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FOOD DI GORDON MATTA-CLARK & CAROL GOODDEN

Carol Goodden racconta l’esperienza di un ristorante nato sull’idea di trasformare la materia per gli altri

Intervista a Carol Goodden a cura di Massimiliano Scuderi

ArteeCritica numero zero

MS: Com’è nata l’idea di FOOD?
CG: Poco tempo prima avevo conosciuto Gordon Matta-Clark al 112 di Greene Street. Noi, gente del­la Art Crowd, della scena artistica, facevamo spesso delle feste a cui partecipavano una sessantina di per­sone. Feci una di queste feste. Era incentrata su cibo e buona cucina. Avevo dato come tema “i fiori”, il che voleva dire che le persone potevano indossare fiori, portare fiori, mangiare fiori… qualsiasi cosa. Gordon venne a quella festa. Avevo fatto preparare tanti piatti interessanti e suppongo di avergli fatto una bella im­pressione. Ballammo insieme quella sera – in realtà lui non andò via. Mi disse: “dovresti aprire un ristorante”. In quel periodo avevo un laboratorio di tre stanze con persone che lavoravano per me e ne ero stufa. Quindi l’idea si mise in moto. Dissi che probabilmente l’avrei fatto, ma solo se lui, Gordon, si fosse fatto coinvol­gere. Era d’accordo e mi disse che avrebbe fatto lui tutto il lavoro architettonico. Poi mi venne l’idea che il progetto si poteva realizzare con qualche altra perso­na, che avremmo potuto contribuire con lavoro e soldi in parti uguali. Chiesi a Suzanne Harris e Rachel Lew se erano disposte a diventare socie. Erano d’accor­do. Ma poi non funzionò. Ero l’unica a mettere soldi in FOOD, e quasi tutto il lavoro di gestione era mio finché non ingaggiai per prima Tina Girouard, un’artista Ca­jun, e poi Robert Kushner, pittore. Gordon progettò la cucina e tirò fuori delle idee radicali; “decorammo” il posto insieme; trovammo nella Bowery delle enormi pentole, meravigliose, in rame, e le facemmo stagna­re. Volevo una cucina aperta e un luogo in cui gli artisti potessero guadagnare da vivere senza essere sacrifi­cati al loro lavoro.
MS: Cosa significava per te e per la comunità coinvol­ta? Chi frequentava FOOD?
CG: Non c’erano posti buoni dove mangiare a SoHo. Avevo organizzato tante cene. Mi costava denaro e tanto lavoro. Amo cucinare. Quando Gordon suggerì l’idea di aprire un ristorante, pensai sì, che le persone per queste cene avrebbero potuto dare un contributo in denaro… MA… volevo cibo fresco, buona cucina, un’atmosfera rilassata, la stessa vivacità che avverti­vo durante i pasti in Europa. Volevo cambiare il menu ogni giorno. Ero stanca di andare ad un ristorante e sapere che gusto aveva tutto quello che c’era sul menu. Volevo esplorare. Volevo tipologie diverse di cucina: vegetariana, asiatica, cajun, italiana, spagno­la, francese, tedesca, americana… tutti i tipi. Volevo creare un posto in cui gli artisti potessero lavorare e guadagnare ciò di cui avevano bisogno senza dover essere legati a calendari specifici. FOOD ha suppor­tato un buon numero di artisti nel breve periodo in cui era sotto il mio controllo e quello di Gordon. Volevo un luogo in cui le persone potessero incontrarsi e passare il tempo, sentirsi a casa. Le persone che fre­quentavano FOOD erano gli artisti che abitavano nella zona e persone che avevano sentito di questo posto meraviglioso. A volte venivano da tutta Manhattan e Brooklyn o Queens. Altre addirittura da Long Island. Erano persone che lavoravano per strada, uomini d’affari, artisti di ogni genere.
MS: Puoi descrivere l’atmosfera culturale che vivevi a NY in quel periodo?
CG: L’arte si era evoluta: dagli Impressionisti in Fran­cia e dagli altri movimenti in Germania, al modernismo radicale delle opere di Picasso, per esempio, e al mo­vimento degli scultori in Inghilterra. Poi NYC cominciò a prendere il sopravvento con la Pop Art, la Minimal Art, la Conceptual Art. La zona di SoHo divenne un luogo di lavoro importante poiché i loft erano molto grandi e gli artisti potevano fare opere gigantesche. Poco prima SoHo era stato un centro importante per l’industria manifatturiera leggera – imballaggio di stof­fe, affilatura di coltelli, fabbriche di cartone, ecc. Fab­briche quasi alla bancarotta organizzate in edifici a più piani in cui i lavoratori si nascondevano dietro le balle di stoffa per fumare l’erba e non farsi vedere. A un cer­to punto queste fabbriche si trasferirono nel New Jer­sey, dove potevano funzionare in edifici ad un piano in modo che gli operai fossero sempre a vista. Gli edifici vennero lasciati vuoti e i proprietari non furono più in grado di pagare le tasse. Da qui l’idea del Comune di demolire gli edifici e di costruire la strada, la Broome St. Expressway dal New Jersey fino a Brooklyn.
MS: Hai dichiarato che Matta-Clark era sempre inte­ressato a materiali che potevano essere “riciclati, ri-plasmati, e rielaborati”. Potresti spiegarci?
CG: Gordon mi portò, al nostro primo incontro, sotto il Ponte di Brooklyn. Lì lui realizzò un “garbage san­dwich”, un “sandwich spazzatura”, utilizzando giornali sparsi in giro, vecchi fili, vecchie latte… qualunque cosa trovasse la metteva all’interno del “sandwich”. Stava anche lavorando nel suo loft con vassoi di agar che cresceva quando lui lo nutriva con cose come pezzi di cibo, bucce d’arancia, carta strappata… qual­siasi cosa. Poi l’agar diventava secco e poteva rimuo­verlo dal vassoio e farne una specie di arazzo. Quei pezzi erano molto fragili e non potevano continuare a esistere. Ciò che lo interessava era il cambiamento, il modo in cui una cosa poteva trasformarsi in un’altra. C’erano delle macchine “morte” sotto il Ponte di Bro­oklyn e le ricoprimmo di rami, alla stessa maniera in cui si ricopre un hamburger con un panino o la carne con una salsa. Oltre alla sua attrazione per il cibo e al modo in cui si trasformava davanti a noi, e dentro di noi, voleva cambiare il paesaggio fisico, l’architettura. Voleva farla a pezzi per fare entrare luce e spazio. Per lui le “stanze” erano cupe.
MS: FOOD era una sorta di “scultura sociale”?
CG: Abbi pazienza e leggi questa (per me) importante intuizione che riguarda FOOD e Gordon.

EPIFANIA: una percezione improvvisa e intuitiva, o comprensione, della realtà o il significato fondamen­tale di qualcosa, di solito scaturito da qualche avveni­mento o esperienza semplice, casalinga, o banale.
Questa è stata la mia esperienza questo fine settima­na (primavera 2013) in occasione della Frieze Art Fair a NYC, a cui ero stata invitata poiché stavano facendo una ricostruzione di FOOD.
Nel catalogo di Frieze, FOOD è al primo posto con più pagine dedicate. Poi c’è un pezzo dal titolo VAULT di Liz Glynn. Si tratta di un bar “segreto”.

“Per entrare nel bar, se ne sei degno, riceverai una chiave da qualcuno. Poi devi portare la chiave verso una parete bianca e alta, dove c’è una porta bianca, anche questa alta, che non sembra una porta talmen­te è alta. Devi bussare tre volte. Poi una feritoia sopra la tua testa si apre. Due occhi ti guardano dall’alto. Una voce ti dice che non hai bussato abbastanza len­tamente e devi rifarlo, e la feritoia si chiude. Quando la porta si apre ricevi istruzioni di dirigerti verso un punto buio in un angolo e di rimanere lì in piedi. Una persona viene, prende la tua chiave e la abbina a un numero posto su una scatola. Ci sono due pareti di scatole dal pavimento al soffitto, ognuna misura circa un metro cubo, tutte dipinte di rosso, verde o blu, colori scuri.
Devi portare la tua scatola al bar, dove un barista estrae da esso due bicchieri. Non puoi scegliere cosa bere, piuttosto il drink viene preparato secondo le mi­sure e le forme dei bicchieri, un set diverso per ogni scatola. Ci sono altri oggetti nella scatola e il barista deve tirare fuori gli oggetti uno per uno e dare vita a un racconto sugli oggetti – lo spunto di tutti i racconti viene da Jorge Luis Borges o da Franz Kafka. Quando il racconto è finito, puoi portare il drink in un’altra stan­za, anche questa buia e ornata con lunghi tessuti ver­de scuro, rosso scuro, blu scuro. C’è un lungo tavolo a cui siedono una cinquantina di persone che probabil­mente non conosci. Quando finisci il tuo drink, o la tua conversazione, esci da una porta sul retro”.

Ho pensato all’effetto di questo pezzo per tutta quella sera. Alle tre di notte mi sono svegliata con un pensie­ro molto chiaro: non era un “pezzo da performance”, ma una “scultura vivente”. Era come un alveare in cui le api arrivano con il loro polline (la loro idea) e lo met­tono in un cubicolo (un alveare, una scatola) per poi essere trasformato e diventare cibo per gli altri; quindi l’intero alveare, la struttura sociale, tutto insieme è una scultura naturale vivente. E così, mi sono resa conto, era FOOD. Piuttosto somigliava di più a una colonia di ants, di formiche, con le persone che vanno in giro con pezzi di cibo tra le mani, trasformandolo, consu­mandolo, e l’effetto di ciò e la sua energia sarebbero venuti fuori in modo brillante dalla mente di qualche artista, perché la ant colony era una ART colony.
Quindi, cinquant’anni dopo… ehm… ero in grado di capire veramente l’idea di Gordon, che FOOD era un “pezzo d’arte”, un’idea che lui nella sua breve vita non era stato in grado di esprimere a parole, ma sono cer­ta che l’idea c’era. Dopo tutto, il suo parachute pod (contenitore per paracadute) nell’albero, a Vassar, in cui invitava amici artisti a viverci per una settimana, era una scultura vivente. Le sue fotografie fritte, i suoi pen­toloni di pesce stufato (sono sicura avrebbe preferito che avessimo potuto tutti saltare dentro quegli stessi pentoloni), i suoi pezzi di agar in cui gettava i suoi san­dwich mangiati a metà per poi guardarli trasformarsi in forme strane… erano tutte sculture “viventi”. Anche i tagli, che Gordon faceva attraverso gli edifici e i muri e che permettevano alla luce di trasformare lo spazio vitale, erano interessanti per lui quando noi, persone, ci spostavamo attraverso questi spazi di luce. Sia lui che io eravamo affascinati dal guardare la trasforma­zione, per esempio, di un pesce intero, o di un maiale, in uno stufato o in tramezzini. Era per questo motivo che volevo che la cucina fosse all’aperto, in modo che le persone potessero guardare. Poi, come mi fece notare Robert Kushner, persino la distribuzione dei soldi avveniva allo stesso modo: un po’ di (dei miei) soldi sono diventati TANTI soldi che hanno suppor­tato tanti artisti durante quei tre-quattro anni nei primi anni settanta. Per non parlare poi della possibilità di distribuire cibo ai barboni dalla porta sul retro e così aiutare anche loro.
FOOD non era solo un luogo in cui mangiare, era un luogo per pensare. Un luogo in cui incontrarsi, discu­tere idee, fare coreografie, scrivere, creare o osservare suoni (alcuni lavapiatti nel retro di FOOD, che faceva­no parte del Philip Glass Ensemble, hanno registrato i suoni delle stoviglie mentre venivano lavate). Delle ossa che erano nel mio pick-up (prese nel distretto della carne) sono diventate “The Bone Dinner” pro­gettata da Gordon: sono state passate al lavapiatti, poi al gioielliere (il braccio destro di Rauschenberg, Hisachika Takahashi) che le ha infilate in una collana di corda di canapa in modo che il mecenate avesse la possibilità di indossare la sua cena a casa. Una tra­sformazione costante.
Quindi mi sbagliavo quando nel rispondere alla do­manda se si trattasse di un “ristorante” o di un “pezzo d’arte” rispondevo scegliendo la prima. Ora cambierò le mie affermazioni quando sarò intervistata, se me ne verrà data possibilità, e chiaramente sceglierò la seconda risposta.
Ugualmente importante è il fatto che FOOD non è an­dato avanti per anni (con il nome mio e di Gordon) come ristorante. L’abbiamo lasciato, l’abbiamo butta­to al vento, abbandonato, l’abbiamo passato a Ruby che lo saccheggiò e fuggì in Inghilterra!! Niente male come trasformazione!!? Però, come Billy the Kid, o persino Cristo, i ricordi permangono in maniera forte nelle menti delle persone, alcuni in maniera precisa, altri in maniera non così precisa. Quando in recenti interviste mi chiedevano “perché secondo te c’è stato così tanto interesse per FOOD negli anni e ancora di più adesso?” Non sapevo. È esponenziale, perché il germe dell’idea innesca una visione entusiasmante. È contagioso. Adesso so… la grande arte, la gran­de musica, la grande letteratura vivono per sempre e questo è il perché di FOOD: la grande intuizione al di là degli aspetti gestionali in cui ero sepolta.

Pubblicato in "Arte e Critica" n. 75/76, autunno 2013

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