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MARGHERITA MOSCARDINI
ISTANBUL CITY HILLS


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MARGHERITA MOSCARDINI. ISTANBUL CITY HILLS

Intervista a cura di Daniela Bigi

TURNER PRIZE-Laure Prouvost, Wantee, 2013

Istanbul City Hills. On the Natural History of Dispersion and States of Aggregation, veduta parziale dell'intervento, 2013.

DB: Nel raccontare la tua residenza ad Istanbul, pensata da AlbumArte all'interno di un programma di scambi Italia/Turchia e caldamente supportata dall'Ambasciatore Italiano in Turchia, ci tieni a sottolineare due aspetti che mi sembrano particolarmente significativi per comprendere (o rimettere in discussione, perché no?) alcune peculiarità della situazione attuale dell'arte e dei meccanismi che la animano. Evidenzi cioè la presenza di un committente – parola caduta ormai in disuso e che invece tu ci tieni a riutilizzare, immagino per la densità storico/semantica che essa porta con sé – e poni l'attenzione sulla differenza tra un progetto e un progetto di mostra. Tutto questo è particolarmente interessante...
MM: Mi piace la parola committenza, mi pone dei limiti, delle condizioni che non riguardano soltanto la persona o l’organismo che invita a pensare un lavoro, ma tutto quanto il contesto di partenza. Quindi indicare la committenza per me è raccontare le premesse, è una specie di introduzione: uno strumento, direi tecnico. In questo caso la committenza (AlbumArte, Roma) richiedeva di vivere a Palazzo Venezia, residenza ad Istanbul dell’Ambasciata d’Italia in Turchia e presentare una mostra all’Istituto Italiano di Cultura. Prima di essere luoghi (densi di storia, funzioni, arredi e attività) sono organi diplomatici che rappresentano un paese dentro un altro. Io, ospite a mia volta, sono stata totalmente condizionata da questo, nei modi in cui ho vissuto la città e ho cercato di raccontarla.

TURNER PRIZE-Laure Prouvost, Wantee, 2013

Istanbul City Hills. On the Natural History of Dispersion and States of Aggregation, veduta parziale dell'intervento, 2013.

Mi chiedi poi della differenza che io preciso tra produzione di una mostra e progetto, è una domanda bella e difficile. Penso che la pubblicazione possa rispondere per me: un libro ritrae il progetto, un dossier documenta la mostra. Sono concepiti per rimanere uniti. Il libro è di 144 pagine, mentre il dossier è di 16: un sedicesimo sfuggito alla rilegatura.
DB: Seguendo una direzione di ricerca che porti avanti da tempo, ti sei confrontata con la trasformazione che è in atto nella capitale turca, osservandone tempi, volti, ragioni, gestione, e ancora organizzazione, criticità... Hai scelto la dimensione dei rifiuti, dei detriti, delle tracce evidenti di un cambiamento come materia di lavoro, ossia materiale per il lavoro ma anche alveo di ricerca. Cosa è accaduto?
MM: Accade che quando arrivo ad Istanbul a marzo di quest’anno mi basta poco per capire quanto la città sia cambiata rispetto a come l’ho vista nel 2010, quando era capitale europea della cultura e sembrava posasse immobile sotto i riflettori internazionali. Adesso si muove rapida: cantieri attivi ad ogni ora del giorno, stabili vuoti in attesa di demolizione, stabili già demoliti, altri in costruzione, dentro e fuori dal centro. Una lunga ricerca (condotta da Eugenio Crifò), l’osservazione diretta e la disponibilità di colleghi, architetti e consulenti locali, mi permettono di comprendere meglio le dinamiche e la natura comune degli interventi massivi a cui la città tutta è sottoposta, le logiche di pianificazione urbana, le loro modalità di diffusione e condivisione pubblica. So di non poter lavorare da sola. Ma soprattutto non permetterei mai che il mio lavoro, ospite di un paese che non è il mio (per giunta dagli equilibri tanto delicati), esprimesse un giudizio su una realtà che non posso conoscere nelle sue contraddizioni più intime. Così cerco le condizioni perché questo lavoro possa esprimere le voci di chi incontro e che presto diventa collaboratore prezioso. Per le stesse ragioni scelgo di utilizzare i materiali di scarto che Istanbul produce in tempo reale: li posso presentare affidandogli il commento. Immaginando che il motore di tanta rapida trasformazione urbana possa lavorare a fianco di un sistema altrettanto efficiente di smaltimento delle macerie prodotte nei cantieri, mi chiedo quale sia il loro destino: se e in che modo gli scarti vengono raccolti, trasformati e riutilizzati. Capisco che non hanno una propria vita: sono fagocitati dal sistema di smaltimento dei rifiuti cittadini. E’ articolato sulla coesistenza di due realtà, una informale gestita dai singoli e l’altra formale affidata alle municipalità. Osservando la prima capisco che contempla il recupero e la trasformazione di tutti i materiali solidi con l’eccezione del vetro. E me ne interesso, cercando di seguire il percorso dei rottami di vetro del centro di Istanbul. Intanto accadono due cose contemporaneamente: gli umori della città esplodono attorno a Gezi park e noi intercettiamo la Ozen Cam, il più grande sito di stoccaggio e frantumazione di rottami di vetro della Turchia. Lo visitiamo più volte e spontaneamente nascono particolari analogie tra i processi di trasformazione di ordine urbano, naturale e sociale. Su queste tre direttrici si articolerà il progetto.
DB: Capisco a questo punto che il tuo lavoro ha trovato una sintesi formale solo ad un certo punto del percorso, dopo un’esperienza dura... Puoi restituirmi altri tasselli di quella situazione e altri passaggi della tua riflessione?
MM: Per descrivere la condizione presente di Istanbul si parla di rigenerazione urbana, ed io capisco questo:il governo, rapido ed efficiente, ordina di evacuare e demolire interi distretti senza che alcun disegno urbano sia reso pubblico e discusso. Accade per Sulukule, per Tarlabasi e per tutte quelle aree della città da cui si intende estirpare comunità insediate da generazioni, che hanno tessuto relazioni, affari, esistenze. Le si sfratta per poter demolire il vecchio e costruire il nuovo, offrendolo al triplo del prezzo con la certezza che non potendolo sostenere il vecchio abitante si allontanerà dal centro. Così migliaia di persone sono costrette a spostarsi in quelli che per gentilezza chiamano villaggi, a 50-60 km fuori città, tutti identici a sé, firmati TOKI. È un organismo governativo piuttosto attento, pare, a curare precisi interessi di privati. A lui è affidata larga parte dell’edilizia di nuova generazione. Questa è, molto sintetizzata, la versione locale della gentrification.  

TURNER PRIZE-Laure Prouvost, Wantee, 2013

Istanbul City Hills. On the Natural History of Dispersion and States of Aggregation, 2013, still da video.

Banalmente io penso che solo un fenomeno di ordine naturale come un terremoto abbia il diritto di rigenerare il tessuto urbano di una metropoli. I processi di erosione e formazione delle montagne sono il modo in cui la superficie del nostro pianeta si rinnova; il continuo formarsi e distruggersi dei rilievi garantisce un habitat favorevole alla vita, e i terremoti sono il prezzo che paghiamo per questa vitalità.
I residui liberati dall’erosione vanno a depositarsi nelle depressioni adattandosi alla morfologia esistente. Generano così altri rilievi, riconfigurano continuamente il paesaggio che in questo modo sfugge sempre ad ogni rappresentazione. Come l’erosione non è perdita né consunzione ma spostamento d’energia, trasformazione necessaria alla vita,  allo stesso modo le rivoluzioni esprimono la volontà  di rigenerazione di una società. La massa che manifesta si aggrega e si disperde spontaneamente, reagendo agli umori della città, alle forze che contrasta e al costruito che abita. Vista dall’alto, la folla è un organismo che si plasma sul costruito: diventa il positivo del negativo che sono i vuoti urbani; e che il singolo si isoli o si tenga stretto al corpo dell’organismo, non cambia la sua sostanza di dispositivo, che occupando il vuoto misura, mostra e riconfigura in continuazione l’architettura. Diventa lui stesso architettura.
DB: Come hai deciso dunque di procedere? Hai pensato di restituire in un’opera questo groviglio di tensioni in atto, rigenerative per un verso, degenerative per l’altro?
MM: Seguendo il percorso dei rottami di vetro del centro di Istanbul, abbiamo trovato l’azienda Ozen Cam, che lavora il 70% dei rifiuti di vetro nazionale, e che nell’impianto di Kayaşehir (50 km fuori città) raccoglie e frantuma quello di tutte le municipalità di Istanbul. I frammenti sono processati come fossero materia prima, pietra appena estratta: prima sono accumulati in montagne da cui il materiale è sottratto per essere vagliato e frantumato in base all’impiego successivo; poi i frammenti calano dai nastri trasportatori e si accumulano in altre montagne di materiale rigenerato pronto ad essere fuso e reimpiegato (anche in edilizia). In pratica è un impianto che produce montagne, dove un processo di ordine naturale è illustrato attraverso la meccanica. E per chiudere il cerchio, l’impianto si estende ai piedi di un insediamento TOKI di nuova generazione. Nel frattempo la protesta diventa un organismo complesso e straordinario, che tanta violenza tenta di reprimere. I suoi contenuti coincidono con le ragioni profonde del mio progetto, e i materiali che genera si aggiungono a quelli delle demolizioni.
DB: Questo crescendo è coinvolgente. Ed è rara questa forte istanza personale calata all'interno di un meccanismo – quello della residenza – che rischia di collassare sotto il peso della standardizzazione dei fini e degli approcci. Quando, dunque, e come decidi di trasformare il progetto di ricerca in un'installazione?
MM: È complicato restituire la complessità di quello che il progetto ha attraversato nei mesi, è complicato farlo in contesti speciali. Che di bello hanno la tensione del valore massimo di ogni parola e di ostile, invece, parole che è opportuno non dire. Lavoro su più elementi, che possano essere accolti e magari integrati come oggetti d’arredo sia negli spazi dell’Istituto che in Ambasciata. Nella sala dell’Istituto compongo a terra un tappeto: 3000 kg di macerie di vetro frantumate. Utilizzo tutta la superficie calpestabile e lascio aperto un passaggio perchè le due sale adiacenti restino comunicanti. Blocco sulla soglia l'accesso principale con una lastra di vetro sagomata che ha funzione contenitiva e riproduce una sezione verticale dell’area di Istanbul (considerando la parte calpestabile come il centro della città). Il visitatore può entrare dalle cucine ed attraversare gli spazi di servizio, che si affacciano sul lavoro in vari punti. La portafinestra che guarda il Corno d’Oro è bloccata, ma garantisce la luce naturale. E’ l’unica condizione per vedere il lavoro. Mentre una Eviction Map dell’area di Istanbul illustra le aree demolite, quelle in via di demolizione e quelle destinate, un breve video-documento descrive l’attività dell’impianto Ozen Cam. E’ proiettato su una parete come un appunto.
In Ambasciata invece una vetrata è concepita ad hoc per sovrapporsi ad una finestra speciale che guarda il Bosforo. Piano nobile, Salotto Blu. E’ un esperimento italiano realizzato da Vetroricerca di Bolzano, a cui sono arrivati da Istanbul 30 kg di frammenti di vetro delle demolizioni con la richiesta di fonderli in un’unica lastra. Da qua la città potrà essere vista attraverso i residui della sua stessa trasformazione.
Infine la pubblicazione: contiene una conversazione corale illustrata in cui si intrecciano su diversi registri (tecnico, scientifico, accademico, informale) i racconti di tutti coloro che hanno preso parte al progetto.

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