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RENATO LEOTTA
Centramento
Museo Archeologico di Sassari


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articoli

RENATO LEOTTA. CENTRAMENTO

Dialogo con Daniela Bigi

RENATO LEOTTA-Untitled, 2013. Wilson Project

Untitled, 2013. Wilson Project, Sassari.

RENATO LEOTTA-Museo Archeologico Nazionale, 2013

Museo Archeologico Nazionale, 2013

DB: Parli di temporalità dello spazio, di abitabilità del tempo, della condivisione di tensioni tra fenomeni naturali e realtà costruite. “Espressione non geografica del Mediterraneo” affermi. Interessante. Non capisco esattamente cosa intendi, ma credo di intuirlo. E poi, i colori pastello, la luce. Il pondus che scarichi su una gamba, come nella scultura greca, mentre visiti il Museo Archeologico di Sassari... Intravedo il Mediterraneo. Parlami del progetto per Sassari.
RL: CENTRAMENTO. Pensavo di dover partire per la Sardegna per andare a lavorare. Guardavo i riflussi dell’acqua dall’alto e i manovali che tiravano le corde degli ormeggi. Genova lentamente si faceva più piccola e il maxischermo posto sulla Torre Piacentini sembrava uno specchio capace di riflettere me e la nave dove mi trovavo, forse capace di riflettere tutta la porzione di mare che mi separava dall’arrivo a Porto Torres. Pensavo che non stavo per andare a lavorare, o per lo meno, non stavo andando a realizzare un progetto, iniziava a definirsi nella mia mente un distaccamento totale dall’universo dei cliché che rappresentano la pratica del mio lavoro e riflettevo che da essere umano, con il mio volume che mi delinea e mi configura, mi allontanavo da una organizzazione di convenzioni spaziali per mettermi nell’ottica di poter abitare il tempo. MUSEO ARCHEOLOGICO. Il Museo Archeologico “G.A. Sanna” di Sassari è uno dei luoghi che ho più volte visitato durante la mia permanenza in Sardegna, alternavo momenti di osservazione delle onde dalla spiaggia a pochi minuti da Sassari a questi momenti di messa a fuoco dei reperti, per seguire con controcampi più ampi che definivano e mi chiarificavano l’idea museografica dell’architetto che aveva lavorato all’organizzazione e fruizione degli spazi di quell’edificio. Sicuramente una percentuale di forze e variabili cui sono soggette le onde agiscono anche sulle strutture e sugli edifici che ad un primo esame non sembrano proprio essere interessati. Il maestrale, per esempio, che prima definiva la sagoma totale dei cavalloni, sembrava la mano che aveva modellato il Museo definendone un tempo specifico che in quel momento capivo e in cui mi riconoscevo.
DB: I volumi si combinano l’uno nell’altro definendosi nella reciprocità secondo possibilità spaziali non convenzionali, secondo contingenze squisitamente individuali, che si possono anche condividere, attraversare, soprattutto se coincidono con una temperatura specifica, locale. Il tempo individuale, ispessito di realtà, riscrive il volume ospitante, il museo. Parliamo dell’osservazione.
RL: L’interesse di questa pratica dell’osservazione è riuscire a definire un momento di relazione tra paesaggio e architettura, quello che osservo si traduce in sintesi analitiche mescolando le geografie, con la difficoltà di dovermi sempre riscoprire poetico, come peccare di passione, perché bisognerebbe rimanere seri ed equilibrati se si vuole essere presi sul serio. Infilarsi in un ginepraio come quello che risulta nell’approfondimento mediterraneo implica questo rischio.
DB: Riscoprirsi poetici. Mi pare molto mediterraneo. Un’ultima questione. Cultura popolare e modernità. Una vecchia storia, tutta da riconsiderare. È un po’ come quando dici “paesaggi, architetture, bagni di mare” no?
RL: Con Dario Costa e Antonella Camarda, abbiamo discusso di quel momento di incontro sofisticato tra artigianato e design. Negli anni ’50, Eugenio Tavolara ha ricercato e distillato i simboli ed i segni della cultura popolare dell’isola, risalendo alle radici comuni delle culture mediterranee. Ridisegnati e mescolati ai codici del moderno, li ha resi attuali e adatti alla modernità. Rinnovando.

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