volta i Sigur Rós, gruppo islandese con cui lo stesso Kjartansson ha collaborato, perché lo consiglio a chiunque voglia provare a fare ciò che il nostro artista riesce a realizzare ogni volta: “lavorare con la musica per farla diventare una forma di arte visiva [...] ”. Parlo di un’opera totale, ovvero di un processo creativo tale da esserlo sempre: nella dinamica, nello svolgimento, nella resa installativa e nel linguaggio. Arte relazionale, Performance, Fluxus, Video Arte, sono tutte suggestioni che potrebbero venire in mente ragionando sui molti accenti e punti di valore che troviamo sulla partitura di un’opera di Kjartansson, suggestioni che metterei una sopra l’altra, ma da una parte però. Mi concentrerei, anzi non mi concentrerei affatto, piuttosto semplicemente aspetterei, e mi farei coinvolgere da un’opera fragile che parla di fallimento, amore e amicizia. A volte, sembrerà strano, è semplice leggere un’opera d’arte.
Penso che spesso nel valutare qualcosa che è posto dentro un museo cerchiamo conforto in qualche postulato teorico/storicistico – spesso specchio necessario su cui arrampicarsi e scivolare giù per dare un senso a certa arte – ma penso che questa volta, parlando di molte opere di Kjartansson come The Visitors, S.S. Hangover e Bliss non ce ne sia bisogno. È l’esperienza a fare tutto; è di questo tipo di arte che abbiamo bisogno, casomai delle volte un po’ mondana, un po’ truccata, ma comunque con un bel viso di natura. Seguirà a breve un nuovo opening all’Hangar Bicocca, una mostra che raccoglie più di 50 opere di Dieter Roth, artista che ha molto influenzato il panorama europeo, che ha lavorato molto in Islanda e al quale lo stesso Kjartansson si ispira, come specifica egli stesso in un’intervista.
È vero, in questo articolo si parla molto di islandesi e Islanda, ma in realtà vorrei parlare della forza espressiva di certa Arte, di Creatività e del potere di certi Pensieri; siano essi appartenuti ad artisti e gruppi musicali di oggi o a individui forse mai esistiti.
STEFANO VITTORINI

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