Logo Arteecritica

Il contenuto di questa pagina richiede una nuova versione di Adobe Flash Player.

Scarica Adobe Flash Player

 

TAG

WADE GUYTON
Mostra al whitney museum
Installazioni


spacer
articoli

WADE GUYTON E L’ASSENZA DELLA MANO DELL’ARTISTA.

COME L’ARTE CONTINUA

di Lisa Pedicino

Dopo la mostra al whitney museum nel 2012, l’artista americano tocca l’europa, dal kunsthaus bregenz alla kunsthalle zurighese, raccontando come, in dieci anni di sperimentazione, ha trovato la sua alternativa alla pittura tradizionale attraverso l’utilizzo autoriale dello strumento tecnologico

Wade Guyton, veduta dell’installazione, Kunsthalle Zürich

Wade Guyton, veduta dell’installazione, Kunsthalle Zürich, 2013 © Stefan Altenburger Photography Zurich.

L’errore come risultato creativo – oltre la macchina – gioca la partita decisiva nello sforzo di Wade Guyton nel dare una continuazione all’arte.
L’autorialità, la mano dell’artista, il culto del genio hanno ceduto nella pratica di Guyton alle scosse di una Epson UltraChrome inkjet capace di divorare molti metri quadri di carta. Senza cedere, tuttavia, a quella “morte dell’autore” come racconto contemporaneo dell’artista malato terminale. A Wade Guyton è sempre interessato, semmai, mostrarne l’ottima salute. Non a caso ribadisce spesso ciò che proprio non è: pittore. E da “non pittore” Guyton può permettersi di trovare un’alternativa al dipingere tradizionale che passi attraverso i mezzi stessi preposti alla sua fine.

Wade Guyton, Untitled, 2011, veduta dell’installazione, Galerie Francesca Pia

Wade Guyton, Untitled, 2011, veduta dell’installazione, Galerie Francesca Pia, Zurigo. Collezione Hesta AG, Zug. Foto Gunnar Meier

Wade Guyton veduta dell’installazione, Kunsthaus Bregenz

Wade Guyton, Guyton\Walker, Kelley Walker, veduta dell’installazione, Kunsthaus Bregenz, 2013 © l’artista e Kunsthaus Bregenz. Foto Markus Tretter.

Wade Guyton OS, veduta dell’installazione

Wade Guyton OS, veduta dell’installazione, Whitney Museum of American Art, New York, 2012-13. Foto Ron Amstutz.

I suoi quadri nascono da tele forzate nel meccanismo della stampante, su cui l’elemento simbolico di matrice virtuale – dalle lettere X e U al rettangolo di Photoshop riempito di nero – si imprime o reitera via via che il supporto scorre sotto le cartucce. Guyton “frega” la stampante, costringendola con l’inganno a stampare su un materiale non previsto, non riconoscibile. La stampante, inizialmente “cartivora”, finisce allora coattamente per mangiare tutto, digerendolo certo come può.
A latere, il disegno mantiene una relazione assoluta col prodotto pittorico finale. Le molte immagini ricorrenti nascono dalla stampa, su carta riciclata, fogli di libro e altro, di layer sovrapposti derivati dalla ricerca visuale da internauta. Nella personale alla Kunsthalle di Zurigo, ad esempio, una serie di tavoli espone in vetrine su fondo giallo (orizzontalizzato colore del muro di cucina, lì dove lo schizzo preparatorio viene cotto) la stratificazione disegnativa e i temi ricorrenti strisciati dall’inchiostro. Design, ironie sadomaso, la storia dell’arte, “The New York Times”, Google Maps, i simboli semplici. Un intero compendio documentario ridotto a bozza.
E lo stesso vale per longeve collaborazioni con artisti, da Stephen Prina a Kelley Walker, divenuti nel tempo veri e propri alter ego, fino a mettere in questione, oltre al concetto di autorialità (già compromesso dagli abusivismi del mezzo tecnologico), persino – sembrerebbe – quello di identità. Sintomatico il percorso parallelo che ha visto contemporaneamente Guyton in solitudine, nel 2007 alla Petzel Gallery e oltre, ricoprire con frustrazione le immagini sotto strati e strati di nero fino alle estreme conseguenze nichiliste del monocromo; e invece Guyton, in coppia con Walker, dar vita ad esplosioni vivaci di pattern e colori pop stampati su oggetti d’ogni sorta, fino ai materassi di Bregenz.

RAGNAR KJARTANSSON, The Visitors, 2012

Wade Guyton, veduta dell’installazione, Kunsthalle Zürich, 2013 © Stefan Altenburger Photography Zurich.

L’assenza della mano dell’artista significa ragionare su un problema annoso, che tocca allo stesso tempo le ri-definizioni coniate dal Postmediale ma anche la querelle, ancor più longeva, sul ruolo attivo del creatore. Non solo dunque come egli crea, ma in primis se. La forma di vita generata dalla macchina (di conseguenza tutti i risultati estetici derivati dall’impiego di new media e tecnologia) racconta con lucido calcolo algoritmico l’azzeramento dell’ingombro fisico nella creazione. Aggiungendovi che la randomizzazione seriale del risultato, attraverso un processo generativo spinto da elementi meccanici, aiuta il “mostro tecnologico” nella sua passiva induzione ad annullare il concetto stesso di volontà, di scelta, infine di atto. Eppure, da qualche parte, essi vivono. E Guyton ne ha bisogno, provando la frustrazione della ricerca, quando tira a sé sul pavimento le enormi lunghe tele a cui infligge con caparbietà sadica il passaggio forzoso sotto il rullo di stampa, e cerca di salvarle alle piegature, inevitabili peraltro, in uno spazio limitatamente chiuso. Ridotti per la macchina a errori di sistema, inspiegabili in un orizzonte logico di interpretazione tecnologica, quei salti d’inchiostro, quelle interferenze, sono una sfida personale che assume dimensioni cosmiche, implicando in fondo la prosecuzione stessa dell’arte. Nello spazio di frattura col mezzo pare quasi di poter dire che l’umano vince, lì dove piega l’errore meccanico a una nuova volontà di mettere al mondo immagini, forme di vita.

TOP

Il contenuto di questa pagina richiede una nuova versione di Adobe Flash Player.

Scarica Adobe Flash Player